Il processo Eichmann

Si era nei primi anni Novanta, racconta in Il processo Eichmann, pubblicato da Einaudi, la storica Deborah Lipstadt, americana, esperta delle questioni della Shoah. A Washington si stava mettendo in piedi il Museo dell'Olocausto (Lipstadt ne era tra i consulenti) e a un certo punto si pose la questione se esporre dei capelli delle donne prigioniere o assassinate, donati dal museo di Auschwitz. Al contrario del culto cattolico delle reliquie, l'esposizione di una parte del corpo significa per gli ebrei religiosi profanare il morto. Alcuni tra i consulenti erano a favore (per far vedere una prova materiale dell'accaduto nel Lager), altri contro. Alla fine prevalse la voce di una superstite della Shoah che disse: “Potrebbero essere stati i capelli di mia madre. Non vi ho dato mai il permesso di metterli in mostra”.

 

Ad Auschwitz, aggiungo io, i capelli (e parlo dei capelli, cosa intimissima, visto che alle pie ebree è vietato farne mostra in pubblico) sono invece esposti alla vista di tutti: chi ha ideato quel museo lo ha fatto con una chiara intenzione di trasformare il luogo in una specie di Disneyland dell'orrore (e stiamo parlando degli anni Cinquanta in una Polonia comunista). A Washington invece i capelli non si vedono. Lipstadt annota infatti, che a un certo punto “I sopravvissuti, parlando in prima persona singolare, avevano un'autorità semantica, storica e morale che andava oltre gli psicologi, gli ideatori della mostra, gli storici e altri esperti”. Il cambio di registro della nostra memoria collettiva, Lipstadt lo fa risalire al processo Eichmann, appunto.

 

L'autrice, per certi versi, è stata costretta a occuparsene: nel 1996 il negazionista David Irving la citò in giudizio per diffamazione. Preparando la propria difesa (con successo) Lipstadt è tornata ad indagare e riflettere sul processo Eichmann. Ne è venuto fuori un libro ricco di spunti per ulteriori analisi, ipotesi, e anche per la ricostruzione della storia della memoria della Shoah. Una cosa di strettissima attualità, questa, per una ragione semplice e palese: la Shoah ha assunto in Occidente una dimensione metapolitica, metastorica, verrebbe a dire quasi metafisica: tanto che appunto, il negazionismo, il tentativo di dire che non ci sia stata, è in molti Paesi un reato penale. Ed è in nome della Shoah che si giustifica oppure si condanna, spesso, le politiche dello Stato d'Israele. Lipstadt invece, nella prima parte del libro (nella seconda analizza il celebre La banalità del male di Hannah Arendt), ci riporta ai fatti.

 

Non li riassumeremo qui. Ma alcuni andrebbero ricordati. E allora, l'annuncio della cattura di Eichmann in Argentina risale al 23 maggio 1960; il processo inizia l'11 aprile 1961, si tiene in una sala da teatro, Bet Ha'am (casa del popolo), appena inaugurata a Gerusalemme; un anno dopo, il 31 maggio 1962, il criminale nazista responsabile dello sterminio degli ebrei, viene impiccato nella prigione di Ramla, il corpo bruciato, le ceneri sparse nel mare, nelle acque internazionali. Quando Eichmann viene catturato, siamo ad appena 15 anni dalla fine della guerra mondiale, a 16 anni dalla conclusione della “soluzione finale del problema ebraico” e a 12 anni dalla nascita dello Stato d'Israele.

 

Il dramma intorno al personaggio e alle sue gesta, che sconvolge (questa è la tesi di Lipstadt) la popolazione dello Stato ebraico e cambia il linguaggio della nostra memoria, dura due anni. Il tempo trascorso dai fatti è breve, il tempo del dramma rappresentato a Bet Ha'am invece lungo. In altre parole: i testimoni hanno ancora la memoria viva di quello che è successo loro. E il processo è una specie di epifania di quella memoria, non ancora (non sempre) filtrata da considerazioni ideologiche, religiose, politiche. E in questo vengono in qualche modo incoraggiati dal pubblico ministero, tanto criticato da Hannah Arendt, Gideon Hausner.

 

 

Ma se l'intento di Hausner era politico e metastorico (come sosteneva appunto Arendt): dimostrare cioè che fuori da Israele non c'è salvezza per gli ebrei, il risultato fu un salutare shock. La gente ha cominciato a capire che ci sono delle situazioni in cui davvero non c'è salvezza possibile. In altre parole: se prima del processo i sopravvissuti erano visti, in Israele, con sospetto (come mai sono riusciti a sfuggire alla macchina della morte?, e perché non si sono ribellati?, domanda ripetuta più volte, da Hausner durante il procedimento), dopo è diventato più chiaro quale era il vero volto dello sterminio. E del resto, di quello che accadeva nell'aula del processo, Lipstadt dà una sintesi magistrale. Non la ricostruiremo, appunto, qui.

 

E invece è molto interessante il contesto generale, specie se paragonato a oggi. Oggi, quasi tutti noi abbiamo alcune certezze, riguardo allo Stato d'Israele, la Shoah, la sua percezione e al ruolo che la memoria dell'Olocausto ha negli Stati Uniti e in Occidente in genere. Non era così nei primi anni Sessanta. E Lipstadt lo dimostra. Quando Eichmann viene rapito dagli agenti del Mossad il mondo non plaude. Non è scontato che Israele possa aver diritto di portare sul suo suolo un criminale nazista. Non è scontato che lo Stato ebraico rappresenti la memoria di sei milioni degli ebrei uccisi in Europa.

