Tavoli | Umberto Fiori

La scrivania. Come un sudario dovrebbe essere l’impronta dello scrittore assente, come un calco dovrebbe testimoniare il suo passaggio e, ça va sans dire, il suo valore, soprattutto quando, come in questo caso, è la scrivania di uno dei pochi che oggi possono giustificatamente aspirare al titolo di poeta. Ma non funziona così. La fotografia in questione non è un indizio: è un catalogo degli Oggetti.

 

Dalla chitarra allo spartito, dal libro - Benjamin su Baudelaire! – all’immagine del ragazzo riccioluto, dalle foto di spigoli di case celebrate, al Mac, tutto fa segno in modo univoco, ogni cosa vuole dire. Il significato vi domina sovrano. Siamo di fronte ad una descrizione: non solo un poeta, ripeto un grande poeta, ma anche un musicista, anche un lettore raffinato, anche un viaggiatore (il passaporto), perfino un fumatore di sigaro. Classico esempio di quella fotografia che Barthes chiamava unaria, priva cioè di oscillazioni interne, la scrivania fotografata contrasta in modo quasi brutale con la poesia di Umberto Fiori e credo anche con la sua vita. E non perché vita e poesia di Fiori stiano dalla parte del disordine e dell’informe. Tutt’altro. Anche la sua poesia è un catalogo ordinatissimo di oggetti, ma, appunto, di oggetti con la minuscola a capolettera, di oggetti qualsiasi. Il che non vuol dire affatto che gli oggetti della sua poesia confliggano con gli Oggetti rappresentati nella fotografia perché sarebbero di poco conto o perché sarebbero indeterminati nel loro senso mentre quelli sono cosi surdeterminati sul piano semantico. A caratterizzarli è piuttosto un altro nitore, un’altra evidenza.

 

Provo a spiegarmi. Ciò che ho chiamato fin qui Oggetto, con la maiuscola, e che ho ritrovato ampiamente documentato nella fotografia della scrivania, è, conformemente al suo etimo, ciò che sta di fronte, è il tema, è la figura che risalta sullo sfondo. Meglio sarebbe dire che l’Oggetto è quanto è dato ad uno sguardo di sorvolo, ortogonale al piano, proprio come avviene in questa fotografia. A dispetto della sua apparente saldezza, che sconfina nella sicumera e nell’enfasi, l’Oggetto tradisce però sempre il brivido di terrore che lo attraversa. Siccome sta di fronte, al centro della rappresentazione, poiché è in piena luce “mirato” dallo sguardo a strapiombo di dio, esso è anche sempre il problema: è ciò di cui si può dubitare, è ciò che può essere messo in discussione e a cui, prima o poi, sarà revocato il diritto ad essere. Fosse sullo sfondo, come avviene, ad esempio, ai libri della scaffalatura in questa fotografia, sarebbe temporaneamente salvo, perché fuori obiettivo, non visto.

 

Gli sfondi, lo sanno bene gli studiosi della percezione, sono sottratti al dubbio grazie al loro pudico ritrarsi allo sguardo. Gli Oggetti no: sono promessi alla dialettica e nutrono lo scetticismo. Gli oggetti nella poesia di Fiori – case, cani, voci, facce e quant’altro – svolgono invece una funziona opposta: arrestano la dialettica, pongono fine bruscamente al gioco della confutazione, propongono con il loro semplice esserci un’evidenza capace di resistere ad ogni dubbio. Possono farlo perché sono oggetti qualsiasi, perché non sono investiti dalla luce del sapere, da quella luce che scende sempre dall’alto in perfetta perpendicolarità alla superficie. Un oggetto qualsiasi non vuole dire nulla, piuttosto afferma sé ottusamente, dunque irresistibilmente. La luce non lo investe dal di fuori, semmai si irradia dal suo nocciolo opaco, dalla sua dura roccia, sulla quale, secondo una celebre metafora, cara, credo, a Fiori, la vanga della ragione dialettica si spezza.

 

C’è traccia di questo oggetto nella scrivania fotografata? Forse si. Bisogna però andare all’estrema sinistra (per chi guarda) , dalle parti delle bollette (loro sono ancora Oggetti significanti in modo univoco l’ordinarietà quotidiana). Lì si trova un biglietto dell’autobus. La visione della sua lieve spiegazzatura da uso recente suscita un’emozione e un imbarazzo analogo a quello che si prova, come recita una vecchia poesia di Fiori (di cui non ricordo né titolo né collocazione e che spero di non inventarmi per l’occasione…), quando sul metrò, afferrando per non cadere la sbarra di metallo, si sente il calore della mano che ci ha preceduto nella presa. Ecco, quell’impressione “fotografa” veramente un passaggio, è il sudario indubitabile di una assenza, mostra insomma quello che la rappresentazione, con la sua disciplinata catalogazione di Oggetti ultrasignificanti, cancella invece dallo sguardo.
 

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Fotografia di Giovanna Silva

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