La poliomielite e il Popolo eletto

C’è oggi ancora qualcuno, molti anni dopo i vaccini Salk e Sabin, che ricordi il vecchio mondo di poveri sciancati nel quale si viveva sul finire degli anni Trenta? Compagni di scuola, amici, cugini che stavano stretti con noi arrancando verso il futuro comune.

 

C’erano le epidemie di poliomielite, un fatto quasi nuovo nel XX secolo che colpiva i Paesi che erano usciti dal fetore infetto di quella realtà oggi scomparsa ma rimpianta da troppi. Era successo questo: da generazioni la poliomielite, il suo virus assaliva l’umanità, ma la mancanza di igiene, i rivoli fetidi per le strade, i cibi malconservati, lo trasmettevano a tutti, che, inconsapevolmente, si vaccinavano e lasciavano in eredità gli anticorpi ai loro figli che contraevano, sì, la poliomielite, ma la sopportavano trasformata in qualcosa di simile a una lieve, innocua, influenza.

 

Poi iniziò uno dei miracoli della modernità: l’igiene pubblica. Nessuno più contrasse il virus in Canada, Australia, Stati uniti, Inghilterra, nei Paesi civili e evoluti, perfino un po’ nel nostro per la blanda efficacia della rozza igiene del regime fascista. Ma il virus era vivo e in agguato, cosicché i figli di quelli che per primi avevano vissuto in un mondo pulito e non si erano ammalati, non avevano più potuto ereditare gli anticorpi e perciò erano inermi di fronte al terribile nemico. Morivano o divenivano sciancati per il resto della loro vita.

 

Alla fine degli anni Trenta, in via Berthollet 39, a Torino, mentre la mia famiglia pativa con una banale indigenza l’inizio delle leggi razziali, si fece avanti un giovanottello di forse 15 anni, con i capelli rossi rossi, tutti ricci, il volto bello e radioso, che esprimeva felicità di vivere e di vedere. Non aveva quasi le gambe, contorte dalla poliomielite. Luigino, così si chiamava, e si era tanto abituato alle grucce da trotterellare in modo buffo per il borgo San Salvario, oggi infamato. Un po’ infamato era anche allora, quando di immigrati senegalesi non si parlava nemmeno. Niente giganti neri che cioncolassero dinoccolati attorno al Tempio Ebraico, ma questa non era la principale differenza da oggi: spirava, nel quartiere, un’aura strana che chiamare di solidarietà sarebbe certamente esagerato, ma possedeva la virtù di toccare, fin nel profondo, le anime sensibili come quella del mio papà.

 

Io non riesco a capire, adesso, se, oltre che sensibile, il papà fosse anche buono e non lo capisco perché, siccome era di indole ingenua, non riusciva a trasformare in sistema la sua interiorità misteriosa. Viveva di impulsi, o almeno solo quelli di lui si vedevano, e da quelli sono stato educato, e quelli infatti sono ora dentro di me, dove vivono appartati negli appositi sgabuzzini che teniamo quasi sempre chiusi per una sorta di malinteso pudore.

 

Una volta, quando crollò di schianto il ponte di Moncalieri, il garzone del macellaio – uno dei giovani che il papà trattava con affetto e rispetto, quei sensi che si debbono a chi vivrà nel futuro – fu travolto con la sua bicicletta e stritolato dai blocchi di granito, semisommerso dalle acque torbide e tumultuose del Po. Lo sventurato faceva cenni con le braccia, guardando con fiducia la folla sulle rive che lo guardava invece con orrore, mentre lui attendeva sicuro un aiuto che non poteva arrivare. Scomparve con quello sguardo di fiducia nell’immenso fiume in piena, e nessuno trovò più il suo misero corpo di garzone ciclista. L’aura di Borgo San Salvario, di quello di allora, si ribellò a un così atroce destino e entrò dentro il papà, che scansò il piatto della minestra, si coprì il volto con le mani, continuando a ripetere: “Chiedeva aiuto, chiedeva aiuto a chi non glielo poteva dare. Con le braccia, con le braccia, con le braccia…”

 

Luigino dunque cominciò l’assalto alla nostra famiglia del Popolo Eletto con me e mio fratello Roberto. Un’amicizia che permane anche adesso che sono settant’anni che non lo vedo più se non nel mio cervello, e spero che viva ancora fuori dai miei neuroni. Ma temo ormai non più.

 

Quando l’amicizia si fu consolidata, lui arrivava arrancando al quarto piano – allora gli ascensori ce li avevano solo i ricchi – e riusciva a portare fagotti di libri che ci imprestava per farceli leggere. Io avevo 7 anni o poco più e non capivo che quell’accesso alla lettura che lui trascinava con sé era una forma di soccorso, oltre che di solidarietà. La mamma, nell’aprirgli la porta, gli diceva con una voce e un volto pieni di una riconoscenza della quale non capivo il perché: “Grazie, Luigino, bravo, ma guarda che Aldo e Roberto sono bambini piccoli, e i libri che gli porti tu non so se li capiranno tutti. Comunque entra e facci vedere cosa ci hai portato questa volta”.

