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Tavoli | Giacomo Rizzolatti

Concentriamoci su due particolari, apparentemente secondari. Ci sono due sedie, non una. E ci sono dei post-it sulla parete di fronte. Il tavolo è ordinato ma meno di quanto possa sembrare. I post-it sono parte essenziale del sistema composito di oggetti che definiscono la “mente estesa” di Giacomo Rizzolatti quando è alla sua scrivania, il suo modo – razionale ma non troppo – di allestire un proprio personale “teatro della memoria”.

 

C’è il computer, strumento mnemotecnico per eccellenza, che però non basta perché ci sono cose che si ricordano meglio attraverso quaderni o fogli vari, appoggiati sul tavolo o appuntati alla parete, un’agenda tradizionale, le sottolineature con l’evidenziatore. Un quaderno ha la copertina a fiori e chissà che anche i contenuti non siano qualitativamente diversi dagli altri. Anche i cioccolatini e la bottiglietta d’acqua sembrano rimandare ad altro, ma a ben vedere anch’essi sono un memento dei ritmi quotidiani. Poi ci sono quattro o cinque post-it, per lo più appiccicati su altri fogli, come a sottolineare livelli diversi di realtà, gerarchie non troppo rigide tra gli impegni da ricordare e le cose da fare.

 

L’invenzione del post-it è dovuta a un ricercatore che, negli anni ’70, stava lavorando all’invenzione di una supercolla. La supercolla proprio non gli veniva. In compenso otteneva dei collanti mollicci e assai poco aderenti, che avevano però la proprietà di non seccarsi e di rimanere costanti nel tempo. Proprio il tipo di colla che la sera, quando andava a cantare in un coro, gli serviva per tenere appiccicati allo spartito gli sfuggenti segnalibri! Eureka! Molte invenzioni avvengono in questo modo, per serendipity. Anche quella che ha reso famoso in tutto il mondo Giacomo Rizzolatti. I “neuroni specchio” furono scoperti proprio così. Rizzolatti e i suoi colleghi stavano studiando il sistema motorio e le sue correlazioni neuronali nei macachi, a Parma, alla fine degli anni ’80, quando notarono qualcosa di completamente inaspettato. Quando i macachi compivano gesti con uno scopo ben percepibile (tipo portare delle noccioline alla bocca) si attivavano certi neuroni. E fin qui nulla di strano. Ma il fatto è che essi si attivavano anche quando il macaco osservava quell’azione in un ricercatore o in un suo simile. Ecco scoperti i “neuroni dell’empatia”. Le due sedie alla sua scrivania potrebbero alludere a questo? Che so, allo spirito collaborativo ed empatico che in genere caratterizza gli esseri umani? Forse sono solo due sedie diverse da alternare durante la giornata.

 

Rizzolatti non ama le generalizzazioni indebite. I neuroni specchio sono una scoperta importante, ma a volte li si tira in ballo a sproposito. Di fronte a un esperimento in cui un topo urlava e un altro accorreva in aiuto, salutato come una conferma dell’esistenza di carattere altruistico e compassionevole in questi animali, Rizzolatti ha avuto da obiettare: e se il secondo topo è accorso solo per far smettere quel fastidioso squittio? Troppo spesso precipitiamo il nostro giudizio e traiamo conclusioni affrettate senza le opportune verifiche. Tutto ciò che ho detto qui sulla fotografia del suo tavolo è, naturalmente, un tirare a indovinare. Non vedo l’ora di andare a trovarlo per verificare personalmente, o per fare chissà quale altra scoperta.

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Fotografia di Giovanna Silva