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Tavoli | Claudio Magris

Più che un tavolo, un mare. Lo sparso ordine delle cose sembra seguire il flusso di onde continue. Non c’è disordine, piuttosto uno sciabordare che supera i confini del tavolo mischiandosi con una cassettiera e sfumando i confini con il pavimento fino al cassetto spalancato colmo di carte e appunti. Una medusa tendente al verde con in corpo un CD lambisce un’agenda e qualche cartolina, mentre una musicassetta e una videocassetta riaffiorano da un passato lontano, da abissi di un archivio imprevedibile. Tre pinzatrici, o piuttosto pesci martello, nuotano compatte vicino allo scoglio di un barattolo Illy nel cui coperchio guizzano graffette come gustosi pesciolini. E poi forbici e francobolli, carte e penne, una scrittura continua dello spazio che si sovrappone su più piani in una confusione obbligatoria, ma chiarissima, perché non c’è scampo e altre strade non sono possibili. I portapenne, come una barriera corallina, limitano il frusciare di carta oltre il quale le pile si fanno precise. Si stagliano sull’angolo estremo due schedari la cui fine dichiarata è ferma alla Q. Oltre, il pavimento, e una lampada che volge lo sguardo quasi a sollecitare un aiuto, probabilmente quello di una telefonata che tutto dovrebbe lasciare come è, in attesa di un nuovo ritorno. Il tavolo da lavoro di Claudio Magris è un luogo da cui partire e tornare. Nel mezzo, un altro tavolo in un altro luogo, storico e famoso. Un tavolino di marmo stretto e lungo al caffè San Marco con il suo via vai di persone e il loro chiacchiericcio che si aggiunge ai rumori della macchina del caffè provenienti dal bancone. Un mondo caotico e incontrollabile che Claudio Magris racconta con il movimento naturale della penna su un foglio di carta. Il suo sguardo, che dal mondo ha raccolto storie e forme, si trasfonde nell’ingombro del suo tavolo per passare da lì in un altro mare ancora.

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Fotografia di Giovanna Silva

25 Febbraio 2013