Bridging

Planet of the Phones, proclama (marzo 2015) l’ Economist: un miliardo di telefonini è stato venduto nel 2014 e nel 2020 l’80% degli adulti nel mondo avrà in tasca un supercomputer nella forma di smartphone. Tutti saremo connessi, e va da sé, forniremo informazioni utili a comporre la più dettagliata visione della società che sia mai esistita sinora. Fine delle scienze sociali convenzionali, che raccolgono dati e creano immagini con vecchi strumenti. L’immagine dello ‘scambio universale’ (Marx) non potrebbe essere più allettante: strumenti ubiquitari, che danno dipendenza e ci trasformano, buoni per ogni tipo di comunicazione, e che certo aumenteranno la creatività a scala planetaria.

 

La nostra Terra mobile avrebbe così il suo primo sigillo, la tecnologia che tutti connette. Essa non deve imporre, autorizzare o punire come le vecchie istituzioni totali. Soprattutto, non ha più bisogno di alcuna mediazione culturale, linguistica o di significato: si presenta immediatamente, come un ‘gioco’ o emoticon, come innocua appendice tecnologica. Noi viviamo nell’età della pubertà, la fase eroica del Lavoratore: la tecnica è il suo vestito, scriveva Junger nel 1948. Oggi quella profezia si avvera. Finisce qui la ricerca di nuove forme di tipo relazionale e associativo, di progetto che riscopra l’orizzonte del futuro ridisegnando modelli che riavvicinino gli attori sociali dell’epoca globale.

 

Il paradigma delle scienze sociali subisce così una decisa oscillazione. A fine Novecento il paradigma dell’azione collettiva aveva lasciato il passo a quello dell’individualismo. Ora si presenta in scena il nuovo paradigma connessionista, che supera la vecchia dicotomia. Nel mondo connessionista, le asimmetrie fondamentali del capitalismo sono mantenute proprio grazie allo spostamento dell’accento sulla responsabilità e sull’autonomia formale e neutra di ciascuno, assicurata dal primato della sfera tecnico-scientifica. In tal modo le istituzioni del capitalismo e in particolare l’impresa sono in grado di integrare argomenti della critica entro dispositivi di ‘governo automatico’: sono gli automatismi, anziché l’uso sempre più contestato dell’autorità, a dominare. Assistiamo alla creazione di forme a-statali di regolazione: forme creative e ibride di tecnodemocrazia che permettono ai dispositivi di funzionare anche in presenza di Stati e istituzioni fortemente indeboliti. È una parabola che imprime all’automatismo tecnologico la piena legittimazione ad essere metro di ogni relazione. Il contratto sociale come equo sistema di cooperazione tra persone libere e uguali qui si avvicina al contratto privato tra contraenti: (quasi) tutti sono in grado di accedere alla tecnologia universale. A quelli che mancano ci penserà Google, che sta aprendo decine di centri di elaborazione nel mondo. Alla rappresentanza generale si sostituisce la frammentazione individualistica di contratti a breve.

 

A fare passi da gigante è quel misto di lex mercatoria e governance privata dell’impresa che si è affermato e generalizzato a scala planetaria. L’altra tradizione, quella della comunità, è in confronto rimasta indietro. Che esista oggi una forte domanda di comunità è fuor di dubbio: che vi sia un’offerta adeguata sul piano teorico-pratico fa invece problema. In mezzo alle due tradizioni di contratto e comunità si situa una proposta innovativa che potrebbe fare da ponte. Le comunità sono grappoli umani, reti orizzontali e verticali. I circuiti in cui viene fatta scorrere la società sono definiti da incroci, nodi e network, da interazioni di attori umani e non-umani simili a quelli della rete informatica. Gli attori economici e le istituzioni politiche affondano su tessuti di relazioni, convenzioni, regole in larga misura ancora da accomunare, perché a scala globale nessun patto originario è stato ancora scritto (princìpi generali come quelli rawlsiani erano pensati per arene circoscritte, nazionali) mentre si affollano le pretese e le aspettative di imprese e lobbies su ciò che si vuole sia riconosciuto dagli altri. Pretese di autoregolazione privata-globale (i vari Google e Facebook), mentre arretra la capacità normativa delle istituzioni. Come si collocano questi diversi regimi di autoregolazione per evitare il puro e semplice collasso normativo, la pura anarchia? La nomofobia di cui parla l’Economist? Secondo alcuni potrebbe affermarsi una costruzione di connessioni orizzontali tra diversi corpi di regole (connecting regimes) nella prospettiva di un ipotetico diritto globale. Secondo altri si affermerebbe una co-regolazione, intesa come integrazione eclettica delle coppie regolative pubblico/privato, legge/contratto, Stato/mercato, regolazione/autoregolazione.

