Amore e libertà politica

Tra i vari sistemi politici, la democrazia è il più difficile e tra tutte le forme di democrazia, quella liberale è la più ardita, ma anche la migliore.

 

Parte da questo assunto un importante saggio, Emozioni politiche. Perché l'amore conta per la giustizia (ed. il Mulino), scritto da Martha C. Nussbaum, filosofa politica, personalità di spicco nel mondo accademico internazionale, famosa per avere sostenuto e studiato il ruolo delle emozioni in politica, per avere rivendicato l'importanza del sentire e dell'agire femminile nella promozione della libertà e della giustizia, e per avere fatto rientrare la natura, e soprattutto gli animali, tra i soggetti di diritti che i governi dovrebbero impegnarsi a difendere.

 

La democrazia politica liberale si fonda sul consenso della maggioranza attorno a valori quali l'uguaglianza, la libertà e la giustizia, e sui modi in cui praticarli. Dalla Rivoluzione Francese, che per prima li ha proclamati e resi universali, la storia ha prodotto un numero notevole di cattivi governi e di mostruosità compiute al grido di Libertà, Fraternità, Uguaglianza per tutti – che poi raramente s'intende proprio tutti, di solito vuol dire i bianchi, ma non i neri; gli uomini, ma non le donne; i ricchi, ma non i poveri; i residenti, ma non gli stranieri; i membri di una religione, ma non quelli di un'altra … Noi, ma non voi, insomma.

 

Per quanto malintesa, comunque, l'aspirazione all'uguaglianza è tipicamente moderna. Alexis de Tocqueville, filosofo politico liberale, geniale studioso della democrazia e autore di un libro ancora oggi insuperato, ma più citato che letto, De la démocratie en Amérique, sosteneva che ogni forma di governo ha una passione che le è propria, e che quella della democrazia è l'uguaglianza.

 

Libertà e giustizia restano un po' in secondo piano, e l'uguaglianza di per sé sola non le garantisce affatto, giacché si è tutti uguali anche quando si è tutti schiavi. Perciò Tocqueville – che riteneva giusta l'uguaglianza e amava la libertà – esortava i governi delle future società democratiche a incoraggiare in ogni modo l'amore per la libertà e il desiderio di giustizia nei cittadini; e la democrazia politica liberale è proprio la forma di governo che punta a questo.

 

Il saggio di Martha Nussbaum comincia con un interrogativo perfettamente in linea con questa tradizione, di cui è erede: cosa serve per consolidare una democrazia liberale che voglia perseguire al massimo grado, per quanto umanamente possibile, la giustizia? Meno in linea è la risposta. Sostiene, infatti, che si deve dare spazio e vigore nell'azione pubblica ai sentimenti femminili o, come dice lei stessa, femminilizzare la politica.

 

 

I regimi dittatoriali hanno inventato la propaganda politica per suscitare nel popolo i sentimenti voluti e utili ai propri fini. Tuttavia le emozioni non sono meno importanti per il buon funzionamento della democrazia politica liberale, e tra esse, prima e fondamentale, l'amore per se stessi, per gli altri e per il proprio Paese; un patriottismo non privo di pericoli che, se indirizzato e alimentato in modo corretto, ha ricadute positive indispensabili sull'intera società democratica liberale.

 

Quali siano e come agiscano le emozioni politiche, Martha Nussbaum lo spiega attraverso gli esempi di alcune personalità che hanno determinato la storia delle due nazioni che essa prende come punto di riferimento, Stati Uniti e India: Abraham Lincoln, Martin Luther King, Franklin D. Roosvelt, il Mahatma Gandhi, Jawaharlal Nehru, Rabidranath Tagore. Quali sentimenti hanno suscitato queste personalità? Di quali emozioni c'è bisogno per realizzare democrazie liberali e giuste?

 

Ci vogliono «passioni forti a sostegno del lavoro comune da svolgere», il che richiede capacità di fare sacrifici in vista del bene di tutti, tenendo «sotto controllo quella tendenza, radicata in tutte le società e, in ultima analisi, in tutti noi, a proteggere un Sé fragile denigrando e mettendo in secondo piano gli altri».

 

L'attitudine a disprezzare gli altri, a essere invidiosi e competitivi, che Kant definisce male radicale, deve essere combattuta, per Nussbaum, con la compassione che scaturisce dal sapersi mettere nei panni degli altri. Molte persone diverse, e che diverse hanno diritto di restare se si vuole una società democratica che sia anche libera, sono spinte dalla compassione a uscire da se stesse, dai propri interessi egoistici e dalle proprie visioni ristrette, per coalizzarsi attorno a un obiettivo comune: la giustizia, intesa nel senso più ampio di giusto rapporto dei cittadini tra loro e con lo Stato, in una situazione d'inclusione, uguaglianza e rispetto – una concezione di chiara ispirazione biblica, che riflette la solida conoscenza e l'adesione all'ebraismo di Martha Nussbaum.

