Islam e radicalizzazione

Il sociologo franco-persiano Farad Khosrokhavar è direttore di ricerca dell’Istituto studi di scienze sociali di Parigi (EHESS). Il suo lavoro accademico affronta i problemi legati all’islamismo radicale contemporaneo dalla repubblica islamica in Iran fino al fenomeno degli attentatori suicidi. Negli ultimi anni si è occupato di musulmani in carcere e di “radicalizzazione”, una categoria concettuale utilizzata dagli scienziati sociali in maniera crescente dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Le quindici interviste in profondità a giovani rinchiusi nelle carceri francesi per crimini legati ad attività terroristiche raccolte nel testo edito da Grasset nel 2006 intitolato Quand Al-Qaida parle sono ancora utili per comprendere i motivi che spingono dei giovani musulmani europei di seconda o terza generazione a scegliere la strada del jihadismo. Il suo ultimo testo, uscito nel novembre 2014 in lingua francese, si intitola Radicalisation.

 

Con radicalizzazione si intende il processo che porta un individuo o un gruppo ad agire in forme violente collegandosi a una ideologia, a contenuto politico, sociale o religioso, estrema. Il fenomeno della radicalizzazione ha una dimensione oggettiva legata all’esclusione sociale, al conflitto tra culture e religioni, alle politiche dei paesi occidentali nei confronti del medio oriente. L’approccio sociologico e antropologico al tema richiede però di notare come la dimensione soggettiva sia sempre più importante. Khosrokhavar osserva come la dimensione psicologica di un individuo che si relaziona al gruppo, al carisma di un capo e ai valori di riferimento sia, nel caso dell’islamismo radicale, dominante.

 

L’immagine dei media, che costruiscono la figura del nemico pubblico, produce un effetto di esaltazione nel giovane radicale che esce dal degrado e dall’anonimato della propria condizione per diventare un eroe negativo. L’autore ritiene in questo caso comparabili gli estremisti religiosi e quelli laici di destra e sinistra. Khosrokhavar ricorda proprio nelle pagine iniziali del testo che l’amplificazione mediatica ingigantisce la portata e il timore percepito del radicalismo islamico. Il fenomeno resta minoritario come confermato dalle cifre riportate in una tabella costruita dall’Europol che segnala il numero di attacchi terroristici in Europa e il numero di arrestati per attività legate allo jihadismo. Nell’anno 2012 gli arrestati per crimini legati a terrorismo di stampo separatista in Europa sono 257 contro i 159 per reati collegati allo jihadismo. Il radicalismo islamista in occidente sarebbe poi il prodotto di una de-istituzionalizzazione che ha visto il crollo delle organizzazioni che tradizionalmente fornivano alla protesta e al malcontento degli esclusi una via per incidere sulla realtà. Questo sbriciolamento di istituzioni e di fenomeni di aggregazione politica costruttiva è stato curiosamente segnalato dall’Imam della Moschea di Parigi in una intervista a seguito degli attentati di Parigi del gennaio del 2015.

 

Il sociologo introduce il tema della radicalizzazione passando in rassegna la letteratura sul tema e le posizioni di coloro che da diversi punti di vista se ne sono occupati. Ami Pedahzur, politologo israeliano che insegna negli Stati Uniti, vede nella radicalizzazione un fenomeno a più strati che coinvolgerebbe il livello alto delle organizzazioni e quello basso legato alle motivazioni dei militanti; l’italiano Diego Gambetta, che fa suo il paradigma della “scelta razionale”, sostiene che il radicalismo è la migliore opzione per gruppi che non potrebbero mai causare danni a un avversario occidentale troppo armato e potente per essere sconfitto con la guerra convenzionale. Khosrokhavar propone poi il suo approccio sociologico che vede il fenomeno del radicalismo come un prodotto della globalizzazione dove l’individuo radicalizzato si comporta seguendo un triplice orientamento:

 

  1. 1) quello di una persona umiliata (come i giovani delle banlieues di Francia, quelli dei quartieri ghetto della Gran Bretagna o dei Palestinesi umiliati dal conflitto impari con Israele) sovente con una formazione scientifica, di ceto inferiore, emarginato da qualche regime mediorientale o da un sistema economico e sociale;
  2. 2) quello di un individuo vittimizzato dove l’umiliazione, la frustrazione, l’esclusione sociale ed economica e il razzismo sono inseriti in una struttura metà reale e metà immaginaria che trasmette il senso di privazione di avvenire e l’idea di arrivare solo di fronte a porte chiuse per il futuro. Questo produce un sentimento di ghettizzazione interiorizzato che esclude prospettive positive. Questi individui infatti passano dalla delinquenza o dalla violenza individuale che si tramuta facilmente in odio per i non-musulmani e li trasporta su un piano inclinato verso ideologie jihadiste che propongono una alternativa che le ideologie di estrema sinistra non forniscono più;
  3. 3) quello di un membro di un gruppo aggredito, la neo-umma che è molto diversa dalla comunità reale dei musulmani. La stigmatizzazione sociale lo trasforma in un “musulmano rinato” (Born Again) che fronteggia la società in cui ha vissuto e che lo ha trasformato in un nemico implacabile.

 

L’autore cita a titolo di esempio (il testo è stato scritto prima degli attacchi di Parigi) la figura di Mohamed Merah che nel 2012 ha compiuto attentati a Mountaban e a una scuola ebraica di Tolosa uccidendo 7 persone. Merah ha filmato i suoi attacchi per creare un effetto mediatico volto a produrre la figura del nemico pubblico esattamente come il norvegese Anders Breivik. Il politologo americano Robert Pape ricorda che la maggior parte degli attentati suicidi si verificano in territori dove è presente una forza straniera e sarebbero in sostanza dovuti a motivi nazionali e non religiosi. Khosrokhavar introduce due tipi di motivazioni “utopiche” che spingono i radicali a prodursi in attentati di questo genere. La prima utopia è quella legata al nazionalismo nella sua versione islamica (islamo-nazionalismo come in Palestina, Kashmir, Cecenia), si tratta di una utopia concreta e di un progetto (uno stato indipendente) realizzabile. Se questo progetto incontra ostacoli può originare una seconda utopia, che può esistere indipendentemente dalla prima e non solamente come conseguenza “radicalizzata”, questa utopia è quella più astratta della lotta contro l’imperialismo globale o quella della nascita di una società mondiale senza classi o al neo-califfato di ispirazione Quedista. In Europa la scelta jihadista radicale non ha nulla a che fare con la presenza di truppe straniere ma è il frutto di una doppia umiliazione: quella personale e quella per procura che spinge il musulmano francese o inglese a immedesimarsi nel musulmano ceceno o palestinese che è vittima reale di un conflitto.

 

Il testo fornisce poi una interessante storia della radicalizzazione che compara i diversi fenomeni radicali della storia a partire dagli “Assassini” del secolo XI passando per i terroristi nichilisti russi di Narodnaia Volia e al terrorismo europeo di sinistra come quello Italiano delle Brigate Rosse o francese di Action Directe. Khosrokhavar sostiene che il fenomeno europeo che più assomiglia ad al Queda è l’anarchismo a cavallo tra XIX e XX secolo per la natura e l’estensione del suo risentimento, per il rifiuto della legalità in vigore, per l’ideologia mortifera, la risolutezza dei suoi aderenti e l’estensione territoriale dei suoi attacchi tra Russia, Francia, Italia e Stati Uniti. Il racconto anarchico era adatto alla miseria delle classi popolari così come quello jihadista lo è per i musulmani emarginati europei.

 

 

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