 

La mamma si sbagliava, e di tanto, perché arrancando anch’io sul mio minuscolo pensiero di bambino, per merito di Luigino ho letto “Zanna bianca”, “Il cuore dei tre”, e non solo Jack London, ma anche Kipling “Jim della giungla”, “Capitani coraggiosi”, e la mamma, con tutta la sua saccente protezione della nostra infanzia, non mi seppe dire, a suo eterno disdoro, che cosa significava Quinquamaio. Certo, capiva il significato elementare del termine che si riferisce a uno che pesca con 5 ami, ma non quel che, già allora, Luigino lo zoppo mi spiegò: “Si deve pescare con un amo solo, capisci, perché bisogna essere leali perfino con i pesci. Quinquamaio per Kipling, vuol dire vigliacco, uno che non sta alle regole”. Fu così che cominciai a chiamare quinquamaio i miei compagni di scuola, quelli cioè che non mi piacevano tanto. Al sicuro però, per fortuna, perché loro non avevano ancora letto “Capitani coraggiosi” perché non erano amici di Luigino. Venne poi l’epoca nella quale, alla Scuola Ebraica “Colonna e Finzi”, ognuno diceva all’altro: “Quinquamaio”. Sono sicuro che, se dico adesso, al mio amico Giuseppe: “Quinquamaio”, lui mi risponde automaticamente: “Quinquamaio sarai tu”. Sono insulti da vecchietti, da non prendere sul serio, come quelli dei bambini.

 

Io comunque “Capitani coraggiosi” a Luigino non l’ho restituito, e il mio furto di allora campeggia ancora nella mia biblioteca, inserito però nel settore “Seconda Guerra Mondiale”.

 

Non mi soffermo sull’ordine schizofrenico con cui tengo i libri, per passare a una cerimonia che avevamo inventato, io e Roberto, dopo aver letto Jack London. Ci accoccolavamo con aria truce sulle piastrelle fredde del corridoio e cantavamo in coro l’inno dei cacciatori del Canada, e lo cantiamo ancora oggi. Era notte, una notte ghiaccia e stellata, e fra me e mio fratello, tutti coperti da pellicce d’orso con i colbacchi immaginari tirati giù fin sotto le orecchie, davanti alla porta di casa, fra il gabinetto e il salotto buono, c’era un gran fuoco sul quale abbrustoliva intera una renna e, mentre il fumo saliva verso Betelgeuse e Aldebaran, cantavamo: “Va su in cielo, proprio in cielo, va su in cielo la renna del Canada”. La musica della canzone inventata da me e Roberto non è un granché, ma se un giorno ci incontrerete, ve la potremo cantare, se avete le orecchie adatte a sopportare note prive di pentagramma. La colpa è di Luigino.

 

Così, un giorno, quando il rosso, tutto zoppo, salì a casa nostra e non chiese di noi, e neanche aveva i suoi soliti librini, ci restammo un po’ male, perché chiese invece del mio papà, e si chiuse con lui nel suo ormai inutile studio da musicista. Pensammo, lì per lì, la cosa più ovvia, che anche il nostro amico volesse imparare a suonare il violino, e che quella potesse essere la sua prima, spaventevole, lezione di solfeggio. Ma dallo studio giungeva solo il sussurro di Luigino e la voce di mio padre che diceva: “No… no” invece che “Do... do”. “Magari dopo, quando sarà tutto finito, e tu sarai un po’ più grande, ma adesso no, proprio no…”.

 

Fu allora che io e Roberto decidemmo di mettere in atto la nostra solita azione di commando, che consisteva nell’entrare di scoppio nello studio del papà berciando corbellerie, tanto per veder quel che capitava e far sentire la nostra feroce presenza prima di essere cacciati a pedate nel culo. E passammo all’azione. Ma quella volta lì non riuscimmo a berciare.

 

Il papà stava in piedi, chinato sul piccolo uomo, lo abbracciava, gli accarezzava la testina di fiamma, e intanto piangeva. Era arrivato uno dei suoi soliti impulsi.

 

Luigino stava implorando il papà di farlo diventare ebreo, e nei molti anni che ho avuto per riflettere su quella strana scena, ho capito che entrare nell’orda del Popolo Eletto per Luigino non era un atto di solidarietà, e forse nemmeno di giustizia, e nemmeno di pietà, era il tentativo di unirsi tutti assieme per traversare il deserto del peggio che si stendeva allora di fronte a noi sconosciuto nel suo mistero. Luigino aveva anche lui paura, come noi, era umiliato, come noi. Impotente, come noi. Nessuno lo aiutava.

 

Il papà gli spiegava fra le lacrime che non era rabbino, che credeva in Dio Kadosh Baruchuh, ma non era osservante e nemmeno chirurgo. Era un violinista, peggio che licenziato, proscritto. Ma aveva torto anche lui come la mamma, e aveva ragione come sempre Luigino.

 

Perché quel primo, esile maestrino della mia vita, se fosse vissuto in Germania, Paese dall’igiene pubblica impeccabile, sarebbe stato una “bocca inutile”. E sarebbe morto, assieme a noi.

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