La città transattiva

Modi spicci di tanto in tanto addolciti da un sorriso schivo e una bellezza sfiorita dalla fatica, Antonia è conosciuta da tutti alla frontiera di Ressano Garcia come “la signora dei cani”. Li acquista – cani da guardia o di compagnia – nelle fattorie attorno a Johannesburg e li rivende a Maputo.

Ha 47 anni e da quando ne aveva 25 viaggia su e giù per la EN4, il ramo autostradale che connette Matola con la provincia del Gauteng, diretta a Koomatiport o a Johannesburg. I mille chilometri che percorre in totale tra andata e ritorno per sei volte al mese da ventidue anni equivalgono a più di un milione di chilometri macinati per lavoro su una scalcinata Toyota bianca che costituisce la sua seconda casa.

Sofia, invece, ha iniziato rifornendo di prodotti ittici i supermercati e i ristoranti di Johannesburg, ma dopo 15 anni è passata all’importazione di prodotti vestiari dal Sud Africa al Mozambico perché più redditizi. Viaggia in compagnia su macchine modeste per non attirare l’attenzione dei ladrões appostati lunga la strada in attesa di obiettivi appetibili da derubare, ma nel cortile di casa ha parcheggiata una Land Rover.

 

Arminda ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza seduta su un cartone nel cuore del mercado Xipamanene, vendendo cipolle e patate con la madre. Le donne che le rifornivano delle merci da vendere al mercato le apparivano potenti e rispettate e così Arminda ha deciso di fare il loro mestiere. A 20 anni ha fatto il primo viaggio in compagnia da Maputo a Pretoria per acquistare prodotti alimentari da rivendere a Maputo, avviando così la sua carriera di commerciante transfrontaliera. Nel giro di poco tempo è riuscita a guadagnare abbastanza da comprare un camion e ingaggiare un autista privato che effettuasse le trasferte su sua commissione. Gli affari sono andati a lungo molto bene, con piccole tangenti da pagare alla frontiera sulle merci trasportate, finché un giorno gli stessi officiali doganali che la conoscevano da anni e da anni le concedevano il lasciapassare non le hanno imposto l’arresto e la confisca di tutti i beni.

La sua collega Annabel si è ritrovata nella stessa situazione e oggi tira avanti grazie ai figli, che hanno preso il suo posto. Importano materiali edili da Koomatiport. A Maputo, dove la “città orizzontale” (ovvero spontanea, contrapposta a quella “verticale” pianificata) cresce vorticosamente, sono molto richiesti.

 

Antonia, Sofia, Arminda, Anabel sono mukheristas, appellativo che designa le donne mozambicane che vivono della pratica economica del mukhero.

La parola deriva dalla frase inglese: “May you carry this bag to the other side?”, che nelle lingue Shangana e Ronga suona come ‘mukhero’ (Raimundo 2005). Il termine si riferisce al commercio informale transfrontaliero tra il Mozambico e i paesi confinanti, sebbene negli ultimi anni i traffici abbiano assunto una diffusione globale, estendendosi fino al Brasile, alla Tailandia, alla Cina, a Hong Kong e a Dubai, dove una “nuova generazione” di mukheristas si reca ad acquistare prodotti cosmetici e capelli sintetici da rivendere in Mozambico. 

La pratica del mukhero è fiorita con la dissoluzione del progetto socialista e la graduale scomparsa della rete di supporto economico fornita dallo Stato in Mozambico (Söderbaum & Taylor, 2008). 

Per donne come Antonia, Sofia, Arminda, Annabel, il commercio transfrontaliero costituisce una forma di sostentamento per sé stesse e per le proprie numerose famiglie, una fonte di equipaggiamento in casi di esclusione da parte della figura maschile e, infine, un modo per ottenere più facilmente che nel mercato del lavoro salariato autonomia e peso nelle decisioni famigliari importanti, come nelle scelte riguardanti i consumi e gli investimenti. 

 

Tramite il mukhero, esse si ritrovano a poter acquistare terreni sui quali costruire nuove abitazioni e avviare attività economiche autonome, segnando un progressivo affrancamento dalle originarie condizioni di povertà e la produzione di un’emergente classe sociale contraddistinta da livelli di formazione, aspirazioni e modalità di consumo nuovi.

Soprattutto, le mukheristas garantiscono la sicurezza alimentare del Mozambico, alimentando costantemente il sistema del commercio mozambicano di prodotti di base che mancano nel Paese.

