Teatro delle dieci

“Il teatro mi mette allegria”, così s’intitola un’intervista rilasciata da Primo Levi a Lionel Lingua e Guido Quarzo nel 1986 in occasione della messa in scena della Chiave a stella nella riduzione di Flavio Ambrosini. Non è quindi strano vedere un Levi sorridente. Con lui c’è infatti la compagnia del “Teatro delle dieci” che ha messo in scena tre suoi racconti. Levi è in alto, e sembra dire: Sono qui, cari attori. Lo indica Elena Magoia: Ecce homo. Gli altri, da sinistra, sono: Franco Vaccaro, Wilma Deusebio, Mariella Furgiuele, Gigi Angelillo. Il teatro si chiama così perché recita a quell’ora della sera, diretto da Massimo Scaglione. Siamo vent’anni prima di quella intervista, nel 1966, che poi è l’anno di pubblicazione di Storie naturali. Gli attori hanno portato in scena: Il sesto giorno, La bella addormentata nel frigo e Il versificatore. Levi aveva scritto i tre racconti per una commissione radiofonica, e poi inseriti nel libro. La foto l’ha scattata il marito di Elena Magoia, Aldo Zargani, allora impiegato alla Rai, dove era entrato come dattilografo nell’immediato dopoguerra. Zargani è un ebreo torinese, amico di Levi, scampato alla deportazione grazie al padre musicista. Le peripezie della sua famiglia le ha raccontate dopo il pensionamento in un bel libro, Per violino solo (il Mulino): storie umoristiche e comiche.

 

Elena reciterà anche per Fellini. A Levi il teatro è sempre piaciuto. La ragione la spiega nell’intervista del 1986: “Sono un kibitzer, come dicono in America con un termine yiddisch entrato nell’uso corrente: uno che si diverte a osservare i giocatori durante le partite di carte”. È un grande osservatore di dettagli e anche di caratteri umani. Il teatro è presente già nel suo secondo libro, La tregua. Un capitolo s’intitola così: Teatro. Vi si racconta la rivista messa in piedi nel campo profughi della Casa Rossa dagli internati italiani. Sono sketch, e riguardano vari generi di spettacolo, come ha notato Luca Scarlini: canto corale, teatro leggero italiano (I pompieri di Viggiù), improvvisazione comica, e persino un piccolo musical (Il naufragio degli abulici). Il più interessante è probabilmente Il cappello a tre punte, basato su una filastrocca senza senso, che nella sua ossessiva ripetizione diventa “una liturgia del nulla”. Scarlini vi ha letto una atmosfera beckettiana presente in Aspettando Godot, testo teatrale pubblicato in Italia nel 1958, anno della ristampa di Se questo è un uomo, proprio da Einaudi per la traduzione di Carlo Fruttero, ma già rappresentato nel nostro paese nel 1954. Insomma, nell’intera opera di Levi c’è molto teatro, oltre ai testi messi in scena dagli attori del Teatro delle dieci, e alla riduzione, o “versione drammatica”, del suo primo libro fatta con Pieralberto Marché in quel 1966; opera complessa e assai poco conosciuta e persino poco studiata, per quanto la traduzione scenica costituisca un altro importante tassello della sua opera sul Lager. 

 

Marché poi interpreta anche lui un ruolo nel Teatro delle dieci. Per cinquanta sere la riduzione teatrale del suo primo libro fu replicata a Torino nel 1966 e fece anche un breve tour. Non fu però uno spettacolo fortunato, perché a causa dell’alluvione di Firenze la prima, prevista a Prato, non si tenne. Anche l’accoglienza critica non fu entusiastica. Questo però non tolse a Levi il piacere del teatro, come comunica questa foto a suo modo così teatrale: l’autore sembra chiamato sulla scena e presentato agli spettatori. Lo sguardo degli attori comunica stima e ammirazione, e anche plauso, cosa che invece Levi ebbe a piccole dosi e spesso in ritardo. 

 

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