Tavoli | Walter Siti

In uno dei suoi libri Walter Siti racconta di quando, giovane laureato di belle speranze, lo spedirono a fare una qualche ricerca sugli scartafacci del Pascoli. Una sera però, con la corriera che tarda e la pioggia che batte, a Walter viene un gran mal di pancia; suda, si agita, decide infine di liberarsi lì in una fratta. Passata l’emergenza si fruga nelle tasche, non sa con cosa pulirsi, s’imbatte in una di quelle sudate, preziose carte. E capisce in un istante, una volta per tutte, che la devozione del filologo non sarà mai la sua.

 

L’episodio, vero o con molto maggiore probabilità inventato (sulla falsariga di un’indimenticabile coprolalia a tema pascoliano di Alberto Arbasino), fa il paio con un’altra dichiarazione di Siti alla quale credo di aver avuto accesso, invece, solo in forma privata. Secondo la quale il suo vero tavolo di lavoro sarebbe in realtà il letto in cui dorme: ma dove pure legge, prende appunti e butta giù le primissime idee di quello che scrive.

 

Con questi presupposti era dato figurarsi, nello studio di Siti, un tavolo ingombro d’un caos di carte, maculato d’inchiostro, bruttato di secrezioni in disordine – al modo, per dire, del letto di Rauschenberg. E invece è un ordine maniacale quello che perimetra questa superficie: con le sezioni ortogonali, come dall’aereo quelle di un polder olandese o di un latifondo del midwest americano, dei quaderni (com’è ovvio, severamente monocromi), delle cartelline, delle squadratissime risme di carta. Anche penne e matite tendono a seguire il medesimo ordine vettoriale. E le tre superfici circolari (cesto portacarte, base della lampada, bicchiere degli evidenziatori), per non disturbare troppo questo Mondrian, umiliate in un angolo (Ornamento, Delitto, Castigo – dixitsempre Arbasino).     

 

Un ordine superegoico non troppo distante insomma – accuratamente potate, si capisce, le fioriture liberty dell’arredo; e abbracciata in loro luogo una sobrietà lignea, scandinava, da Teatro povero – da quello della famigerata stanza di Castelvecchio, con le archetipiche tre scrivanie pascoliane. Lo sregolamento, l’eccesso, l’inquietudine non possono che fondarsi sulla più strenua Prussia interiore. 

Fotografia di Giovanna Silva

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