Treno notte direzione Ucraina

Un'estate a Leopoli

Due estati fa, ad agosto, sono andata a Leopoli. Ero già stata in Ucraina. A Kiev, per un convegno qualche anno prima. Ma adesso è diverso. Non devo lavorare, non girerò per ambasciate e università. E poi questa volta c’è Giacomo, mio figlio. Siamo partiti da Cracovia con il treno che durante la notte attraversa il confine. Un treno che parte un giorno sì e uno no.  Molti anni fa partiva tutti i giorni. Ci andavano i nipoti a trovare d’estate i nonni, o i ragazzi le fidanzate. Perché un tempo Leopoli (L’viv, in ucraino) era polacca. Prima che i sovietici la invadessero nel ’39 dopo il patto Molotov-Ribbentropp. Prima che ci tornassero nel ’45, a guerra finita, da vincitori.

 

Leopoli Mattazzi Doppiozero

 

Siamo soli in un cuccetta da tre. Sul letto, in regalo, salviette, spazzolino da denti da viaggio, sapone. Alle due di notte bussano. Dogana polacca. Controllo passaporti. Giacomo dorme. Una signora in divisa mi sorride, punta la pila sul viso di Giacomo che si sveglia e la guarda inebetito. “Le somiglia”, mi dice in inglese. Sorrido. Non mi riaddormento. Rimango al buio, in ascolto. Rumori metallici, forse una carrozza viene staccata. Dopo un’ora bussano di nuovo, dogana ucraina. Un ragazzo, questa volta, sì e no venticinque anni. Tono sbrigativo, ma quando capisce che non parlo la sua lingua e sono italiana sorride. Faccio il gesto di svegliare Giacomo, fa segno che non importa. Con lui niente pila in faccia. Dormo. Alle 5, bussano ancora. Questa volta è il capotreno che mi chiede se voglio tè o caffellatte. Alzo la tendina di tela cerata e guardo fuori dal finestrino. Case basse, orti di campagna, il sole del mattino è già luminosissimo. Nidi di cicogne sui tetti. Giacomo si sveglia. Siamo in Ucraina.

 

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In stazione ci aspetta Emiliano. Prendiamo un tram per andare in città. Qui, qualsiasi cosa sia meccanica è rimasta ferma agli anni Sessanta. Le automobili. Gli autobus. Il tram su cui siamo saliti, con la macchinetta obliteratrice che assomiglia a un punzone da ciabattino, di quelli per fare i buchi nelle cinture di cuoio. Emiliano mi indica la strada fuori dal finestrino. “Hai visto?”. La strada ha tre corsie. Una centrale su cui passiamo noi insieme ad altre macchine. E due laterali, dove le macchine vedo che vanno continuamente a zig zag per evitare buche grandi come pozzanghere. “Hanno asfaltato la strada per i Mondiali di calcio. Ma probabilmente non avevano i soldi per asfaltare le altre due carreggiate”.

 

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Tutta Leopoli, me ne accorgerò presto, è così: una città a due corsie. La Leopoli asfaltata per i Mondiali. Delle case appena ristrutturate nel centro storico. Dei tavolini all’aperto nella piazza del Municipio. E la Leopoli a buche, quella dei palazzi fatiscenti appena due metri più in là, appena girato l’angolo. Io ho scelto di vivere nella seconda delle due. Staremo nella casa del signor Jan che ci affitta una stanza. Saliamo. Il signor Jan è polacco. Uno dei pochi polacchi che dopo il ‘45 hanno scelto di restare. Lo saluto in inglese, mi guarda, si stringe nelle spalle. Non sa l’inglese. Iniziamo una conversazione a gesti che andrà avanti e si affinerà nei giorni a seguire. Un po’ di parole polacche (le poche che conosco), un po’ di parole in latino, rubate alla liturgia. Come tutti i vecchi polacchi, tiene in cucina una foto di Karol Wojtyla. Me la mostra, come per presentarci. Sorrido a entrambi. Il signor Jan non parla neppure il russo. E neanche l’ucraino.

