Tavoli | Luigi Zoja

Piccolo, il tavolo, ma doppio; almeno nel momento in cui viene scattata questa fotografia. Infatti, sulla pila di carte a destra è appoggiato e ripiegato il foglio di un quotidiano tedesco; e con la pagina si piega anche la vignetta, a commento di un articolo sul tema del genocidio. Potrebbe essere la recensione di un libro curato da Sybille Steinbacher, Holocaust und Völkermorde (2012). Nella vignetta uno scheletro sta scavando una fossa – sotto un tavolo appunto –, forse quello di inutili trattative. Naturalmente è una coincidenza, ciò che conta è l’argomento della recensione; ma la tentazione è di pensare il contrario, tanto è attraente in motivo del doppio proprio lì dove lavora uno psicoanalista. Sta di fatto che il tavolo disegnato è come en abyme rispetto alla foto che ritrae il tavolo reale e le sue adiacenze.

 

Lo spazio della scrivania è piccolo, si diceva, tanto che la stampante, collocata su un altro tavolinetto di legno, se ne prende una parte e lascia poco spazio a un portatile bianco e a tre pile di carte da un lato e dall’altro.

 

A sinistra c’è un racconto di Henry Bauchau, Diotime et les lions (1991). Il libro copre in parte un volume edito da Le Monde, l'Atlas des utopies (2012). A destra, un altro volume: Walden and Other Writings di Henry David Thoreau, in una edizione del 1992. Il libro (1854) racconta i due anni passati da Thoreau quasi in solitudine, tra i boschi di Walden Pond (Concord, Massachusetts).

 

Piccola irruzione dell’attualità sul vassoietto metallico di fronte al computer: un cartoncino rosso della campagna “L’Italia sono anch’io”.

 

Ma ciò che colpisce di più, della fotografia, è la posizione del tavolo nella stanza, tutto addossato alla parete. Con ogni probabilità non è la parete con i suoi contenitori in cartone colorati, con i suoi dossier in bustine trasparenti, ad attrarre il tavolo. E’ la porta-finestra che si intravede nella parte alta della fotografia a condizionarne la posizione. Dietro alla porta-finestra dovrebbe esserci un balcone: c’è qualcosa da vedere, si direbbe. Una poltrona lì accanto sembra confermarlo: ci si siede a leggere, perché c’è più luce, ma anche perché c’è da guardare.

 

Trent’anni fa Wolfgang Liebenwein dedicò un saggio, Studiolo, alla storia dei luoghi dedicati allo studio; se c’è un aspetto che ricorre di continuo, dal Medioevo fino all’età moderna, è la posizione elevata di questi ambienti, capaci di offrire una vista vasta e piacevole. Il luogo in cui si studia, per quanto da sempre di modeste proporzioni architettoniche, deve essere un luogo per aprire orizzonti.

 

Che cosa si vede dal tavolo di Luigi Zoja? La porta finestra si apre su un giardino di città? O su alberi alti come quelli di Walden Pond?

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