Speciale Gianni Celati | Un padre scapestrato

A quell’epoca andavo all’università in via Guerrazzi 20, a Bologna. La prima lezione della giornata e della settimana cominciava alle 9.00 del lunedi. Arrivavo alle 8.50 e mi sedevo sulla panca bianca di fianco all’ingresso dell’aula C. Ero l’unico studente che si vedesse in giro a quell’ora nel corridoio del DAMS. Alle 8.55 il professore imboccava il corridoio e mi concedeva, nel suo filare diritto verso la porta dell’aula, un mezzo sorriso compiaciuto e insieme un po’ sorpreso che, a una matricola e mezza come me, non poteva che apparire un segno di predilezione. Perciò mi infilavo in aula subito dopo di lui, salvo constatare che da quel momento in poi e in rapida successione arrivavano tutti gli altri studenti.

 

Ma giustizia era già stata fatta: il primo giorno di lezione, con l’aula C traboccante, un Celati irritato fino alla collera aveva messo bene in chiaro che il suo corso sarebbe stato una strage - “e cosa venite a fare qui; qui si parlerà della letteratura inglese e se non sapete l’inglese andatevene a casa...”. Forse non disse esattamente queste cose, ma insomma il tono non lasciava dubbi e alla lezione seguente saremo stati in venti. Del resto, per quanto mi riguardava, l’amore era già scoccato. Un amore che prese la forma di un’adorazione senza parole, fatta solo di sguardi furtivi, quando scopersi Lunario del paradiso. Non mi pareva vero che il mio professore d’inglese potesse aver scritto un libro così. A me che adoravo Kerouac e avevo da poco scoperto Tondelli, Celati sembrò il figlio illegittimo del primo e il padre scapestrato del secondo.

 

Che fosse un padre scapestrato mi fu chiaro quando lo vidi entrare in aula con quell’incedere rapido e deciso da artigiano che si rechi ad aprire bottega al mattino: il modo però in cui sbatteva la cartella sulla cattedra e il dettaglio del viso e dei capelli che solo nel momento della giravolta verso di noi già seduti si rivelava a mostrare un cespuglio di ciuffi ribelli dritti come spaghetti che si torcevano ognuno verso un punto diverso della rosa dei venti e, in volto, una tendenza ai rossori generati da collere improvvise che già si addensavano al primo rivolgersi verso l’uditorio, e non avevano peraltro l’uditorio per oggetto ma chissà quale groviglio di sentimenti; e poi lo svolazzo definitivo del trench bianco alla Marlowe che si librava a mezz’aria e ricadeva secco nel momento in cui il professore si bloccava di colpo di fronte a noi, tutto questo dava al suo arrivo un che di battagliero e sulfureo, però anche di abburraffato. Il capolavoro assoluto era poi il gesto noncurante con cui il prof. gettava sul piano di formica il pacchetto verde semivuoto delle nazionali esportazione: quelle sigarette aspre e senza filtro, e corte come le gambe di certe donne belle in altre tempi, che il Celati accendeva e aspirava nel corso delle due ore di lezione.

 

Considerato che il mio esame consistette nella traduzione maccheronica e altamente improbabile di un testo ispirato a Eleanor Rigby dei Beatles, e che l’inglese non l’ho mai imparato, si potrà comprendere quale fosse il livello della mia preparazione e, perciò stesso, si avrà la misura del mio amore disperato e mai dichiarato per il professore.

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