 

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L’unico tramite linguistico con la città è suo figlio (“filius meus”, dice lui). Mi mostra la stanza. Mi spiega come funziona il bagno. In questo quartiere c’è l’acqua corrente solo al mattino. Per il resto bisogna usare le bottiglie da un litro che stanno sotto il lavandino. Devo ricordarmi di riempirle sempre prima di uscire (ancora una volta una città a doppia andatura: Emiliano, nel suo studentato in centro, può fare la doccia a tutte le ore). In bagno, vicino al wc c’è un rotolo di carta igienica con accanto un pacchetto di fogli di giornale, tagliati uguali, a rettangolo, a formare una pila. Puoi usare l’una o gli altri, mi indica, come vuoi.

 

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Mi sono chiesta spesso in quei giorni, come dovesse essere la vita del signor Jan. Cosa volesse dire vivere in una città in cui, da un giorno all’altro, i nomi della strade vengono scritti in un altro alfabeto e nessuno parla più la tua lingua. E mi sono anche spesso chiesta come dovesse essere vivere lì per chi a Leopoli ci è arrivato. Per gli ucraini, per i russi. Come dovesse essere girare per strade e piazze che parlano di una storia che non è la tua. I palazzi del centro portano ancora tutti gli stemmi nobiliari delle famiglie polacche che un tempo li abitavano (palazzo Potocki, il più bello di tutti, lo riconosco subito dallo scudo con croce a cinque braccia in campo azzurro). In un palazzo verde dietro il Municipio, i busti di Mickiewicz, Kochanowski, Fredro fissano i passanti con aria benevola. Li avranno riconosciuti i soldati russi, entrando in città, nel ’45?

 

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Li conoscono i ragazzi ucraini di oggi? Probabilmente no. Si saranno abituati nel giro di poco a vivere in una città stratificata, in una città di mescolanze, di sopravvivenze e fantasmi. In una città con una cattedrale armena che un tempo condivideva spazi e anime con una sinagoga tra le più importanti della regione. Se la cattedrale armena oggi è ancora in piedi, con le ombre viola e oro dei suoi affreschi Art Nouveau, del quartiere ebraico non rimane più alcuna traccia. Dove c’era la sinagoga, adesso c’è un parcheggio, improvviso vuoto urbano, cicatrice muta, cratere a cielo aperto. I 100.000 ebrei di Leopoli, spariti nel nulla tra il ‘41e il ‘43, ammassati, bruciati, sotterrati chissà dove, sono tutti in quel cratere.

 

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Nella piazza centrale - con i caffè all’aperto, le fontane neoclassiche e i lampioni ottocenteschi come a Vienna - un po’ spostato sulla destra, c’è un parallelepipedo di metallo grigio. Un distributore di acqua e soda. Qualche settimana fa, in un libro che sto traducendo, Simone de Beauvoir - in viaggio a Mosca con Sartre nel ’65 – descrive esattamente lo stesso distributore: “Le persone assediavano i distributori automatici che sputavano fuori per un copeco acqua più o meno fresca, e per tre coperchi soda dal gusto vagamente fruttato…”. Esattamente,  proprio quello, solo che il mio non va a copechi, ma a grivne. Indico a Emiliano il bicchiere di vetro sotto il rubinetto automatico. Un solo bicchiere? “Sì” dice. “È il comunismo: un unico bicchiere per tutti”.

 

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A Leopoli il comunismo non sopravvive solo nel distributore automatico di soda. Anche parecchie librerie sono ancora di stampo sovietico: i libri non sono a portata di mano dei clienti, ma stanno dietro a un bancone, li devi chiedere alle commesse che li vanno a prendere e te li fanno vedere. Vado in Posta per spedire un regalo a un’amica. La funzionaria, gelida, disfa il mio pacco in malo modo. Vaga sensazione addosso di essere in torto, o comunque di troppo. “Negli uffici pubblici è sempre così; in più tu sei straniera, sei un impiccio”.

