Scalarità metropolitane

Oltre l’ordine spaziale

 

Siamo soliti considerare i processi relativi alle dinamiche geografiche come processi lenti, espressione della lunga durata del mutamento storico incorporato nello spazio che diviene territorio concreto. Un mutamento che investe e produce materialmente quei contesti sociali pensati come sfere separate e distinte: città e campagna, urbano e rurale, borgo e contado e altre possibili “isole territoriali di relazioni sociali separate”, come direbbe Neil Brenner. Non solo: per mezzo di nozioni dal contenuto più astratto e ambiguo si è pensato di poter delineare una matrice spaziale unitaria, di ordinare il mondo in ‘centri’ e ‘periferie’, in dimensioni ‘locali’ e ‘regionali’, le prime contenute e dipendenti dalle seconde e, in ultimo, avviluppate da un ‘globale’ che - per definizione - contiene il tutto. In questa chiave le metropoli sono state a lungo osservate come forma spaziale suprema dell’occidente capitalistico, i centri esclusivi del dominio e del comando di uno spazio-mondo strutturato gerarchicamente e con una propria stabilità relativa.

 

Questa condotta – dai risvolti non solo cognitivi – ha implicitamente adottato, e contribuito a riprodurre, una prospettiva che potremmo definire di fissità scalare (mutuo questa espressione voltando l’idea di mobilità scalare elaborata di recente da Angelo Turco). Una prospettiva per la quale non solo uno dei due termini esclude per definizione il suo opposto (un centro si afferma per negazione della periferia, l’urbano si oppone al rurale, e così via) ma nella quale i vari fenomeni socio-spaziali vengono compresi entro una razionalità geografica in fondo deduttiva, frutto di una concatenazione di scale pensata in forma a dir poco elementare e statica, e per la quale la riduzione ‘planimetrica’ dei fenomeni (si pensi alla città che diviene per estensione bidimensionale una ‘grande città’, ovvero un’area metropolitana) si erge a modello esclusivo di rappresentazione del mondo: quel ‘pregiudizio topografico’ da tempo sottoposto alla sferzante critica di Franco Farinelli. Non che tale patrimonio di immagini e conoscenze abbia mancato del tutto il segno nell’interpretazione delle dinamiche geostoriche, tuttavia si ha la sensazione che gli impetuosi processi di mondializzazione sollecitino una diversa capacità di pensare e praticare la realtà oltre il vecchio ordine spaziale ormai al tramonto. Ciò sembra particolarmente necessario proprio osservando il mondo dal punto di vista delle dinamiche urbane e metropolitane.

 

 

Interpretazioni e realtà: un campo di lotta…

 

Tale modalità di pensare e praticare il mondo dalla prospettiva urbana consente di evidenziare quanto il regime spaziale a lungo dominante stia franando irreparabilmente, prospettando con forza il tema – insieme culturale e politico – di un’interpretazione dell’instabilità e del disordine spaziale come tratto permanente della realtà mondiale contemporanea, cioè come fenomeno niente affatto congiunturale. Al vecchio inter-nazionalismo stato-centrico (veicolato dall’immagine forte ed esclusiva delle tessere multicromatiche di una delle innumerevoli cartografie planetarie) sembrano oggi sovrapporsi in modo scomposto e mobile altri ordini e regimi spaziali, non ultimo quello delle realtà urbano-metropolitane in profondo divenire. Spazialità al tempo stesso complementari e conflittuali rispetto a quella statuale-nazionale che, fino ad oggi, ha rappresentato il ‘contenitore naturale’ entro il quale individuare (e in un certo senso imbrigliare) le capitali politiche ed economiche, oltre ai sistemi urbani ‘nazionali’, appunto, variamente articolati in forma policentrica.

 

Il fenomeno di ‘esplosione delle città’ nel mondo emerso negli ultimi vent’anni (ma alcuni hanno significativamente riproposto l’antesignana riflessione di Henry Lefebvre su questo tema) non è tanto e solo interessante per gli impetuosi aspetti quantitativi dei processi di urbanizzazione in corso (per altro di ardua misurazione) che ha attirato una imponente attenzione mediatica, quanto per la ribalta conseguita dal protagonismo economico-politico delle città che ci riconsegna in chiave inedita un tema fondamentale: la dimensione urbana come componente decisiva di processi di mondializzazione segnati da un crescente pluralismo dei poteri e degli ordini spaziali.

 

A fronte di tale evidenza è opportuno riconoscere il profilo per nulla pacificato e neutrale di una siffatta propensione: sia in termini cognitivi, riguardo una rinnovata teorizzazione delle spazialità politiche; sia in termini pratici, in relazione agli effettivi processi geopolitici segnati marcatamente dalle forme di cooperazione e/o di conflitto tra differenti ordini spaziali.

 

Dal punto di vista teorico, l’avvenimento geografico della globalizzazione (“un avvenimento nel mondo della conoscenza”, preciserebbe Jacques Levy) turba teorie e consuetudini spaziali consolidate e nel caso del fenomeno urbano/metropolitano impone la rottura con un’idea di città pensata come scala, come contenitore statico di fatti socio-spaziali localmente radicati e spiegabili secondo razionalità esclusivamente locali (rimando su questi aspetti al contributo di Anna Lazzarini in questa stessa rubrica), domandando un approccio all’urbano di tipo relazionale e transcalare che metta radicalmente in movimento il rapporto tra interno/esterno urbano e sappia confrontarsi con la disgiunzione sempre più marcata tra dinamiche territoriali e dinamiche dei flussi tipiche del ‘capitalismo delle reti’ (copyright: Aldo Bonomi).

