Politiche della memoria

È una raccolta preziosa l’antologia Politiche della memoria. Documentario e archivio a cura di Elisabetta Galasso e Marco Scotini. Un’indagine riguardante le pratiche del cinema documentario, una delle tendenze più significative dell'arte negli ultimi decenni. Artisti e filmmaker hanno realizzato opere documentarie ibride, che utilizzano found footage e materiali d’archivio, vicine alle modalità narrative del film saggio e di quello sperimentale e alle pratiche performative e concettuali. Delle relazioni tra il documentario e l'ambito artistico nel contesto sociale si sono interrogati artisti e cineasti italiani e internazionali invitati alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano in un ciclo di incontri, nel corso di cinque anni, di cui il volume è la testimonianza. Incontri che cercavano di colmare una carenza di analisi di questi temi, soprattutto in Italia. In ambito internazionale sono stati indubbiamente meglio indagati in mostre (tra tutti ricordiamo dOCUMENTA 11 curata da Okwui Enwezor) e rassegne cinematografiche, anche se a livello saggistico l'analisi fenomenologica su documentario e arte contemporanea non è stata ancora approfondita ed è limitata a testi sparsi in cataloghi e riviste.

 

Il documentario ha una natura ambivalente, crea relazioni tra l'ambito estetico e quello etico, tra finzione e realtà, potere e potenzialità. Non intende affermare alcuna istanza di certezza, quanto piuttosto suggerire la complessità del reale, ed è proprio tale complessità ad aver contribuito al successo e alla diffusione delle pratiche documentarie.

 

“Gli interventi raccolti in Politiche della memoria vogliono interrogare il documento come tale, come traccia oggettiva lasciata dagli eventi, come prova materiale o come produzione di realtà”, afferma Scotini, che aggiunge: “interroga soprattutto il regime di verità come principio regolativo e l’autorità della storia a cui tale principio dà luogo. Ciò che mette sotto inchiesta non sono soltanto i fatti e i dati come tali ma il sapere che essi definiscono, l’influenza che esercitano. I modi, in sostanza, in cui i dati vengono registrati, accumulati, archiviati”.

Sugli archivi intesi come dispositivi che permettono un'“archeologia del sapere” come ci ricorda Michel Foucault, si sono confrontati diversi autori presenti nell'antologia, tra cui John Akomfrah (tra i fondatori del Black Audio Film Collective), impegnato a interrogare il valore della storia e le sue ripercussioni sulla soggettività dei migranti, dei black british in particolare. Nei suoi film ha decostruito i modi in cui vengono mostrati i migranti nelle serie televisive, nei magazine, nei reportage e nei documentari realizzati tra gli anni ’50 ai ’70 del Novecento, un periodo importante per la storia sociale inglese.


Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi nel corso della loro lunga carriera si sono occupati di migrazioni, guerre, colonialismo e conseguente neocolonialismo. Hanno  salvato pellicole amatoriali in rovina come l’archivio di Luca Comerio, rimontandole con variazioni cromatiche e con una diversa velocità di scorrimento. Raccontano: “abbiamo passato almeno due anni in camera oscura inventando una tecnica di ripresa cinematografica per rigirare quello che ci aveva colpito dell’archivio”. Precisano: “utilizziamo materiali d’archivio per riflettere sulle modalità della costruzione dell’immaginario. I documenti storici parlano di noi, del nostro modo di guardarli e di interpretarli. Ma non ci riteniamo archeologi dell'immagine, il nostro è un lavoro di tipo politico che ha a che fare con la riproposizione e l’attualità della storia”. Istanze che ritroviamo anche nel loro film Images d'Orient, tourisme vandale in cui riassemblano film girati da cineasti che viaggiavano nei primi anni '70 in Pakistan, Afghanistan, Kashmir, Birmania, Algeria, Senegal per “smontare” i codici propagandistici del turismo occidentale.
 
Le modalità di decostruzione dell’archivio, della storia, del tempo sono molteplici. Si può fornire a documenti storici una visibilità altrimenti negata, una cartografia della memoria come accade nel lavoro di Deimantas Narkevicius, Gintaras Makarevicius che si sono invece occupati della dissoluzione del blocco sovietico.

Risulta difficile ricordare gli interventi di tutti i relatori, quasi una ventina, che oltre al tema dell'archivio e della memoria intesa come esercizio critico e pratica di resistenza, hanno indagato questioni riguardanti la guerra, il postcolonialismo, il conflitto mediorientale, la globalizzazione, le migrazioni e le conseguenze di questi processi.


Il libro è diviso in varie sezioni. In “memoria e conflitto” troviamo interventi di Eyal Sivan, Lamia Joreige, Mohanad Yaqubi e Reem Shilleh, Khaled Jarrar, riguardanti territori e memorie contestati, come la guerra civile in Libano, la costruzione dell'identità nazionale israeliana e il cinema militante palestinese. Yaqubi e Shilleh hanno mostrato il loro  film di montaggio realizzato grazie al ritrovamento a Roma, presso l’archivio del movimento operaio, di migliaia di metri di pellicola girati da  cineasti palestinesi vicini a Godard, durante la guerra civile libanese del 1976. Nella sezione “memoria e documentazione” Hito Steyerl, Florian Schneider, Clemens von Wedemeyer, Eric Baudelaire, Wendelien van Oldenborgh hanno invece articolato i loro interventi sull'ontologia dell'immagine documentaria in relazione a pratiche concettuali e partecipative che spesso evidenziano i processi di produzione. In “memoria e migrazione” Trinh T. Minh-ha, Ursula Biemann, Angela Melitopoulos, Lisl Ponger, Jean-Marie Teno si sono invece occupati di geografia della resistenza, o meglio di contro-geografie, dove la violenza della storia giace nel disconoscimento dell’esistenza di persone la cui identità è subordinata alle esigenze economiche dell’agenda politica internazionale. Tale cartografia permette di indagare negli interstizi e nell’ambiguità della storia piuttosto che nelle narrazioni ufficiali e di analizzare ‘le diaspore come assenza di rovine’ come scrive Derek Walcott.


Politiche della memoria (Derive e Approdi) restituisce la complessità delle pratiche documentarie, tra le più innovative e sperimentali produzioni artistiche contemporanee.

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