Tavoli | Lea Vergine

Matita, gomma, Nazionali Esportazione senza filtro, pacchetto verde. Con questo lavora Lea Vergine. Col temperamatite affina il lapis, con le sigarette spunta la bella voce arrochita, che poi le serve per scrivere. Dopo aver composto, tagliato e incollato una bozza di testo, la corregge ancora dettandola. “Ho bisogno della fisicità dello scrivere, il gomito deve andare lì, ho bisogno della carta, qualunque essa sia, anche la più schifosa.” La scrittura come pratica che flette insieme corde e muscoli personali, allenati febbrilmente. Del resto, il titolo del suo libro sulla Body Art, uscito nel ’74, era Il corpo come linguaggio.

Come souvenir, a parete, una foto di quell’anno dell’artista Urs Lüthi. Con dedica sentimentale: “Le cicatrici sul mio viso dalle ferite nel mio cuore. Per Lea”. Che ci scherza su, con la consueta sprezzatura: “Era fermato regolarmente dalla mia portinaia. Che in pugliese stretto mi diceva: C’è un maschio vestito da donna, ma davvero può salire?” Non sorprende che tra le eroine di Un altro tempo, la recente mostra su Bloomsbury, modernismo e dintorni curata da Vergine al Mart di Rovereto, campeggiasse una gran dama dell’ironia come Edith Sitwell.

Tutto è ben temperato, su questo tavolo ingombro, dalle parole alla luce, come la descrive il Cennini nel Libro sull’arte, quando piove “sul lato manco”. Carte, libri, fermacarte, una scultura di Antonio Trotta che raffigura un fazzoletto, bella “perché non si sa cosa c’è sotto”. A un paio di cose non rinuncerà mai: la dormeuse dove si coricava ai piedi del letto dei nonni, e due foto del padre, bambino e coperto di trine nel 1904, adulto e in compagnia di Lea adolescente. Aggiungerei, anche se non lo dice, il cuore trafitto da un coltello, disegnato dal marito Enzo Mari, appeso sopra la sua testa.

 

Barbara Casavecchia

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Fotografia di Giovanna Silva

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