 

Il sistema di cui parla la filosofa americana non è un'utopia – avverte lei stessa –, ma un sistema politico reale e attuabile, voluto e realizzato da uomini che non perseguono necessariamente sempre il bene comune. Come stimolarne l'altruismo senza ricorrere alla religione? Senza rendere la società «illiberale e dittatoriale alla maniera di Rousseau», che immaginava di risolvere il problema sbrigativamente imponendo una religione laica e civile al posto di quella tradizionale, con suoi sacerdoti, dogmi e riti, ma senza Dio (il cui timore in realtà è stato a lungo l'unica difesa contro gli abusi dei potenti, Stato compreso).

 

Il sistema cui pensa Nussbaum, invece, è una democrazia laica, ma non antireligiosa, ma libera e altamente morale: «la sfida diventa ancor più impegnativa – sostiene – se si aggiunge che la mia concezione di società giusta è una forma di liberalismo politico, i cui principi non dovrebbero poggiare su alcuna dottrina comprensiva riguardo al significato e alla finalità della vita, religiosa o secolare, e dove l'idea di pari dignità delle persone dovrebbe giustificare una sobria diffidenza nei confronti del sostegno pubblico a qualsivoglia concezione etica e religiosa».

 

 

In realtà non c'è bisogno di una religione civile, ma piuttosto di una buona cultura politica centrata sull'adesione di tutti alle norme fondamentali del rispetto reciproco. Uno Stato che voglia procedere in questa direzione ha molte possibilità di creare consenso attorno ai suoi valori fondativi attraverso lo stile dei politici, il tono dei loro discorsi e l'esempio della loro vita; ma anche con l'architettura, l'arte, la poesia, il cinema e il teatro. Nussbaum ne analizza a fondo alcuni esempi efficaci.

 

Dal messaggio politico implicito nelle Nozze di Figaro di Mozart (e attorno al personaggio di Cherubino l'autrice conduce un discorso molto interessante su cosa significhi la femminilizzazione della politica cui abbiamo accennato sopra) alle poesie di Tagore; dai celebri discorsi di Martin Luther King e Abraham Lincoln alle canzoni dei baul e dei sufi indiani; dalla creazione del Central Park a New York, al Cloud Gate, la scultura di Anish Kapoor installata nel Millennium Park di Chicago.

 

Infine, lo Stato deve educare i cittadini agli ideali condivisi dalla collettività che rappresenta, prestando una cura particolare alla scuola, perché i bambini sono naturalmente portati a innamorarsi del bene, e imparano presto ad amare la libertà, l'equità e la giustizia. Per Martha Nussbaum parlare d'amore in un ambito politico non è, dunque, fuori luogo, perché in ogni rapporto, compreso quello tra cittadino e Stato, «il principio psicologico di base è quello della reciprocità: noi abbiamo la tendenza ad amare e ad avere cura di coloro che manifestano amore e cura per noi». Di conseguenza, se viene a mancare questa reciprocità, la relazione si deteriora.

 

Se siamo d'accordo con lei che il sistema politico in cui vogliamo vivere è una democrazia che cerca l'uguaglianza nella libertà per realizzare la giustizia; se pensiamo anche noi che sia necessaria «una cultura pubblica basata sull'amore e sulla simpatia … che garantisca la stabilità dei suoi impegni» e persegua i suoi «obiettivi per il bene del singolo cittadino» considerando ogni persona fine, e non mezzo per la realizzazione dei progetti della comunità, allora non possiamo evitare una certa amarezza considerando il caso dell'Italia.

 

Quali sentimenti, infatti, corrono tra gli italiani e lo Stato? Come si trattano tra loro i politici e come trattano noi? I funzionari e gli amministratori pubblici – attraverso i quali entriamo effettivamente in contatto con lo Stato – come si rapportano con i cittadini? Lo Stato è amico o nemico, ci difende e ci tutela o ce ne dobbiamo guardare cercando di ignorarlo e di esserne dimenticati, come per lo più abbiamo fatto durante tutti i lunghi secoli di dominio frammentato e spesso straniero, prima dell'Unità d'Italia?

 

Luigi XIV, il Re Sole, diceva l'Etat c'est moi, esprimendo con una sola frase la concezione monarchica assolutista dello Stato; in una democrazia politica liberale si dovrebbe dire: lo Stato siamo noi, la gente. Ma nella realtà gli corrisponde piuttosto: lo Stato siamo noi che lo amministriamo in nome vostro. È una frase che rispecchiava la realtà delle cosiddette democrazie popolari, ai tempi dell'Unione Sovietica, e non dovrebbe definire la nostra.

 

La lettura del saggio di Martha Nussbaum provoca interrogativi urgenti, che meritano una riflessione seria. Stato e cittadini devono ripensare il loro rapporto, rifondarlo su una base di maturità, serietà, fiducia e responsabilità reciproca. Se, al contrario, si arriverà al punto in cui il cittadino penserà allo Stato – e al suo apparato amministrativo e politico – solo come il nemico da cui difendersi, e lo Stato vedrà noi come irresponsabili, immaturi e furfanti, non ci sarà speranza né per una vera libertà, né per la giustizia né, in fondo, neppure per la democrazia. Di lei resterà soltanto il nome.

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