I miti hanno sempre svolto un ruolo essenziale all’interno di tutte le civiltà umane. Ciò deriva, secondo gli antropologi di orientamento strutturalista, dalla loro capacità di aiutare gli individui a conciliare i concetti opposti presenti all’interno dell’ambiente culturale. Obiettivo che hanno perseguito di solito attraverso il ricorso a forme espressive di natura narrativa.

Claude Lévi-Strauss, in particolare, ha chiaramente mostrato come i miti siano in grado di svolgere una funzione mediatrice e armonizzatrice che tende a risolvere le incoerenze e a ridurre le tensioni. Sempre secondo Lévi-Strauss, i miti fanno ricorso principalmente al modello del bricolage, in quanto costruiscono dei racconti attingendo a materiali, figure, temi provenienti da differenti ambiti culturali. Tutto quello che raccolgono viene così rielaborato e trasformato.

 

Pertanto, i miti devono essere considerati non dei futili racconti, ma delle forze estremamente vitali senza le quali non è possibile il funzionamento delle civiltà umane. Operano su quelli che secondo gli antropologi sono le dimensioni archetipiche del mondo umano (vita, morte, amore) e sugli elementi fondativi della vita nell’universo e dunque anche della cultura sociale (acqua, terra, aria, fuoco). Rafforzano perciò le tradizioni e i legami collettivi, insegnando alle persone che la vita può trionfare sulla morte e che dunque è possibile risolvere la contraddizione principale che si trova alla base dell’esistenza umana. I miti, infatti, sono anche delle narrazioni costruite con l’obiettivo di armonizzare e facilitare le relazioni esistenti tra gli esseri umani e ciò che va al di là della loro quotidianità, a cominciare dalla dimensione del sacro.

 

Il sociologo francese Jacques Ellul ha affermato negli anni Settanta, all’interno del volume Les nouveaux possédés, che i miti possono sostanzialmente essere di tre tipi: di base, secondari e terziari. Il mito di base è la narrazione principale di una cultura, quella che presenta e organizza le fondamenta di una civiltà ed è in grado di offrire agli individui le motivazioni psicologiche indispensabili per l’azione. I miti secondari e terziari sono invece delle forme narrative che forniscono versioni più semplici del mito di base, allo scopo di rendere quest’ultimo più accessibile, ma anche più coinvolgente per gli individui.

 

L’interpretazione di Ellul è stata ripresa in seguito dallo studioso statunitense Dell deChant, il quale ha sostenuto nel volume The Sacred Santa che nelle società capitalistiche il mito di base è rappresentato dal successo economico e dalla ricchezza materiale. Dunque, appare essere strettamente legato a quella felicità che viene promessa dai beni di consumo. Gli altri miti (secondari e terziari) derivano da esso e sono comunicati attraverso i media e poi ulteriormente diffusi socialmente dalle persone mediante le loro relazioni.

 

Ormai da tempo diversi studiosi hanno messo in evidenza che nelle società moderne esistono anche dei miti di natura differente, che hanno progressivamente invaso la cultura di massa. Karoly Kerényi e Mircea Eliade hanno entrambi impiegato l’espressione «pseudomiti» per indicare queste particolari costruzioni simboliche, che non sono andate progressivamente maturando nel corso del tempo come i miti tradizionali, ma vengono fabbricate coscientemente per il perseguimento di determinati obiettivi.

 

Roland Barthes, negli anni Cinquanta all’interno del celebre volume Miti d’oggi, scriveva addirittura che tutto è in grado di diventare mito perché, a suo avviso, il mito dev’essere considerato una forma di linguaggio. Si tratta però di un linguaggio di tipo particolare, che attraverso un processo di trasformazione produce un effetto di naturalizzazione in quanto «trasforma la storia in natura». Ciò è relativo soprattutto alla cultura piccolo-borghese, che in tal modo riesce a farsi accettare come universale. L’obiettivo primario di Barthes era di arrivare a esercitare una profonda critica su tale cultura e di mostrare in che modo essa poteva essere demistificata. Lo ha fatto pertanto proponendo un vero e proprio metodo di analisi, direttamente derivato dalla linguistica di Ferdinand de Saussure, che muoveva da un particolare approccio definito da Barthes stesso «semioclastia».

 

Dai tempi di Barthes sono passati oltre cinquant’anni, ma è evidente che, nonostante quell’intenso processo d’industrializzazione e di tecnologizzazione che si è presentato in questo periodo per la società e per la cultura, quel particolare tipo di mito del quale parlava il semiologo francese non si è indebolito. Anzi, risulta essere sempre più esplicita la capacità dei miti di trovare nei media tecnologici degli alleati estremamente preziosi per la loro espansione all’interno dello spazio socio-culturale. L’ha sostenuto nel volume Dissolvenze Gino Frezza, per il quale, grazie al passaggio che è avvenuto dal modello analogico a quello digitale, appare sempre più evidente che i media audiovisivi hanno saputo imporsi negli ultimi anni come un vero e proprio nuovo spazio mitologico.

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23 Febbraio 2016