Tutti i Paesi confinanti con il Mozambico sono coinvolti nelle vivaci interazioni transfrontaliere create dal mukhero, ma il rapporto con il Sud Africa è particolarmente intenso.

Lo è soprattutto nella regione che connette il sud del Mozambico con il Sudafrica orientale e che rappresenta uno ‘storico spazio transnazionale’ (Vidal, 2010), formatosi all’inizio del 1900 ad opera della figura sociale del giovane avventuriero che si recava a lavorare nelle miniere in Sud Africa. 

La migrazione lavorativa forzata, necessaria al Sud Africa dell’apartheid per poter usufruire di riserve lavorative disorganizzate e a basso costo da impiegare nelle miniere d’oro e di diamanti rappresenta l’innesco principale delle relazioni tra Mozambico e Sud Africa, già favorite dai colonizzatori portoghesi. Il rapporto tra Sudafrica e Mozambico si fonda, dunque, su basi di subordinazione e sfruttamento. 

 

 

Ciò nonostante, i flussi migratori sono proseguiti e si sono persino intensificati con la fine del regime dell’apartheid e l’indipendenza del Mozambico in virtù della semplificazione delle procedure di acquisizione dei visti turistici di durata mensile per l’ingresso nel Sudafrica democratico appena sorto. 

A partire dagli anni sessanta del ‘900, l’import–export di materie prime contribuisce a rinsaldare il rapporto tra i due Paesi, fino a diventare il legame principale tra di essi.

Tale settore è oggi dominato dalla presenza delle donne, coerentemente con il fenomeno della ‘femigrazione’ (Faith D. Nkomo, 2011) che rileva l’aumento su scala globale delle donne migranti.

Di età compresa tra i 25 e i 55 anni, le donne rappresentano il 70% del commercio informale transfrontaliero tra Mozambico e Sud Africa (Peberdy & Rogerson 2000).

Viaggiano, anche due o tre volte a settimana, a bordo di autobus di linea, talvolta treni, molto più spesso vetture private o gestite da compagnie di trasporto informali. 

 

Nelle tratte che ho seguito tramite esplorazioni etnografiche tra Johannesburg e Maputo ho potuto rilevare che a Johannesburg il rifornimento delle merci all’ingrosso (che vanno dai prodotti di genere alimentare, a prodotti per la casa, cosmetici, vestiti, apparecchiature elettroniche etc.) avviene dapprima nei malls cinesi sempre più diffusi alle soglie del centro città e in seconda battuta nei negozi del centro. Da qui le merci vengono trasportate in Mozambico e distribuite a prezzi maggiorati nei vari mercati (formali e informali) e supermercati della città di Maputo e spesso anche inviate nelle aree urbane più a nord. In tal modo, le mukheristas connettono il livello di produzione globale a quello di distribuzione locale, dimostrando di essere attori sociali che contribuiscono proattivamente all’evoluzione della globalizzazione anziché esserne soltanto passivamente influenzati.

La retorica politica, però, tende a ignorarlo o a porre l’accento sul carattere d’informalità della pratica, ascrivibile al fatto che essa è solitamente svolta senza licenze legali per il traffico o aggirando il pagamento delle consistenti tariffe doganali per la circolazione delle merci (Cruz e Silva, 2005).

Più utile sarebbe, piuttosto, analizzare il modo in cui la forte interconnessione tra informalità e mobilità sia costitutiva del contesto regionale subsahariano e africano in generale.

Un’accentuata mobilità contraddistingue da sempre le società africane e ne ha forgiato città e regioni (Simone, 2011). La stessa distribuzione degli insediamenti in Africa è stata determinata dal movimento dei gruppi in cerca di nuove terre e risorse verso Sud e Ovest. 

 

Ciò è proseguito durante e dopo l’occupazione coloniale, nonostante la fissazione dei confini territoriali coloniali, poi consolidatisi come frontiere nazionali (Chabal, 2009). 

Tali confini sono sfruttati come opportunità per trarre utile economico. In quanto tali, essi alimentano sia il mercato informale, attraverso la violazione delle norme che regolamentano la circolazione delle merci perché più conveniente e spesso inevitabile per tirare avanti, che quello formale, consentendo che le autorità possano scegliere di tassare i movimenti di merci e di persone a proprio piacimento. 

