Speciale Docucity | La fabbrica è piena

Torino, autunno 2010. Alcune figure umane si aggirano senza meta in un dedalo di edifici che attendono la demolizione. Il complesso edile è quello che resta della Fiat Grandi Motori, lo stabilimento che la casa automobilistica piemontese ha per quasi mezzo secolo (1923-1971) destinato alla produzione di motori diesel per locomotive e navi. Un altro simbolo decaduto dell'antica prosperità industriale torinese? Anche, ma non solo, dato che proprio in queste officine, durante la Seconda Guerra Mondiale, i lavoratori prepararono il terreno alla Resistenza cittadina.

 

 

Di questa lunga vicenda storica fatta di uomini e macchine, ormai, non rimangono che vecchi filmati in bianco e nero: i trionfi marittimi e ferroviari come la fervida attività operaia e sindacale sono ormai relegati in un passato dai contorni quasi mitici.

 

 

Agli albori del XXI secolo, a “riempire”, come vuole il titolo, la fabbrica sono rimasti unicamente tre personaggi, clochards- filosofi che attendono pazienti il compiersi del destino dello stabilimento. Mihai, Andrej e il taciturno Gika, meglio noto come l'”amministratore delegato” sono i protagonisti di questa “tragicomedìa” messa in scena dalla giovane Irene Dionisio (coadiuvata in sede di scrittura da Luis Antonio Pinho Jr. e nelle riprese da Francesca Cirilli) con un occhio all'archeologia industriale e l'altro al Teatro dell'Assurdo.

 

Tuttavia, benché scomodato fin dall'esergo sui titoli di testa (un passo tratto da “Aspettando Godot”), il nome di Beckett sembra attagliarsi solo superficialmente al film. Non solo i suoi personaggi, a differenza di Vladimiro ed Estragone, si muovono continuamente, pedinati con discrezione dalla macchina da presa, lungo le strade di una Torino mai così deserta; soprattutto, laddove il drammaturgo dublinese metteva in scena un eterno presente al di fuori della Storia, il film, con i suoi improvvisi salti all'indietro e i suoi precisi rimandi ad una attualità che sta cancellando senza troppi scrupoli conquiste operaie e miti resistenziali, non si limita ad essere una sconsolata meditazione sulla fine, ma una testimonianza, un pugnace tentativo di tenere in vita una memoria di corpi e muri.

 



Tenere in vita, ingannare il tempo in attesa di una fine annunciata: un percorso a ostacoli che cerca di rimandare il più possibile il momento culminante e definitivo, la demolizione dello stabilimento. Il sentimento dominante diviene allora quello di una “allegria di naufragi” (“La vita deve essere una tragicommedia” sentenzia uno dei personaggi), sottolineata dall'immagine di Mihai e Andrej che pranzano circondati a perdita d'occhio da cumuli di macerie. Ma è impossibile cancellare fino in fondo il senso di perdita che evocano quelle rovine.
 

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