Strand e Zavattini: c’era una volta Un paese

Che strana sensazione aprire Un paese riedito da Einaudi e sfogliare le sue pagine, guardare le fotografie di Paul Strand e leggere le parole di Cesare Zavattini. Strano, perché le poche immagini del fiume Po che ci sono, salvo qualche dettaglio, come il ponte di barche a Viadana, potrebbero essere state scattate nei mesi scorsi, mentre il paese, Luzzara, non c’è più, o meglio ora è un altro paese. Pubblicato sessantasei anni fa, nell’aprile del 1955 questo libro ci mostra un mondo scomparso, quello appena uscito dalla Seconda guerra mondiale e da una guerra civile che da quelle parti era stata particolarmente dura e crudele, per entrare di lì a poco nella immancabile modernità italiana. Si può dire che Un paese segni la fine del neorealismo passando dal campo del cinema a quello della fotografia, dopo essere transitato attraverso la letteratura, e al tempo stesso questo libro inaugura un capitolo della sociologia visiva del nostro Paese, dell’Italia, nuovo e originale. 

 

La storia del libro ha tre protagonisti: Paul Strand e Cesare Zavattini, attori principali, e il team della casa editrice Einaudi composto da Giulio Einaudi, Giulio Bollati, Italo Calvino e Oreste Molina, attori secondari eppure decisivi, perché senza di loro il libro non ci sarebbe stato e non come è stato pubblicato: grafica, formato, carta, qualità di stampa. Zavattini aveva da tempo in mente di realizzare un progetto: costruire una serie di libri, “Italia mia”, come racconta nell’introduzione a Un paese. Pensava di sguinzagliare in giro per la penisola, nei piccoli centri ma anche nelle città maggiori, dei giovani fotografi muniti di macchine fotografiche leggere e portatili – Leica o Condor –, per scattare immagini e raccogliere parole delle persone comuni: impiegati, contadini, balie, ferrovieri, disoccupati. Insomma, il prolungamento di quello che aveva già fatto mescolando storie pensate e occasioni inattese con i film. Il progetto però non prendeva forma per molteplici ragioni, tra cui quella che il vulcanico Za mille ne pensava: la testa troppo piena di progetti e troppo poco tempo per realizzarli. Qui entra in scena Paul Strand. 

 

© Paul Strand Archive/Aperture Foundation.


Il fotografo americano, nato nel 1890 a Brooklyn, aveva anche lui un progetto simile. Ispirato dalla lettura dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters e da un libro di Sherwood Anderson, Winesburg, Ohio, come spiega Laura Gasparini in un ampio saggio, voleva ritrarre gli abitanti di una cittadina. Strand aveva già provato recandosi a Taos: scattare foto e trascrivere le storie dei personaggi che ritraeva. Dopo essersi trasferito negli anni della caccia alle streghe del maccartismo in Francia nel 1949, per sfuggire alle pressanti investigazioni degli uffici federali, aveva ripreso questa idea. Tuttavia non conoscendo bene il paese in cui era arrivato aveva desistito. Nel 1949 incontra lo sceneggiatore, scrittore, umorista Cesare Zavattini al Congresso internazionale di Cinematografia a Perugia, dove Paul Stansky, questo il suo vero nome, figlio di ebrei boemi emigrati in USA, si è recato come presidente della “Frontier Film”, con cui ha realizzato il film Native Land. Strand è convinto che la fotografia possa modificare la società mostrando la “condizione umana”. Per lui l’artista non è separato dalla comunità che ritrae. A questa istanza sociale s’unisce poi un gusto particolarmente raffinato, risultato della collaborazione da giovanissimo con Alfred Stieglitz, fotografo che ha influenzato notevolmente le sue idee estetiche.

 

In questo differisce Strand da quanto andava facendo negli anni Trenta Walker Evans, in giro per le zone povere dell’America e per le strade di New York. La posizione di Strand si può riassumere così: la fotografia d’arte contrapposta al documento fotografico. L’allievo di Stieglitz fotografa ancora con gli strumenti tecnici d’inizio Novecento: non usa le macchine portatili come Walker Evans, con cui coglie le persone a loro insaputa nella metropolitana di New York. Strand si munisce di lastre di vetro di grande formato e di una macchina a soffietto su treppiede, e stampa a contatto. Così farà a Luzzara, come si vede anche nella ristampa di Einaudi, dove a colpire non sono solo i ritratti ma i muri con le viti rampicanti, i dettagli degli attrezzi da lavoro affissi alle pareti o poggiati sulle panche dei ripostigli. C’’è persino il ritratto di un ombrello aperto col manico rovinato a fianco d’un secchio e di un vecchio paiolo. Nessuna di queste è un’istantanea, ma un ritratto da fermo. Eppure saranno proprio queste fotografie all’antica a ispirare alcune delle più belle fotografie di Luigi Ghirri, il fotografo che ha saputo unire in un unico stile Strand e Evans, l’estetica del primo e la mobilità visiva del secondo, la pittura fotografica e l’immaginazione on the road. 

