Teatro del Pratello: i padri, l’eredità

Sembrano ombre, fantasmi in cerca di consistenza. Sono volti neri, schierati in cima a un piano molto inclinato, un pavimento di antiche mattonelle interrotto da pali sottili di ferro simili a meridiane che segnano il sole il tempo l’avvicendarsi delle stagioni. Rotoleranno durante lo spettacolo, quelle apparizioni, fino al centro dell’impiantito, fino in fondo verso gli spettatori, raggiungendo microfoni sospesi o appoggiati in terra, in cui si confesseranno, si esploreranno, cercando di dare una qualche consistenza alla loro natura, accompagnati da musiche minimaliste, circolari, ipnotiche di Max Richter, che riprende e varia Le quattro stagioni di Vivaldi, o dai ballabili della compositrice greca Eleni Karaindrou, che con leggerezza squarciano antiche memorie.

Eredi eretici è l’ultima creazione di Paolo Billi e del Teatro del Pratello, vista all’Arena del Sole di Bologna. Billi lavora da molti anni negli istituti di pena, in particolare in quelli minorili del capoluogo emiliano (anche se da qualche tempo interviene anche nel carcere degli adulti di Bologna, la “Dozza”, e in altri istituti del centro-nord). Non porta in scena solo giovani reclusi: le sue creazioni sono realizzate da ragazzi che hanno o hanno avuto problemi con la giustizia e dalle giovani attrici della compagnia bolognese Botteghe Molière; in passato spesso ha coinvolto anche anziani incontrati nell’università del tempo libero Primo Levi.

 

Per molti anni gli spettacoli, al ritmo di uno all’anno dal 1999, sono stati allestiti nel carcere minorile di Bologna di via del Pratello, con repliche anche della durata di due settimane, con gran afflusso di pubblico soprattutto delle scuole, ma anche di operatori e di cittadini. Poi il teatro dell’antico edifico del carcere è stato dichiarato inagibile, è stato presentato un progetto di ristrutturazione, per farne un centro aperto alla città, ma non ha mai avuto esito. Billi ha spostato le rappresentazioni nella chiesa del carcere, ma anche questo luogo è stato chiuso, per vari motivi, tra i quali la solita sicurezza… È da un paio d’anni che ha dovuto organizzare le rappresentazioni fuori dell’istituto, perdendo un’occasione di incontro tra la città e uno dei suoi luoghi separati, di punizione e pena. 

I suoi lavori sono riflessioni dolenti, spesso turbinose di umori satirici, sull’adolescenza, sui suoi sogni e i suoi naufragi, i suoi molti fragili cambiamenti di pelle, che se non incontrano condizioni favorevoli possono tramutarsi in disfatte.

 

 

Eredi eretici, come gli altri spettacoli, si consuma in pochi giorni di rappresentazione, ma ha avuto una lunga gestazione. Innanzitutto un laboratorio per la costruzione delle scene, firmate dall’architetto Gazmend Llanaj, che ha coinvolto un bel gruppo di giovani reclusi tra le mura dell’istituto minorile, in un progetto per l’inclusione socio-lavorativa. I testi, collazionati dallo stesso regista, sono nati in laboratori di scrittura in vari istituti. Lo spettacolo vede la collaborazione alla regia di Elvio Pereira de Assunçao, le luci di Flavio Bertozzi, le ricerche letterarie di Filippo Milani e Viviana Santoro, l’organizzazione di Amaranta Capelli e Caterina Fiaschi. In scena un ampio gruppo di ragazzi affidati ai servizi sociali esterni al carcere oltre alle giovani attrici di Botteghe Molière (leggi qui la locandina completa). La produzione vede la partecipazione del Coordinamento teatro carcere dell’Emilia-Romagna e Marche, un insieme di varie compagnie teatrali che lavorano nelle aree penali che – dopo due altri progetti comuni, dedicati rispettivamente alla Gerusalemme Liberata del Tasso e alla prigionia del peta e agli umori acidi dell’Ubu re di Alfred Jarry – è impegnato in un nuovo lavoro triennale sul tema “Padri e figli”. Questo programma è iniziato nel 2018 e si svilupperà fino al 2020 con creazioni di sei registi, attivi col teatro in carceri di Forlì, Ferrara, Modena, Castelfranco Emilia, Ravenna, Parma, Bologna. Abbiamo già visto anche un primo studio modenese del Teatro dei Venti, Padri e figli, un lavoro che con attori, allievi attori e detenuti di Modena e di Castelfranco Emilia creava un inedito cortocircuito tra due figli buttati nel mondo dai genitori, Cristo e Pinocchio (scheda dello spettacolo qui).