 

Ma nei primi decenni del nuovo secolo ben altre forme di contratti sociali sarebbero richieste, e insieme sfidate dall’integrazione globale in corso: i fragili ponti tecnologici sono eretti su abissi che ci separano, su un mondo che appare sempre più diviso. Mentre si assiste all’ autonomizzazione crescente di reti finanziarie, imprenditoriali e intellettuali che agiscono in modo largamente indipendente, ma che rappresentano oggi la base principale delle nuove forme di capitalismo. La loro irresponsabilità (in senso letterale: non devono rispondere ad alcuna istanza) è probabilmente alla base della crisi in corso. Dal canto loro le società civili che si pretendono globali e aspirano a un riconoscimento (compresi i movimenti di protesta e di emancipazione) si confrontano anch’esse con statualità in crisi e cercano di risalire a interlocutori globali tuttora assenti. Il contrattualismo ristretto a società nazionali sovrane mostra tutti i suoi limiti. La democrazia globale sembrerebbe la forma adatta all’epoca: ma essa quasi non esiste sotto forma di auto-deliberazione e auto-determinazione.

 

Emerge una curva di decrescenza nella fiducia nel capitalismo contemporaneo, secondo alcuni (Streeck) entrato in una crisi irreversibile. Il trust sta alla base del pensiero politico liberale: se è violato da qualsiasi forma di governo (come nel caso della crisi finanziaria globale), la società civile si riprende il potere. Ma ciò non sta affatto avvenendo. La capacità di creare convenzioni tacite, accordi non normativi e riferimenti condivisi si basa sull’involucro della fiducia: in sua assenza quella capacità ne esce drasticamente ridotta. Il pensiero giuridico, economico e sociale contemporaneo non sembra consapevole di dover lavorare a questo recupero, perché il suo orizzonte si è abbreviato. La politica poi, lavora solo sulla fretta emergenziale.

Eppure da una società ancora pensata nei confini delle vecchie unità di sopravvivenza della tribù e dello Stato, sempre più occorrerebbe passare a una nuova dimensione del “Noi” mano a mano che la sfera globale avanza: l’associazione degli Stati dovrà fungere infine da unità sociale dominante. Ma noi vediamo ancora tribù e singoli Stati all’opera.

 

Spinoza osservava che ogni trasferimento di diritti dal cittadino al potere sovrano non è assoluto ma revocabile in base al diritto naturale; la libertà di pensiero e di critica sono insopprimibili; esistono contrappesi al potere; nell’ambito del potere democratico c’è meno da temere. “Infatti è quasi impossibile che la maggior parte di un’associazione, se è grande, convenga su qualcosa di assurdo”. L’epoca degli automatismi irresponsabili, annunciata dall’Economist, rischia di chiudere il discorso. La maggior parte del mondo semplicemente è affidata a dispositivi impersonali. Eppure la storia ha affidato alla creazione di reti personali la base della fiducia nelle transazioni economiche: dai circuiti mercantili medievali e dalle sette religiose fino ai networks di banchieri in centri finanziari globali. È alla crisi di questo mondo che noi stiamo oggi assistendo. Ma la pretesa di autoregolarsi da parte di tanti interessi settoriali sfrenati non accentuerà i caratteri anarchici della lex mercatoria globale, in cui navigheranno frammenti e schegge senza alcun nesso? non assisteremo a società civili ‘in piena’ che chiederanno da un lato di poter fare i propri contratti e dall’altro ingiungeranno di ‘star fuori’ a qualsiasi istituzione che minacci un’invasione regolativa?

 

Sembrerebbe proprio questa la direzione imboccata: un irriducibile pluralismo in cui la poliarchia lascia il posto all’anomia. Una nuova Babele senza che alcuna istanza mondiale sia in grado di risolverne i conflitti. A livello della global community le asimmetrie e le patologie nelle arene decisionali andrebbero denunciate e corrette: nei conflitti internazionali in cui sono in gioco beni globali (le risorse ambientali, la conoscenza, i big data…) è essenziale che le fonti di informazione siano identificate e gli spazi per un’opinione pubblica non manipolata siano allargati. Lo stesso vale per i processi decisionali relativi alla spartizione di quote di mercato e di influenza, alla fissazione di standard e alla pressione sulle decisioni di organismi internazionali da parte di forti interessi di lobby che pesano più degli Stati. Aumenterebbe così l’autonomia come base di nuovi contratti sociali. ‘Noi’ contraenti non dovremmo più sparire nel contratto (come nel Leviatano) ma continuare a partecipare alla progressiva specificazione dei contenuti, la cui conoscenza necessaria è detenuta da molti attori autonomi. Quindi come possibile risposta all’anomia lavorare a nuovi contratti sociali fondati sull’autonomia. Alle origini (Kant) essa è stata intesa come ‘potere di ognuno in ogni tempo’ e come ‘potere della volontà di ciascuno’, come una capacità di ognuno di autodeterminarsi anziché essere eterodiretto. Oggi deve misurarsi con potenze tecniche universali, al cui ‘gioco’ occorre rispondere con nuove forme di coagulazione e federazione: di bridging appunto.

Leonard Raven-Hill, The Gap in the Bridge, 1919

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