Tavoli | Umberto Eco

In occasione dell'uscita del nuovo libro di Umberto Eco, Storie delle terre e dei luoghi leggendari, Bompiani (nelle librerie da mercoledì 9 ottobre) proponiamo una versione ampliata di Tavoli, sempre a cura di Giovanna Silva.

 


 

Ci sono almeno due modi di vivere la scrivania. Il primo è quello di usarla come piano di lavoro, alla stregua di un falegname o di un sarto con i rispettivi banconi per piallare o cucire. Sopra vengono distribuite le cose che servono per scrivere; non solo la penna e il calamaio, o del computer, ma anche i documenti che si stanno consultando: libri, articoli e quant’altro si tengono sott’occhio al momento della redazione della propria opera.

 

 

Il secondo è invece quello di frequentarla come una mappa, più o meno intenzionalmente progettata, dei lavori compresenti nel medesimo periodo e soprattutto prossimi futuri, suddivisa per colonnine o gruppi di vario tipo, comprese le stratificazioni geologiche più o meno in disordine. Ci sono leggende su chi possiede più scrivanie (Pascoli, poeta e professore al contempo e anche i tre tavoli di Calvino).

 

Ma generalmente ci s’arrangia con una sola. Da cui la tragica confusione che spesso ne deriva, le sconfortanti perdite di cose e di tempo, ma anche i salti creativi che l’accostamento casuale di materiali variegati può fortunosamente provocare. Se uno nello stesso momento lavora, poniamo, sul teatro epico di Brecht e sulla pubblicità dei detersivi (è accaduto a Roland Barthes), non è escluso che giochi concettualmente l’uno sull’altra, e viceversa. Chi lavora in questo secondo genere di scrivanie certamente divaga, si distrae, trova idee dove non le cercava: quasi sempre in un’altra zona del tavolo.

 

 

È evidente che nelle scrivanie rileggiamo non solo il tipo di lavoro che vi si conduce, ma anche la soggettività di chi sta lì per farlo. Dimmi come stai seduto a tavolino e ti dirò chi sei. Ci sono scrivanie minimaliste, professionali, caotiche, desertificate, impertinenti, puntuali: tutte straordinariamente corrispondenti alla personalità, alla poetica, all’intero modo d’essere di un autore.

 

La scrivania di Umberto Eco appartiene senz’altro al tipo mappa. Non solo perché palesa concomitanti letture di materiali culturali apparentemente irregolari (dai fumetti ai testi letterari ai trattati di filosofia), ma anche perché accosta, con un certo gusto per l’incongruità, oggetti da filologo d’antan (lente d’ingrandimento, tessera della società dantista, medaglie…) ad altri che farebbero semmai pensare a un dadaista che fa poesie nel cappello (forbici, colla…). Del resto, sappiamo quanto questo autore sia un teorico, oltre che un praticante, del felice mescolamento di generi letterari e prodotti mediatici di livello molto diverso.

 

 

Ma, forse, questa scrivania risponde anche a una terza tipologia, meno evidente ma più divertente, che chiamerei, senza alcuna provocazione, poetica. La poeticità, secondo il celebre linguista Roman Jakobson (che Eco conosceva), è il riadattare le strutture linguistiche sul flusso comunicativo, di modo che quel che di solito si esclude (aut-aut) finisce per stare accanto (et-et). Di solito non si dicono il presente e il passato, l’io e l’egli, il singolare e il plurale, insieme: ma nella poesia accade. Così la rima è quel meccanismo poetico che rende compresenti alla fine del verso parole dal suono uguale ma dal significato diverso. Ed esistono rime sonore come visive, gustative come olfattive. Perché non fra oggetti? Eco lo sa bene, e ce l’ha insegnato con maestria.

 

 

Ma forse non sa che lui, sulla base di tale principio, è fra le altre cose un poeta da scrivanie. Sul suo tavolo da lavoro troviamo disposte accanto cose molto simili, o quanto meno dalle medesime funzioni. Oggetti che dovrebbero essere mutuamente esclusivi: due telefoni, due paia di occhiali, due computer, due scatole di sigari, due sedie... Il resto, a quel punto, sembra star lì a casaccio, compreso il tappetino del mouse con la faccia della foca che, incuriosita, lo guarderà mentre scrive, o l’albo vintage di Topolino pronto per l’uso.

 

 

Resta da chiedersi quale genere di poesia venga qui praticata. Potremmo optare per l’epica, dato che il ripiano sembra prolungarsi, sulla destra, oltre la foto, chissà sino a dove. Che ci siano, in un singolo studio, molteplici scrivanie a formarne una sola? Ed ecco che l’opera narrativa, il lavoro filosofico e la pratica della scrittura quotidiana s’incrociano e si confondono… In nome della poesia.

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