  

© Paul Strand Archive/Aperture Foundation.


A Perugia Virgilio Tosi presenta il fotografo americano allo scrittore italiano. Si rivedono a Roma tre anni dopo, nel 1952, e Strand gli dona un suo libro La France de Profil, che entusiasma Zavattini, il quale nel frattempo sta pensando a “Italia mia”. Il suo progetto proposto a Einaudi prevede che i volumi sulle grandi città siano affidati a Roberto Rossellini, Eduardo De Filippo e Luchino Visconti. Ne ha parlato anche con Bompiani. Agli einaudiani ha scritto: “il neorealismo diventa libro”. Strand, dal canto suo, nel 1952 ha scritto personalmente a Einaudi proponendo un proprio libro sull’Italia, lasciando all’editore la scelta di chi potrebbe scrivere i testi nel volume. Il dado è tratto. Il fotografo americano si mette a girare l’Italia. Sarà un viaggio di un anno, soprattutto al Sud, sulle tracce dei viaggiatori di un tempo: il richiamo dell’esotico? Non trova l’ispirazione giusta e sta per rinunciare. Proprio allora Zavattini, come scrive nell’introduzione a Un paese, gli propone di aprire una carta geografica dell’Italia e di mettere a caso il dito sopra e scegliere in questo modo un luogo qualsiasi. Un gesto poetico: giocare con la fortuna e andare insieme là. La chiamerà con un termine diventato a suo modo celebre: la qualsiasità. Poi Za ha un improvviso ripensamento e propone Luzzara. Si dice: io in fondo non conosco il mio paese. 

  

Strand va sul Po, ma il paesaggio non sembra ispirargli nulla. Poi pian piano si convince che questo è proprio il luogo che cercava. Paolo Costantini, sollecitato molti anni dopo da Luigi Ghirri, ha sostenuto che i due lavori di Strand e Zavattini non si fusero perché ciascuno seguiva il proprio metodo, fino al punto da trovare nel libro un’incoerenza di fondo che ne avrebbe indebolito la forza. In realtà è Strand che fotografa, mentre Zavattini lo insegue con la parola, a volte commentando quello che vede, a volte discostandosi dalle immagini, ma sempre mantenendo una propria identità di scrittura; è lo stile-Zavattini con il suo ritmo sghembo, eppure sempre fluido, la divagazione e il guizzo improvviso, l’uso affermativo e la sua capacità di descrivere non solo il visibile ma soprattutto l’invisibile.   

     

© Paul Strand Archive/Aperture Foundation.


Se si paragona Un paese al libro che Ghirri e Gianni Celati hanno realizzato decenni dopo, Il profilo delle nuvole (Feltrinelli), ci si rende conto che il rapporto tra parola e immagine non è per nulla semplice. L’aspetto didascalico del testo è un rischio sempre incombente. La parola deve infatti gareggiare con la forza immediata e impressiva dell’immagine, per cui ciò che conta per la riuscita di un libro a due è la compresenza di tonalità differenti, ma simili. Meglio: convergenti. Zavattini, da uomo curioso qual era, si è fatto catturare dal lavoro di Strand, che ha visitato il paese in compagnia della moglie, anche lei fotografa, Hazel Kingsbury, che scatta ben 44 rullini (una storia nella storia come si è visto dopo). Za è stupito dalla sua attrezzatura, tuttavia aspetta con fiducia l’esito finale del lavoro. 

