Speciale ’77. Bologna

Dopo i fatti di marzo e il successivo raduno di settembre, la città riprendeva lentamente la sua normalità e il suo aspetto abituale. Venivano cancellati i grandi murales, lunghi decine di metri sotto i portici, tolte le scritte dai muri e dalle colonne, ridipinti i corridoi e le aule dell’Università. Mi è sembrato il momento di fotografare, prima che scomparisse del tutto, quello che ancora non era stato fotografato, vale a dire le scritte più piccole fatte con pennarelli, gessetti o addirittura matite, meno visibili e perlopiù nascoste agli inviati speciali. Per un po’ di tempo, fino alla primavera del ’78, ho avuto sempre con me la Canon col suo bel corredo di filtri e obiettivi, e alla fine ho raccolto circa 150 immagini, se pure in modo non sistematico. Le diapositive sono rimaste parecchi anni in un cassetto; le ho poi riordinate qualche anno fa nel sito web www.benzoline.it

 

Certamente di scritte sui muri ce ne sono sempre state e, per quanto qualcuno le cancelli, riappariranno ancora; ma in quel momento mi sembrava di vedere, in quelle poche tracce rimaste, da un lato la fine di un periodo, dall’altro l’inizio della naturale restaurazione che segue ogni tentativo di rivolta. I bisticci linguistici, gli slogan e le risposte in rima potevano avere il fascino e la purezza delle didascalie del Corriere dei Piccoli e, al tempo stesso, la brutalità di un harakiri.  Mi riferisco in particolare a quegli interventi che in passato avremmo detto, a ragione, goliardiche, ma che, a distanza di anni e dopo Umberto Eco, definiamo “attacchi semiotici”: quelle aggiunte o correzioni ad un’espressione grafica o verbale che ne modificano o ne invertono il significato originale, come avviene nel caso di “Il profitto è lavoro non pagato”, a cui qualcuno ha aggiunto in calce “e il profiterol è un dolce al cioccolato”. Se nel ’68 si voleva l’immaginazione al potere, dieci anni dopo la si voleva “al podere”, e la lotta durainvece chesenza paura, diventa “contro natura”o, al limite, “per la verdura”. C’era in giro un’aria di cambiamento che si serviva anche della sperimentazione linguistica fatta di paradossi e nonsense, fiorivano i limerick. L’autoironia era talmente ripiegata su se stessa da avvicinarsi al suicidio ideologico.

 

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