Tavoli | Fabrizio Gifuni

Lunga e stretta. Una scrivania, due sedie, due posti di lavoro (postazioni per lavori diversi?).
Una parte dove navigare e scrivere (su un Mac), dove prendere appunti (a mano, anche con essenziali schizzi). Là si telefona con un vecchio apparecchio con i fili. Là cresce una lampada a stelo, una memoria: la luce sembra rivolgerla fuori del piano di lavoro. Là si appoggia solida una scatoletta sovietica e un animale stilizzato fa la guardia. Su un cumulo di carte è pronto un paio d’occhiali per vedere meglio. In cima, si intravede un biglietto d’aereo: la scrivania è una pausa nella vita di continuo movimento dell’attore.

 

Un ramoscello d’ulivo spunta da penne e pennarelli. Una scena di film in una fotografia, un uomo e una ragazza (ma chi saranno, diavolo: sembrano quasi… ma no). La musica c’è, in questa stanza, ma nel momento della foto è staccata: non è un sottofondo, un’ossessione, ma una scelta.

 

Dall’altra parte del tavolo si definisce, con ordine negletto o con studiato disordine, la natura di attore-autore del proprietario: un film, Il rito, di Bergman, e tanti libri, saggi sul mito e sul rito, forse per la preparazione di qualche spettacolo, per entrarvi dentro, meglio, a fondo. E, imprevisti, in bella evidenza, un paio di saggi giuridici: per capire meglio la realtà? per districarsi nella giungla giudiziaria? L’attore indipendente deve saper fare tutto, per sopravvivere; e poi c’è la questione del teatro Valle, per la quale Gifuni si è speso... Un romanzo, sul bordo: uno sguardo all’Italia di oggi, che sta sempre sullo sfondo anche di spettacoli che guardano al passato come quelli dedicati a Pasolini e a Gadda. Una stampante, un iPad, un altro apparecchio poco decifrabile, che sembra un altro pezzo di memoria recente troppo in fretta bruciata.

 

Al centro tra le due postazioni, di taglio, un libro sull’opera di Giacometti e sassi simili a sculture, che paiono pronti a diventare punte di arcaiche frecce o lance. Una mano sottile, un braccio delicato e un corpo nudo spuntano dalle lenzuola in una foto, e un’altra immagine indecifrabile sta ancora proprio là, infissa davanti agli occhi.

Fotografia di Giovanna Silva

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