L’esito che ne deriva è una diffusione capillare del transito informale di merci e di persone attraverso le frontiere tra i Paesi africani in direzione dei maggiori “estuari urbani” (Landau, 2015).

La mobilità quale aspetto intrinseco (e scarsamente considerato) dell’informalità rappresenta una strategia di sopravvivenza ed emancipazione che potenzia l’esplorazione delle possibilità estendendola dall’ambito locale a quello trans-locale o interlocale.

 

Definire il mukhero esclusivamente come una pratica economica ‘informale’, dunque, è una semplificazione impropria che opacizza le molteplici soglie di contatto tra la sfera formale e quella informale che lo connotano e che restituisce una dimensione riduttiva sia del volume dei traffici prodotto che del suo impatto sulle attività economiche e sulle relazioni commerciali nell’intera area subsahariana (Peberdy 2002).

Del carattere di informalità andrebbe piuttosto sottolineato l’alto grado di vulnerabilità e precarietà al quale le mukheristas sono esposte, che va dalla mancanza di strutture adeguate a supportare le loro rotte circolatorie all’esposizione alla violenta xenofobia del contesto sudafricano e alla corruzione della polizia doganale (ibidem). 

Ciò rende le carriere lavorative e umane individuali fortemente soggette alla fortuna e al rischio, laddove nel complesso costituiscono una componente cruciale dell’economie nazionali e transnazionali nel continente. 

In questi termini, l’informalizzazione si rivela come il processo mediante il quale fattori tradizionali e moderni interagiscono in una dinamica di agentività, intesa come “azione sociale mirata significativa, intenzionale e autoriflessiva” (Chabal, 2009) che cerca di superare i vincoli esistenti per realizzare condizioni di vita decenti.

Considerare l’agentività in relazione al movimento in Africa significa concepire il secondo come una forma di capitale. Il movimento rappresenta, infatti, la risorsa di riferimento per superare limitazioni strategiche entro ristretti spazi di manovra.

 

Impiegando il movimento come una complessa strategia di sopravvivenza urbana, le mukheristas conquistano ‘transattivamente’ il proprio spazio nella città. Collegando luoghi e geografie eterogenei, generano un sistema complesso di spazi liminali e relazioni transattive.

Il processo di assemblage posto in essere forma “l’infrastruttura alla base della vita delle città africane” di cui parla AbduMaliq Simone (Simone, 2004), un’infrastruttura non esclusivamente materiale, bensì fatta dei corpi vivi di chi abita e attraversa le città. Tale infrastruttura connette attori e attanti eterogenei e capacità e bisogni diversi, producendo forme di convivialità e comunità formate più sull’uso e sulle pratiche ad esso connesse che sull’appartenenza.

Parafrasando Landau, si potrebbero chiamare ‘comunità di convenienza’ (Landau, 2014) e dal punto di vista di chi scrive meritano un esame accurato perché presentano nuovi principi organizzativi e di solidarietà che sono allo stesso tempo locali e trans-locali. 

Al livello locale si assiste alla costante alterazione, innovazione e sostituzione degli usi convenzionalmente attribuiti ai luoghi. Questa continua riproduzione delle forme di radicamento e relazione dei soggetti urbani costituisce il locale e la città come processi. 

La necessità di un confronto ineludibile ed efficace con le pratiche di mobilità che sempre più non solo attraversano ma configurano l’urbano pone sfide significative alle discipline che lo studiano, governano e progettano, imponendo in particolare al planning l’uscita dall’impasse di fissità in cui si trova. 

L’applicazione ad esso della nozione di trans-localismo che valorizza l’agire trans-locale inteso non soltanto come significativa capacità di superamento dei confini (geografici, spaziali e sociali), ma soprattutto di esistenza attraverso di essi, di abitare multi-locale, appare fertile nel supportare modalità relazionali di pensare la dimensione urbana (Söderström, 2013), per cui il “qui” rimanda sempre ad un “altrove” e non si può analizzare il primo senza considerare il secondo.

 

Le pratiche quotidiane delle mukheristas, inoltre, dimostrano come tradizionali categorie dicotomiche quali formale|informale, globale|locale, ufficiale|non ufficiale, sono nella realtà ben più sfumate e complesse, rivelando in controluce costanti riconfigurazioni del potere che impongono una riconsiderazione della governance urbana non solo a livello locale ma in maniera sempre più inevitabile anche a livello translocale.

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