 

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Nella mensa universitaria dipende molto dall’età. Le inservienti sulla cinquantina mi trattano molto male, sbuffano quando si accorgono che non capisco. Quelle giovani invece si fermano, mi spiegano in inglese cosa c’è nel piatto. Nel caffè di piazza Rynok, dove andiamo sempre a fare colazione io e Giacomo, il menù è in quattro lingue: russo, ucraino, inglese e francese. Parlo un po’ in francese con il cameriere, un ragazzino biondo sui sedici anni. Questo caffè è una cosa da ricchi. Una nostra colazione (l’equivalente di dieci-dodici euro in due) è decisamente fuori portata per qualsiasi ucraino. Una delle prime mattine al caffè mi avvicina una signora anziana, con il fazzoletto in testa. Ha un cestino con tre mazzi di fori. Gliene compro uno. Farò così per tutto il mio soggiorno.

 

Leopoli Mattazzi Doppiozero

 

Le strade di Leopoli sono piene di signore che vendono fiori, oppure qualche pannocchia, ceste di piselli, tutte cose che provengono chiaramente dal loro giardino. Chi non ha pannocchie, piselli o fiori vende una pentola, un mestolo, un pezzo di stoffa. Sono solo le donne, le anziane, a vendere le proprie cose per strada. Uomini non ne vedo mai. Li vedo magari frugare la sera nei cassonetti della spazzatura, all’uscita della mensa universitaria, insieme alle donne, ma nulla più di questo. Nel quartiere armeno c’è un mercato vero e proprio. Qui i banchetti sono molto più strutturati. Oggetti di legno tremendamente kitsch, ma anche vecchie icone. Un contadino hutsulo vende cappotti a fiorati e cinture che sembrano uscite da una fiaba. Una signora mi vende una spilla d’argento con un’acqua marina. Si capisce benissimo che era la sua di quando era giovane. Le sorrido.

 

Leopoli Mattazzi Doppiozero

Una sera c’è fermento in città. Una specie di “Notte dei musei”. Aprono alcuni spazi ancora mai visti dal pubblico, li hanno appena sistemati. Andiamo a vedere i sotterranei del Convento dei Domenicani. Un labirinto di corridoi, con statue di cera disposte qua e là che - a quanto capisco - rievocano episodi truculenti della storia di Leopoli. È pieno di ragazzi che fanno un gran chiasso, si divertono a farsi fotografare accanto ai manichini insanguinati. C’è la televisione. La ragazza che sta realizzando il servizio, quando sa che siamo italiani, giornalisti, ci ferma, ci intervista. Ci piace l'Ucraina? Lo chiede a me, lo chiede a Giacomo. Cosa ne pensiamo di questa Notte dei Musei? Assomiglia alle nostre in Italia? Cosa ne pensiamo dei Mondali di calcio? Continua a domandarmi. Cosa pensa l’Occidente di noi, come ci guarda? Mi chiedono i suoi occhi. Lo sapete che stiamo arrivando? Lo sapete?

 



L’ultimo giorno saluto il signor Jan. Ormai abbiamo raggiunto un’intesa mimica incredibile. Siamo perfetti. Sono sulla porta, faccio per uscire. Mi ferma. Chiama Giacomo. Gli fa capire che deve avvicinarsi a lui. Giacomo si avvicina. Con aria di mistero estrae a fatica qualcosa dal suo orecchio. Alla fine ci riesce, è una moneta. Poi tira fuori dalla tasca di Giacomo, per magia, una biglia rossa. E poi ancora un’altra blu, dalla tasca opposta. Giacomo finge di stupirsi per questi giochi di prestigio. Lo abbraccio. Parto.

Fotografie di Isabella Mattazzi

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