   

Nel 1953 Paul e Hazel restano per due mesi a Luzzara. Un inizio difficile, perché il paese appare loro cadente e povero, ma la gente, come diranno, è “meravigliosa”. In effetti più che il paesaggio sono i ritratti che colpiscono nella pubblicazione finale. Il più bello di tutti è quello della famiglia Lusetti, che figura anche sulla copertina del volume, un ritratto che è diventata l’icona visibile della Pianura. Una volta che ha in mano le 90 fotografie di Strand Zavattini scrive per questa immagine la storia della moglie e madre: sposa a 18 anni, partorisce 8 figli maschi e 3 femmine; il marito è bastonato due volte dai fascisti E muore nel 1933 lasciandola in miseria. I fratelli Lusetti, presenti nella foto insieme con la madre, hanno combattuto la guerra in Italia, Francia, Grecia, Germania, Africa, Inghilterra. Ma sembrano che non si siano mai mossi da lì, come se la tragedia della guerra fosse solo un po’ di polvere addosso all’eternità della condizione contadina di quella gente e di quelle terre. Valentino, che parla inglese, essendo stato prigioniero in America, sarà poi la guida e l’interprete di Strand e Hazel, come racconta nella prefazione al volume Zavattini. 

 

© Paul Strand Archive/Aperture Foundation.

 

I cinque personaggi di questa memorabile fotografia sono sulla soglia di casa. Non ci sono immagini degli interni delle abitazioni in tutto il libro, come se Strand volesse cogliere prima di tutto l’esteriorità. Dispone i suoi soggetti nell’aia, o davanti a un muro, magari seduti su una sedia. Una scelta estetica e insieme una forma di discrezione? Non è facile rispondere. Per presentarsi gli abitanti del paese devono stare lì, all’esterno. La famiglia Lusetti. Il punctum della fotografia è la ruota della bicicletta: un cerchio perfetto. Tutto trasuda povertà, a partire dal muro e dalla grondaia malconcia, ma non è miseria, piuttosto indigenza e insieme dignità. Questa parola – dignità – è quella che definisce i tanti ritratti del libro, che sembrano traguardarci da un passato remoto, mentre ci comunicano nel contempo una grande tristezza. Una forma di rassegnazione davanti all’obiettivo di Paul Strand, che si pone come un mediatore tra noi e loro, un intermediario quasi trasparente, apparentemente neutrale. Vuole cogliere il loro sguardo e farlo giungere a noi attraverso il tempo, breve o lunghissimo che sia, quel tempo che ci separa da loro e insieme ce li rende così vicini: volti di una famiglia che è la nostra stessa, che siamo o no nati da quelle parti, lungo il corso del Po, o che invece siamo venuti al mondo in luoghi distanti miglia e miglia da quel “paese” in altri tempi, più fortunati dei loro. I testi di Zavattini sono un racconto nel racconto, un altro modo per restituirci le vicende salienti di ogni singola persona ritratta dalla macchina a soffietto di Paul Strand. 

    

© Paul Strand Archive/Aperture Foundation.


Il terzo “autore” del libro è poi la casa editrice Einaudi a Torino, dove il volume sarà impaginato mettendo insieme fotografie e testi in una unità complicata e assai originale. La storia editoriale del libro vede tra i protagonisti principali Italo Calvino. Il carteggio tra l’autore di Il sentiero dei nidi di ragno e il soggettista e sceneggiatore di Ladri di biciclette è molto interessante e ci racconta del cambiamento culturale che sta avvenendo a quella altezza della storia culturale e letteraria della casa editrice torinese. Lo scrittore di Sanremo dopo l’esordio fulminante del Sentiero ha attraversato una lunga crisi creativa, da cui è uscito con i suoi romanzi poi ribattezzati I nostri antenati, e ora s’accinge alla stesura delle Fiabe italiane con cui uscirà definitivamente dal neorealismo. Nonostante questo guarda al libro di Strand e Zavattini con altri occhi. Sarà lui a fungere a sua volta da mediatore tra Giulio Einaudi e Oreste Molina, direttore tecnico e grafico, uomo decisivo nella storia editoriale della casa editrice, e Zavattini, da un lato, e Strand, dall’altro. Come dirà in seguito Luigi Malerba, recensendo il volume appena apparso: s’è trattata di una vera e propria avventura. In una lettera della fine di marzo del 1955 Calvino scrive a Za: “È proprio un bel libro. Puoi andarne fiero”. 

   

© Paul Strand Archive/Aperture Foundation.


