Il corpo è stato per molti secoli il grande rimosso della cultura occidentale, che sovente, sotto la spinta determinante esercitata soprattutto dall’etica cattolica ma anche da quella marxista, è arrivata persino a demonizzarlo. Esso, infatti, è stato spesso visto in passato come contrapposto all’anima, la vera sede di quella spiritualità che caratterizzerebbe specificamente l’umanità. Da tempo però sul terreno dei modelli culturali relativi al corpo si stanno presentando delle importanti mutazioni, che trasformano sempre più in un obbligo sociale imprescindibile la presa di coscienza che l’identità di ciascuno passa attraverso un’elevata attenzione per il proprio corpo.

 

Nel corso del Novecento, si sono succedute diverse fasi di rapporto con il corpo. La prima si è presentata nei primi decenni del secolo ed era caratterizzata da una concezione salutista derivata dal pensiero positivista tipico dell’Ottocento, da un atteggiamento cioè razionalista, laico e fiducioso nel progresso umano. Si è concretizzata in fenomeni come la pratica attiva di sport, ginnastica e danza, i bagni di mare, l’elioterapia, la passione per le escursioni all’aria aperta, le campagne per l’abolizione dei busti e di tutte le costrizioni presenti nel modo di vestire femminile.

 

È seguito un periodo di minore enfasi sul corpo, che ha ripreso però vigore nel corso degli anni Trenta, nei quali il culto della fisicità ha assunto soprattutto significati di forza virile, di bellezza ed efficienza eroica, di formazione e di preparazione bellica, di controllo sociale e di conquista del consenso da parte dei regimi totalitari.

 

La seconda guerra mondiale ha ridotto il corpo a semplice strumento di sopravvivenza, ma, a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta, il culto del corpo, rinato negli Stati Uniti sulla scia del progressivo allentarsi della repressione della sessualità, ha ripreso vigore. La nuova attenzione per la dimensione della fisicità si è declinata però dapprima secondo un modello di efficienza del corpo, considerato principalmente come uno strumento di produzione. L’obiettivo cioè all’epoca era avvicinarsi alle forme estremamente sottili ostentate da modelle come Twiggy.

 

Poi, negli anni Settanta, mentre da un lato l’imporsi della dimensione politica ha prodotto come conseguenza un’accentuata mortificazione di tutti gli aspetti corporali, dall’altro la cosiddetta «controcultura giovanile» ha cominciato a concepire il corpo come uno strumento di liberazione sessuale e di espressione della personalità individuale.

 

Ma è stato soprattutto nel corso degli anni Ottanta che gli individui hanno cominciato a concentrarsi sulla ricerca del benessere psicofisico individuale. Il paradigma del corpo ideale è andato modificandosi e al modello del corpo magro e snello si è sostituito quello del corpo sano e attivo. Il corpo cioè con un’adeguata struttura muscolare di chi non sembra soltanto in forma, ma lo è effettivamente. Di conseguenza, si è cominciato a considerare la salute non più come una variabile indipendente, ma come il risultato delle insufficienti attenzioni dedicate da ciascuno al suo stato psicofisico.

 

Ciò non comporta però che sia scomparsa l’ossessione per la magrezza del corpo. Il crescente diffondersi nella società di patologie legate all’alimentazione come l’anoressia e la bulimia, evidentemente determinate da una sensazione di inadeguatezza del proprio corpo rispetto ai prepotenti modelli di bellezza e di snellezza proposti dai media e dalla pubblicità, sta lì a dimostrarlo. Ancora più evidente è la dimostrazione fornita a tale proposito dall’elevata diffusione presso la popolazione femminile di pratiche dietetiche di vario tipo.

 

Quelle pratiche che sono che parte di un orientamento più generale che si va sempre più diffondendo nelle società ipermoderne: la tendenza ad adottare per il corpo quella stessa legge della variabilità che caratterizza da sempre il funzionamento della moda. Resosi indipendente dalle leggi della biologia, il corpo umano viene così ad essere liberamente rimodellato attraverso l’impiego di numerose pratiche: il body building, le tecniche di allenamento delle discipline sportive, le protesi e gli organi artificiali, i tatuaggi, il piercing, la chirurgia plastica, ecc.

 

L’ampia diffusione che ha avuto negli ultimi anni un modello come quello del corpo manipolato consente oggi una crescente accettazione sociale di uno stato di variazione permanente: lo stato del «corpo flusso». Siamo di fronte cioè a un corpo nomadico che funziona da interfaccia e non ha più confini, né identità fisse. Si confonde pertanto in maniera crescente con l’esterno, instaurando con esso una continua attività di scambio di forme di comunicazione.

 

Tale modello rappresenta una drastica frattura rispetto alla tradizione della cultura occidentale. Pertanto, si può affermare che il corpo oggi viene considerato non più, come nella tradizione occidentale e cristiana, un qualcosa che è dato una volta per tutte da Dio e dalla natura, bensì un attore sempre più importante del processo di definizione dell’identità individuale sulla scena sociale.

 

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02 Gennaio 2016