Speciale Gianni Celati | La postura sbagliata

Quando son capitato sul sito di doppiozero e ho visto che c’era una rubrica speciale dedicata a Gianni Celati, con ricordi e interventi vari, mi son detto: ora scrivo qualcosa anch’io. Mi sono spremuto le meningi, ci ho pensato su a lungo, ma niente. Più che altro mi passavano in mente concetti o ragionamenti letterari di nessun interesse.

 

Poi invece mi è venuto in mano un libretto postumo di Thomas Bernard, I miei premi – in cui lo scrittore austriaco racconta le sue avventure idiosincratiche nel milieu dei premi letterari - e solo in quel momento mi è rivenuta in testa l’immagine di Gianni Celati ad un premio letterario, che per me, forse per effetto di imprinting, è l’immagine che meglio rappresenta Gianni Celati, ché è la prima che ho di lui.

 

È andata così: io allora dello scrittore Gianni Celati sapevo ben poco. Come tutti avevo letto alcuni suoi libri - Guizzardi, la Banda, il Lunario, i Narratori, forse sfogliato qualche suo saggio - ma insomma, lo avevo per lo più archiviato in qualche rubrica della memoria, magari nella cartella scrittori contemporanei, o qualcosa del genere. Niente più. Poi, sarà stata la metà degli anni Novanta, arrivo a questa serata di premiazioni e provo subito un senso di disagio.

 

Era una delle prime volte che mi trovavo nel bel mezzo di un rito della società letteraria, ero un giovane di provincia e mi mancavano i codici per sapermi muovere con agio. Non che poi questa sensazione di incongruenza nelle cerimonie ufficiali mi sia mai passata del tutto, ma insomma, anche se allora si trattava di un piccolo premio minore e la gente era sinceramente appassionata e cordiale, la ritualità di certi appuntamenti presuppone sempre divinità e sacerdoti che mi mettono in imbarazzo: l’Opera, la Letteratura, l’Autore, la Giuria e via discorrendo.

 

Quella sera, prima del conferimento dei premi, invitati e intervenuti vari si era tutti lì a discorrere con garbo, gli uomini in cravatta con i bicchieri in mano e le donne ben vestite smangiucchiando tartine dai bordi. Noi, io e i miei amici, si stava un poco discosti a fumare, malvestiti e scomposti, disorientati in fondo. Poi d’improvviso arriva questo signore, visibilmente irrequieto, anche lui un poco fuori squadra con l’ambiente - si vedeva da come gli cascava la giacca, da come girava di qui e di là, come di chi non sapesse bene cosa fare. Ci viene incontro, si mette lì tra noi e ci chiede delle sigarette, che in quel momento sembravano proprio una necessità impellente per lui. Noi gliene diamo una, ma poi si vede che non gli bastava mica, infatti dopo uno scambio di battute sul fumo scappa frettolosamente a cercare un tabaccaio per rifornirsi.

 

Quel signore, come avrete immaginato, era Gianni Celati, ma questo io l’ho capito solo dopo, quando l’hanno chiamato sul palco per conferirgli il premio. Cosa disse non me lo ricordo più: qualche parola, e poi lesse alcune pagine. Mi ricordo molto bene, invece, che aveva una postura fisica inadeguata sul palco. Non sbagliata o altro. Solo leggermente difforme da quella che la cerimonia avrebbe imposto. Una postura che, per contrasto, metteva in evidenza la rigidezza del contesto, e anche un poco la sua arbitraria assurdità.

 

Ecco, questa immagine la ricordo bene perché in quel momento mi son sentito meno a disagio anch’io e ho smesso di cercare di comportarmi come avrei dovuto comportarmi, con gran dispendio di energia. Mi son sentito fisicamente sollevato e molto ben disposto a dare aria al cervello tendendo l’orecchio a quello che Celati leggeva dal palco. Una sensazione questa, che mi è rimasta addosso anche dopo, e mi ha permesso di sentire la sua voce nei libri che poi ho riletto con grande sollievo per la mente.

 

Ricordo ancora quando qualche giorno dopo ho ripreso in mano Le avventure di Guizzardi. Una riscoperta! Anni prima mi ero messo sui trampoli per leggerlo, cercando una sorta di complicità con l’Autore; boriosa complicità tra dotti. Era una posizione sbagliata la mia, fisicamente anche. Nelle gag linguistiche del giovane Guizzardi non c’era nessun tentativo di persuasione, nessuna economia utilitaria, solo un travolgente parlamento cui prestar l’orecchio. Uno sganascio. Cadute, capriole, schiaffi, sberleffi, bagarre: tutti gli elementi di un gran circo lunare, dove non conta più la misura della frase ben scritta, quanto il guizzo inatteso che ti sottrae alla meccanica del senso deviandoti in una direzione presso cui può solo scoppiare una grassa risata.

 

Niente a che vedere coi romanzi che si leggono di solito, il realismo con lieto fine e morale della favola. Qui, ma soprattutto nei libri successivi di Gianni Celati, quelli degli anni Ottanta – Narratori delle pianure, Verso la foce, Quattro novelle sulle apparenze – si capisce bene come le immagini della coscienza siano sempre irreali, anche quando si tratta di quelle che ci sembrano venire dalla cosiddetta realtà oggettiva. In fondo è sempre di apparenze che si tratta. E per questo bisogna guardarle, se ci si riesce, con i limiti che sono nostri, semplici uomini o Grandi Autori. Altrimenti poi si rischia di passar la vita con la nevrosi di voler aver ragione sugli altri.

 

Ma insomma, per tornare a noi – ecco, io ora non posso mettere la mano sul fuoco che quella sera del premio letterario sia andata per filo e per segno come l’ho raccontata sopra: si sa come la memoria lavori sempre d’immaginazione. Però se oggi penso a Gianni Celati e alla sua voce, nella mia testa li vedo sempre un po’ discosti dal resto, come quella sera sul palco.

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