Tavoli | Piergiorgio Paterlini

Il cotto a terra è bellissimo. Antico, spazzolato dai passi.
La scrivania è un cervello all’opera.

 

L’emisfero destro è razionale, tecnologico – modem, stampante, hard disk, mouse. Fili. Fili. Led.
L’emisfero sinistro è emotivo. Una Olivetti Lexikon 80 da collezione, sdegnosa, di spalle, risponde allo schermo muto del computer spento. Pile di fogli, post-it, agende, cartelline, scatole, fermacarte, una giostrina: l’ordine, chiaramente, è apparente. Per questo nel descrivere non può valere che la congerie.
A poco servono gli ausilii meccanici disseminati qua e là: lente, forbici, scotch, righello, pinzatrice, inerti in un’onda di carte. La falange della cancelleria, schierata stretta al centro, dice di una resa. Non c’è penna o matita, gomma, pennarello, non c’è graffetta, temperino, elastico che tenga. La falange della cancelleria è un feroce esercito di soldatini di stagno, un ponte interrotto verso la disciplina, il cassetto dei giocattoli.

 

I libri sono altrove, perché qui non si legge: si scrive. Si può scrivere con un centinaio di strumenti diversi. Mi piace pensare che ogni storia abbia il suo. 101 microromanzi, ciascuno chiuso sotto il suo tappo, dentro la sua mina, al riparo del suo tasto. Le storie sono minute e sparse, stanno dappertutto. Ne scelgo due.

 

La prima si può soltanto intuire, è un minuscolo peluche che sonnecchia accanto al mouse, al caldo della lampada. L’unica cosa morbida a quel lato del tavolo. La mascotte di una squadra di basket: su cosa significhi il basket nella sua vita, varrebbe la pena interrogare lo scrittore.

 

La seconda è una storia bellissima. Sembra un uovo di struzzo schiacciato tra la clessidra e lo scotch, e invece è una borraccia. Sollevando il coperchio si schiude una giornata di ottobre del 1969. Siamo ai primi del mese, c’è il sole, e la gente si accalca per veder passare il Giro dell’Emilia. In testa c’è Gianni Motta: ha 26 anni, è bello, ha le orecchie a sventola, pedala con l’orologio al polso. Vincerà il Giro per la seconda volta consecutiva, davanti a Bitossi e Gimondi. Un ragazzino gli tende la mano dal bordo della strada, la borraccia di Gianni Motta cambia padrone.
 

Fotografia di Giovanna Silva

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