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Tavoli | Antonio Moresco

Il tavolo è spoglio, nudo. E’ un tavolo su cui tutto può essere accaduto, o accadere. Un tavolo su cui qualcuno ha scritto o scriverà. O non farà nulla. Stenderà le braccia ad angolo acuto, e vi appoggerà il capo, come in certi disegni di Kafka. L’idea che vuol dare è nessuna idea. Niente. Un tavolo è un tavolo. Il piano di un tavolo fotografato dall’alto è un piano. Un rettangolo. Di legno. Un po’ usurato, ma lustro, ben tenuto. Un piano vuoto è un piano mai usato, o liberato apposta di ogni cosa. La sua dimensione è il ricordo, ciò che è stato senza quasi lasciare traccia, e l’attesa. Un’attesa senza determinazione. Assoluta. Che si può benissimo confondere col suo semplice essere. Con il puro stare.

 

La sedia che vi fuoriesce è meno spartana. Il suo schienale è imbottito, a suggerire che è di qualcuno che vi si accomoda spesso. Che vi lavora, probabilmente, piegato in avanti, e per questo ogni tanto ha bisogno di appoggiarsi all’indietro, o di stirarsi, e per questo è opportuno che l’appoggio sia morbido. Non troppo: solo un po’. Il colore è rosa carico, o rosso. Non come il sangue. Un po’ meno. E’ un rosso a cui è stato sottratto ogni simbolismo. Esso pure denudato.

 

Pur essendo in una stanza di piccole dimensioni, quasi una cella monastica, tavolo e sedia non sono addossati, e neppure vicini, a una parete: stanno al centro del suo spazio. Lo occupano. Si stagliano davanti a una porta spalancata, da cui entra un fiotto di luce che invade tutto. Con un bagliore quasi di incendio. Sostano, come una sentinella, o un guardiano, davanti alla soglia. Quella, invisibile, oltre il margine alto dell’immagine, dove i battenti si uniscono agli stipiti. Quella che separa il dentro e il fuori. La fine e l’inizio, verrebbe da dire. Ma non è così. Perché è soprattutto il limite che si oltrepassa, o da cui si passa, verso un fuori che è sempre e comunque un dentro. Quello della casa.

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Fotografia di Giovanna Silva

17 Giugno 2013