La ricezione di quello che oggi ci appare come un capolavoro – meglio: una pietra miliare del rapporto immagine e testo – non fu subito entusiastica, come ha mostrato Laura Gasparini nel suo saggio Paul Strand e Cesare Zavattini. Un paese: la storia e l’eredità. Eppure sarà proprio l’assenza dell’aspetto reportage, allora ritenuto indispensabile, a fare di Un paese un classico; ed è proprio l’utilizzo di un linguaggio ieratico e iconico, “volto più al fascino del passato che non una riflessione sul presente e sul futuro” (Gasparini), criticato da alcuni, a dare al libro dei due autori l’aspetto che ha ancora oggi per noi. La stessa scrittura di Zavattini, il suo modo di raccontare, per quanto legato alle storie di vita delle persone ritratte, sembra uscire dalla dimensione storica per entrare in quella fiabesca, e persino epica. Si tratta dell’epica delle piccole cose, quella del quotidiano unico e irripetibile, lo stesso del cinema neorealista, a definire l’elemento extratemporale di Un paese: la classicità che nasce dall’incontro con le persone, con gli oggetti del loro lavoro, che diventa qui la verità della poesia. Può apparire un paradosso, ma è come se tutto trapassasse in uno spazio fuori dal tempo. Proprio questo fu all’epoca fonte di critiche, ma anche motivo di adesione a quello che molti lettori dell’epoca percepivano come nuovo in questo volume. I personaggi fotografati, persino i luoghi, hanno qualcosa di ieratico, che la scrittura mossa e falso-ingenua di Zavattini ribadisce in un modo quasi inafferrabile. La sacralità delle sue parole riposa proprio nella secchezza dei suoi racconti, che sembrano più improntati al ritmo dei versi omerici che non a quelli della narrativa dell’epoca, o successiva. Forse il confronto dovrebbe essere fatto con le pagine di Cesare Pavese, là dove lo scrittore racconta le Langhe facendo ricorso a un tono mitologico. Il mito diventa qui fiaba, nel senso che Italo Calvino assegnerà nello stesso periodo alla trascrizione delle Fiabe italiane. Il rapporto tra mito e fiaba è ovviamente stretto, per quanto inedito a questo livello d’intervento letterario. Zavattini con il suo spirito popolare racconta a Calvino e a Bollati che lui ha letto alcuni dei suoi testi per Un paese in occasione di una conferenza a Bologna, dove ha saggiato le reazioni degli ascoltatori: “sono piaciute veramente, perfino troppo, nel senso che la gente si divertiva” (lettera del 14 ottobre 1954). 

 

© Paul Strand Archive/Aperture Foundation.

 

Nella scrittura di Zavattini, un autore che attende ancora, nonostante le tante pubblicazioni a lui dedicate, un’adeguata valutazione letteraria, l’elemento comico è sempre presente, ma sono proprio le fotografie di Strand a trasformare quella comicità in un qualcosa d’assoluto, di narrativamente compiuto, quasi si trattasse di rifare in prosa il libro di Spoon River cui Strand s’era inizialmente ispirato. Tragicità e comicità nella narrativa degli scrittori emiliani sembrano spesso fondersi in una forma di tragicomico, in cui il secondo elemento prevale rispetto al primo, salvo poi, a distanza di tempo, far riemergere l’elemento tragico. La comicità padana trova nelle immagini del fotografo americano un perfetto compimento. Si sorride a volte leggendo le scritture di Za, forse perché non si può piangere, o non solo piangere. L’aspetto ieratico di quei ritratti, la sacralità dei volti e dei visi raffigurati, trasfigura l’accento comico, che risuona sotto le parole di Za, perché il comico rappresenta l’elemento più umano che sia dato di sperimentare a queste donne e uomini di Luzzara. L’estetismo di Strand, la sua derivazione dalla prima epica della fotografia americana, lo sostiene nel suo incontro con luoghi e persone di Luzzara. Queste immagini sono come un muro su cui la scrittura rampicante, forma di edera, di Za, ramificata e versatile, s’arrampica con esuberanza e insieme infinita pazienza. Un capolavoro che sfida il tempo e ci raggiunge. 

 

© Paul Strand Archive/Aperture Foundation.


Cosa leggere per saperne di più

 

Il volume di P. Strand e C. Zavattini, Un paese (pp. 91, Einaudi, Torino 2021, € 40) è appena stato ristampato in edizione originale; mentre il testo di Laura Gasparini si legge insieme ad altri (di Alberto Ferraboschi, Virgilio Tosi, Valentina Fortichiari, Elizabeth Shannon) e a una intervista con Gianni Berengo Gardin, nel catalogo edito da Silvana Editoriale nel 2017 in occasione della mostra aperta a Palazzo Magnani di Reggio Emilia a cura di L. Gasparini e A. Ferraboschi; fondamentale il saggio di Elena Gualtieri per la storia del fototesto: Paul Strand Cesare Zavattini. Lettere e immagini, Edizione Bora, Bologna 2005. 

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