 

Per prima cosa, le autorità argentine protestano contro il “sopruso”. Tanto che il premier David Ben Gurion è costretto a chiedere scusa al presidente argentino Frondizi. Non solo, Buenos Aires minaccia di ricorrere al Consiglio di Sicurezza dell'Onu. E gli Stati Uniti sembrano appoggiare la richiesta di restituzione di Eichmann all'Argentina. L'atteggiamento di Washington muta, nota l'autrice, nel momento in cui l'Unione sovietica fa capire che avrebbe potuto chiedere la riconvocazione del tribunale di Norimberga.

 

Aggiungiamo noi, Washington voleva scongiurare questa eventualità, perché la guerra fredda ha posto fine alla ricerca dei criminali nazisti. Altre erano le urgenze che non rivangare nel passato della Germania, Paese che faceva parte dello schieramento occidentale anticomunista. E dove il capo della cancelleria di Adenauer era Hans Globke, uno degli autori delle legge razziste di Norimberga (1935). Ad esprimere l'ammirazione per Israele e il Mossad è invece la sinistra: lo scrittore Ernesto Sabato loda il fatto che il criminale sia stato portato davanti a una corte di giustizia e non “finito sul posto” dai ragazzi che lo hanno catturato.

 

Critiche contro Israele si leggevano sui giornali mainstream americani. Il Washington Post parlava della “legge della giungla”, e di un Israele “invasato di vendetta”. Il settimanale Time stigmatizzava “il disprezzo della legge internazionale”. Il Christian Science Monitor paragonava Israele ai nazisti, mentre la destra Usa parlava apertamente di un processo che favorirebbe il comunismo internazionale. Neanche gli ebrei statunitensi erano teneri con Israele. I leader dell'American Jewish Committee (AJC) chiedevano a Ben Gurion di consegnare Eichmann ai tedeschi, oppure di impostare il processo mettendo al centro i crimini contro l'umanità e non contro gli ebrei. La loro preoccupazione, fin dalla nascita dello Stato d'Israele, era quella di non essere sospettati di una “doppia lealtà”. Volevano essere cittadini degli States, senza alcun legame con lo Stato ebraico, o almeno quello era il messaggio.

 

 

Resta da comprendere cosa è successo nel frattempo e perché. Per sommi capi: il sionismo di stampo laburista, formatosi ai primi del Novecento sulla scia delle utopie collettiviste per lo più russe dell'epoca, non pretendeva di rappresentare “tutti gli ebrei”. Anzi, i pionieri in Palestina erano convinti di essere avanguardie rivoluzionarie. Lo scopo era quello di costruire un “ebreo nuovo”, agricoltore, soldato capace di difendersi, pratico della vita, laico. La Diaspora e i modi di vita “da ghetto” erano condannati in quanto “reazionari”.

 

Questa percezione di se stessi e dell'ebraismo comincia a cambiare con l'avvento al potere di Hitler e con la massiccia immigrazione in Palestina degli ebrei tedeschi: colti e “borghesi”. Ma la condanna della Diaspora persiste, anzi si rafforza, durante la Shoah e immediatamente dopo. Uno dei leader dell'insurrezione nel ghetto di Varsavia Itzhak Zukerman, quando dopo la guerra approda in Israele, si sente dire da Yigal Allon, uno dei capi del movimento laburista: “Voi sapete come morire, noi sappiamo come vivere e lottare”. Nello slang dei giovani israeliani i superstiti sono chiamati “saponette”. Certo, sotto la pressione dei superstiti viene fondato il memoriale Yad Vashem a Gerusalemme e viene istituita la Giornata della Memoria e dell'Eroismo (il binomio non è causale; si commemorano le vittime, perché c'era la lotta), ma la rivoluzione si ha, appunto, con il processo Eichmann.

 

Il procuratore Hausner vi stabilisce (altro punto criticato da Arendt) una continuità assoluta tra tutte le forme dell'antigiudaismo, fin dal Medioevo e lo sterminio nazista. E Ben Gurion capisce che il ricordo della Shoah dà un fondamento formidabile alla legittimità di uno Stato che sta lottando per la propria sopravvivenza. La rivoluzione non è strumentale, è sincera. E prosegue con la scoperta, negli anni Settanta, da parte dell'ebraismo americano, della memoria dell'Olocausto, ma anche della forza di Israele, dimostrata durante al guerra di Sei Giorni, nel giugno 1967. Tra serial tv, film e libri di memorie non ci si vergogna più di essere stati vittime; visto che nel frattempo si ha lo status di cittadini a pieno diritto negli Usa, e comunque di una potenza regionale nel Medioriente. Anzi, lo si rivendica, a monito “mai più” (basato sull'integrazione nelle società occidentali, e sempre sulla forza delle armi israeliane).

 

E ancora, negli anni Settanta, l'egemonia laburista crolla. In Israele al potere arriva la destra; per la quale l'ethos pionierista e avanguardista è da condannare e comunque è obsoleto. Israele comincia a diventare una società capitalistica vera con una punta avanzatissima nel settore hi-tech. Il nazismo è invece presente. Così nel 1982, Begin vede in un Arafat assediato a Beirut una reincarnazione di Hitler. E si può proseguire raccontando quanto oggi i giovani liceali israeliani vadano in Polonia a visitare i campi di sterminio. Vi portano bandiere israeliane cantando inni patriottici: “mai più”, appunto, fino a una sessione della Knesset, il parlamento, ad Auschwitz e fino al sorvolo del Lager da parte degli aerei militari israeliani (criticato da uno dei padri di Yad Vashem, e lui stesso superstite della Shoah, Yehuda Bauer), qualche anno fa.

 

Ma qui andiamo oltre il libro di Lipstadt su Eichmann a Gerusalemme. Che comunque va letto per comprendere come si costruisce una memoria. L'uso di questa memoria (anche dalla parte dei critici di Israele) è un'altra storia. Forse, vale comunque la pena approfondirla, e presto.

 

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