Salvatore Settis. Azione popolare: lotta per il bene comune

Questa sera presso Careof DOVCA (Fabbrica del Vapore, via Procaccini, 4 – Milano) si terrà un incontro con Salvatore Settis dedicato a “Azione popolare: lotta per il bene comune”, in occasione della pubblicazione del libro presso Einaudi, organizzato da Comitato Area Ex-Enel di Milano; in dialogo con Settis: Marco Biraghi, Marco Belpoliti, Gianni Biondillo, Roberto Marone; modera Alberto Saibene.

 



 

Vi ricordate il referendum per l’acqua pubblica e i dibattiti che l’hanno accompagnato? Una esperienza emblematica. Una delle espressioni più usate nel dibattito pubblico era: “bene comune”. Oggi la si sente citare a proposito di cose tra loro molto diverse: un edificio pubblico, un libro, un’associazione sportiva, una spiaggia, una foresta, un parco, un monumento, ecc.

 

Perché? Prima di tutto perché è tornato di attualità, portato dalla crisi economica, il problema delle risorse cui tutti attingiamo (aria, acqua, terra), la necessità di difendere ciò che appartiene alla collettività, o che è utile all’intera società, e non un oggetto o strumento di profitto di privati. Seconda ragione: perché è aumentata la coscienza che ci sono cose che hanno un valore nel tempo e nello spazio, che richiedono di essere accudite, non solo per il presente, ma anche per il futuro. Per le generazioni a venire.

 

L’ambientalismo e la cultura ecologista hanno aiutato ad aumentare l’attenzione verso il destino del Pianeta e delle sue risorse. Ma anche i cambiamenti dovuti all’enorme importanza assunta dal capitale finanziario – immateriale, invisibile, anonimo, sovranazionale –, rispetto alle forme economiche tradizionali, spingono le persone a dare nuova importanza a ciò che è vicino, sotto i loro occhi, che è concreto e sperimentabile, e che riguarda la comunità locale.

 

Salvatore Settis, studioso di arte e archeologia, ex presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali, ha pubblicato da poco un libro, Azione popolare (Einaudi), che contiene un lungo capitolo intitolato: “Perché in comune”. Lo studioso, impegnato da tempo contro la privatizzazione del patrimonio artistico italiano (ricordo Italia S.p.A. L’assalto al patrimonio culturale, Einaudi, ma anche Paesaggio Costituzione Cemento, Einaudi), sottolinea come occorra distinguere tra “bene comune”, al singolare, e “beni comuni”, al plurale. Il primo è un principio immateriale, che appartiene all’universo dei valori e dei diritti fondamentali (salute, lavoro, istruzione, eguaglianza, libertà); il secondo, al plurale, indica invece cose tangibili come l’aria, l’acqua, la terra, ma anche le proprietà immobiliari di cui la collettività rivendica la proprietà (l’edificio del Colosseo o gli scavi archeologici di Pompei).

 

Basta guardarsi intorno nella città storica, e non solo lì, per accorgersi che il teatro, il museo, il monumento storico, sono “beni comuni” per la loro tangibilità, e rimandano a un uso comune, anche se la loro proprietà, in senso giuridico, è dello Stato, o di un ente pubblico come Comune, Provincia, Regione. Se qualcuno propone di vendere il Teatro alla Scala per appianare i debiti del Comune di Milano, o il Colosseo per quelli ingenti del Comune di Roma, facile prevedere che parte della cittadinanza insorga in nome di un interesse della collettività, che reputa debba prevalere su ogni altra cosa. Vale perciò la pena di spiegare meglio la differenza tra singolare e plurale.

 

La salute è senza dubbio un “bene comune”, sancito anche dalla Costituzione (art. 32), ma non è necessario che lo sia l’ospedale dove ci curiamo; così è evidente che il diritto alla istruzione è importantissimo (art. 34), ma gli edifici dove si studia possono essere privati; tuttavia è esperienza comune nel nostro paese che la proprietà pubblica facilita l’esercizio di questo diritto. Detto altrimenti: i “beni comuni”, in senso patrimoniale, scrive Settis, sono essenziali per raggiungere il “bene comune” come valore.

 

Nella nostra Costituzione repubblicana non c’è la dizione “bene comune”, bensì quella di “utilità sociale”, che presuppone una precisa gerarchia di valori, per cui i costituenti hanno stabilito che il bene comune sia superiore all’interesse del singolo. Ora la discussione e il dibattito intorno a queste questioni discende da una mentalità che è stata sin qui prevalente: la proprietà come “diritto a godere delle cose in modo assoluto ed esclusivo da parte di individui, famiglie, imprese”. Si tratta di un’idea giuridica che viene dal diritto romano, poi sancita nel Medioevo (Bartolo da sasso ferrato, 1357: “il diritto di disporre assolutamente delle cose, purché non sia vietato dalla legge”), che ha escluso ogni altra idea, o forma, di proprietà differente.

 

Ma da qualche tempo ha preso forma “un altro modo di possedere”, come si esprime uno studioso, Paolo Grossi, in un libro omonimo (Giuffrè editore). I diritti proprietari della comunità e della collettività tornano oggi a proporsi come importanti, dopo un lungo periodo in cui erano appannati a vantaggio del diritto del singolo”. Non sono questioni di lana caprina, semplici dibattiti giuridici, ma ci riguardano, e nel prossimo futuro avremo la necessità di definire meglio i limiti dei diritti proprietari delle imprese multinazionali. Si pensi a Google o Facebook, a quel bene immateriale e comune, prodotto dall’azione stessa di milioni di singoli, che è il web; o ancora quanto è incedibile, o inalienabile, nel campo dei “beni comuni”, al fine di ottenere quel “bene comune” che è la salute, e in particolare l’istruzione e il lavoro. La stessa idea di democrazia riguarda, e riguarderà sempre più, questo aspetto.

 

Per la nostra Costituzione, sottolinea Settis, “beni demaniali, usi collettivi ed esercizio popolare della sovranità sono tutt’uno”. Il tema dell’“uso civico” di beni come il paesaggio, l’ambiente, il patrimonio storico e artistico, o i beni culturali in generale, è importantissimo per la democrazia. Prendiamo la questione dei beni culturali, paesaggistici e ambientali. Che siano di proprietà pubblica o privata – un’area al centro della città storica, un palazzo, un monumento storico –, costituiscono secondo Settis un continuum  da tutelare, non solo in ciascuna delle sue parti ma nell’insieme. Se da un lato la proprietà del singolo bene può essere privata, dall’altro i valori storici, artistici e culturali, che sono sempre pubblici, ovvero di tutti i cittadini, scrive l’autore, rimandano a funzioni e fruizioni di tipo collettivo, a un patrimonio di memorie e di cultura condiviso da tutti.

 

La forza della proposta di Settis sta proprio in questo: i beni comuni sono parte dell’idea stessa di cittadinanza, e rivestono un’importante funzione civile e sono perciò parte essenziale di quel “bene comune”, che appare come un valore invece immateriale. Non c’è solo il diritto alla salute, all’istruzione, ma anche un diritto alla cultura e alla memoria di una città, di una regione, di un intero paese (e aggiungerei, cosa che l’autore non fa, persino il diritto alla bellezza). Un libro importante per riflettere – e lo fa Settis stesso nell’ultima parte del volume – sulla class action, su quella azione popolare che è diventata di questi tempi uno degli strumenti pratici che i cittadini hanno per salvaguardare i “beni comuni”, ma anche il “bene comune”. La società civile oggi non può farne senza.

 

 

Una versione più breve di questo articolo è comparsa su L’Eco di Bergamo.

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