Speciale Gianni Celati | Narratori in città

A Bologna avevo amici, no: amiche, che frequentavano assiduamente le lezioni di Gianni su Bartleby. Io avevo già dato l’esame, in un inglesuccio vergognoso che si rivelò bastevole sia a prendere il voto pieno sia ad aiutarle nella traduzione dei brani loro assegnati. Mi veniva inspiegabilmente facile. Tradurre letteratura, scoprivo lì, non era molto diverso da comporre enigmi. Discorso lungo.

 

La soggezione per il soave e focoso non-professore non mi era invece per nulla passata. Questo neppure dopo che un coetaneo che incontravo in treno pendolando tra Ferrara e Bologna, una di quelle conoscenze che a quell’età sono così facili, mi aveva raccontato che Gianni era un amico di suo padre, che suo padre compariva nel Lunario del paradiso e che una volta, quando il mio coetaneo era poco più che bambino, si erano anche presi una divertentissima mezza ciucca assieme, lui e l’amico del padre.

 

Penso di avere acquistato da Montroni, sotto le Torri, una delle prime copie dei Narratori delle pianure. Un evento, Gianni non pubblicava libri da molti anni. Non mi era piaciuto: mi aveva incantato, è una cosa diversa. Una voce diversa da tutte, lontana da tutto quel che leggevo allora; il suono delle parole lette mi diceva, non capivo come, che il passato non era del tutto passato, che in compenso era un po’ passato il futuro che allora mi pareva sempre in procinto di annunciarsi. Il libro mi aveva toccato.

 

Con quelle stesse amiche mi ero trovato al baretto sotto l’istituto di via Guerrazzi. Tavoloni dove ci si sedeva come capitava, andirivieni. Sarà stato verso mezzogiorno, loro erano salite a lezione ed ero solo quando entrò Gianni che per caso si sedette di fronte a me, con le sue consumazioni. La resistenza interiore era rilevante ma prevalse un’altra forza. Finii così per salutarlo e chiedergli se avevo ragione ad aver riconosciuto il padre del mio amico in un personaggio del nuovo libro, uscito da pochi giorni. Lui era un po’ sorpreso. Ci scambiammo due sigarette, come avevamo già fatto durante il mio esame. Mi disse qualcosa dei narratori delle pianure, le persone che gli avevano fatto alcuni dei racconti che lui aveva poi scritto a modo suo, come Italo Calvino aveva fatto con le fiabe. Aveva cercato di mascherare protagonisti e circostanze, aveva un po’ di pudore per essersi appropriato di quelle storie: “Sì, hai riconosciuto la persona a cui è davvero successo quello che ho narrato io. Però, per favore, tienitelo per te”.

 

Non confidai il contenuto della conversazione alle mie amiche, per quanto le sapessi golose di ogni minima integrazione alla loro collezione di aneddotica celatiana. Proprio non era, in sé, un grande segreto. Ma abitava dentro a un segreto molto più imponente, che riguarda ciò che è tuo e ciò che non lo è, ciò di cui puoi scrivere quando forse c’è qualcosa che preferirebbe che tu non lo facessi e ciò che, se conosci quell’altro segreto, rimarrà invece segreto in ogni caso, e poi per sempre.

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