 

 

Si scivola, si rotola, si precipita, sotto musiche dolci in Eredi eretici. Lo spettacolo è aperto da un monologo di un’attrice truccata da barbarica Medea su un’altalena, che con imbarazzo segnato dallo strofinarsi dei nudi piedi dice La poesia della tradizione di Pier Paolo Pasolini, “Oh, generazione sfortunata…”, una famosa riflessione contro i giovani che mirano a bruciare le tradizioni e il sapere dei padri, che vivono nell’attivismo di una politica che vuole tagliare i ponti col passato, pronti a consumarsi nell’organizzazione per creare un mondo nuovo che non verrà mai, abdicando a quello che si ha per eredità, per tradizione, rifiutando i ruoli precisi. Dolente riflessione scritta dopo il ’68, nel 1971, piena di umori contradditori, capace di suscitare dialettici contrasti, come tutto lo spettacolo, viene recitata da una bravissima, disarmata e ammiccante al tempo stesso Maddalena Pasini scandendo bene le frasi, le parole, facendole arrivare, pur se difficili, chiare e acuminate come lame. Le ombre incombono sul fondo. Qualche silhouette di nera consistenza si muove per il palco. L’attrice ricorda che la compagnia non avrebbe voluto dire questo prologo, imposto dal regista. I vitali pinocchi (aggiungiamo noi) è notorio che mal sopportano i grilli parlanti. Alla fine, sipario.

La scena si riapre con quelle figure scure che scivolano sotto le dolci musiche e prendono consistenza e ai microfoni, ragazze italiane e ragazzi di varie parti del mondo, raccontano gridano, imprecano i rapporti con padri lontani, con padri assenti, con padri ammirati, con padri che li hanno rifiutati, che li hanno male o mai instradati, in un testo che si incide nella memoria, nel cuore, e scava domande…

Di chi è la colpa se si è persa la strada? Perché i padri si nascondono, gettano il sasso della vita e nascondono la mano? Questioni in frammenti lirici come gocce di parole di pioggia su un vetro. Qualcuno parla girando intorno ai pali, aggrappandosi; dall’alto si scivola, si rotola, ci si precipita. Qualche volta si prende una compagna o un compagno e si balla. Intanto si ascoltano, in queste confessioni scavo, anche parole di figli illustri, al padre lontano malato Wolfgang Amadeus, Mozart, l’automa musicale del genitore; al padre lontano, giudice biblico, Franz, Kafka; sui confini di una vita che bisogna cambiare, Karl, Marx; al padre folle, perso nelle tempeste, Cordelia, a Lear; alla figlia Reyna, consigli per allargare la coscienza e trovare, in modo originale, organico, la propria strada, dal guru Gurdjieff; al conte Monaldo, cui ha sempre voluto bene ricevendo in cambio poca stima, Giacomo, Leopardi, in napoletano.

 

 

“Padre mio! Lo dico per il tuo bene! / Mi fai arrabbiare quando non ascolti quello che ti dico! / Lo dico per il tuo bene perché non voglio che tu soffra ancora nella vita”, inizia una delle varie parti corali, le voci delle ombre che cercano coscienza di figure. Si interrogano sulle orme da seguire o da rifiutare, sull’uomo, il bambino, prima della nascita, sul rapporto dolce o violento madre padre, sulla follia, la paura, il disinganno. Parlano nei microfoni, per ampliare la voce, fino a gridare e a continuare a dire senza emettere più suono, rimanendo muti, con le labbra in movimento, incapaci di ripetere parole già troppe volte sussurrate, gridate.

Si ribellano e si abbandonano, di fronte a una libertà negata fin dalla nascita. Nello scivolare si aggrappano a corde, per potersi riarrampicare in cima all’abisso da cui sono precipitati.

Sono figli che lottano, senza la speranza di un’eredità, rifiutando lasciti marciti. Fragili, abbandonati, a contrasto con i consigli del poeta nel prologo. Lo spettacolo è una lirica richiesta d’aiuto che arriva a dichiarare: io comunque ci sono e con padri o senza sono figlio della vita, delle cose, degli avvenimenti. Con un grido contro quell’eredità non trasmessa, che si trasforma in muro finale di corpi risorti, che salgono dal precipizio verso l’alto dello scivolo, di spalle a noi spettatori, osservando l’orizzonte azzurro scuro che ha dominato la scena per circa un’intensissima ora, guardando lontano. Per poi girarsi e fissarci negli occhi, compatti, ragazze attrici e giovani con problemi con la giustizia, uniti, mischiati. Per scrutarci negli occhi, con i volti illuminati da una nuova luce, per gli applausi scroscianti di una platea colpita, scossa, commossa.

 

Fotografie di Manuela Tommarelli.

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