 

Altrettanto rilevanti sono le concrete dialettiche geopolitiche che segnano lo spazio-mondo: basti pensare alle tensioni neoregionaliste e centrifughe in molte situazioni di conflitto indipendentista (dalla Scozia alla Catalogna, all’altopiano del Kurdistan, per rimanere alle porte di casa) piuttosto che alla complicata dialettica tra autonomie locali e stati-centrali dei diversi paesi europei, ma anche alle spazialità dei flussi migratori e alle nuove e violente barriere poste nel tentativo di arginarli (dalle recinzioni di Ceuta a quelle magiare) o ai processi di inclusione/esclusione socio-spaziale che scompongono di continuo le diverse realtà urbane. L’insieme di questi processi tende dunque a sovvertire l’ordine spaziale incorniciato nella geografia degli stati-nazione e a far emergere un diverso protagonismo della dimensione urbana. È ciò che Neil Brenner e Christian Schmid concettualizzano in termini di “nuove geografie della governance urbana” conseguenti, queste ultime, a una serie di condizioni in parte inedite. Vale la pena richiamarle affidandoci alla proverbiale chiarezza anglosassone: (a) the consolidation of neoliberalized, market-oriented transnational rule-regimes; (b) the proliferation of national state projects of deregulation, liberalization, privatization and austerity; (c) the worldwide diffusion of place-marketing campaigns and locational policies intended to attract inward capital investment into subnational zones; (d) the establishment of a ‘new metropolitan mainstream’ in which local and regional governments increasingly prioritize economic growth, property-led investment in flagship mega-projects, urban renewal and gentrification over job creation, social redistribution, equity and participation; (e) the construction of new forms of inter-local networking and policy transfer to disseminate putative ‘best practices’ in response to persistent social, economic and environmental crises within urban regions; and (f) the ongoing explosion of political struggles over access to the basic resources of social reproduction such as housing, water, food, education, health care and security” (Towards a new epistemology of the urban?”, in City: analysis of urban trends, culture, theory, policy, action, v. 19, n. 2-3: 153).

 

Per le cose richiamate appare quindi chiaro che il contesto mondiale attuale viene attraversato da molteplici dispute che hanno per oggetto le stesse arene spaziali entro le quali vengono conquistate o perse rilevanti poste materiali o simboliche. In questo senso, il riferimento alle differenti scalarità metropolitane, intese queste ultime come dinamiche caratterizzanti e generanti la dimensione urbana in forma ‘glocale’, vuole proprio indicare che il mutamento socio-spaziale che investe in forme accelerate alcuni contesti metropolitani – tra questi Milano – mostra significativi contrasti egemonici che ne esaltano la natura di ‘campi di lotta’...

 

 

… e di governo

 

Sì, perché se le nuove forme di rappresentazione dell’urbano e delle sue possibilità di sviluppo appaiono contese da una pluralità di attori e di interessi variamente strutturati, parimenti le istituzioni territoriali di governo mostrano di essere in affanno, spiazzate dai processi che abbiamo appena richiamato, spesso incapaci di avanzare una lettura e un posizionamento originale entro le dinamiche generali, difficilmente in grado di sviluppare azioni gravide di effetti di governo coerenti e percepibili. Ma su tale dimensione problematica grava innanzitutto l’impossibilità di ridurre la complessità geografica dei fenomeni metropolitani contemporanei in termini amministrativi, di ricondurre cioè ad un ordine spaziale perimetrato processi di sviluppo e pratiche di cittadinanza che lavorano attraverso varie scale, e dunque anche quelle riferibili alla geografia amministrativa di comuni, province, regioni… Può apparire un paradosso, ma proprio la recente introduzione della nuova Città Metropolitana con la cosiddetta legge Del Rio (la legge 56, dell’aprile del 2014), sottolinea in forma quasi letterale questo dilemma fin dalla sua nominazione. Abbiamo infatti perduto da tempo una nozione condivisa di ‘città’ e ne tentiamo tardivamente un recupero in chiave ‘metropolitana’ affidandoci a un salto di scala dimensionale: dalla città capoluogo compresa entro confini ristretti, alla sua dilatazione territoriale coincidente con l’antica provincia, ora estinta. Una dimensione repentinamente istituzionalizzata, senza alcuna chiarezza di funzioni, poteri e risorse per la sua sopravvivenza. Ciò che poteva essere sensato negli anni della grande crescita economica e insediativa continentale del dopoguerra (quando infatti buona parte dei paesi europei sperimentarono le nuove istituzioni metropolitane) appare oggi tardivo e ineffettuale. Le città metropolitane italiane rimangono così prigioniere di una logica novecentesca inadatta a confrontarsi con le forme inedite assunte dalle spazialità urbane partecipi dei processi di mondializzazione. Ma tant’è! L’Italia rimane il paese dei paradossi e di un riformismo spesso cartaceo, concepito e praticato troppe volte dall’alto e inibito nella sua dimensione attuativa e operativa.

 

In un quadro per molti versi disarmante non resta che gettare la mente oltre l’ostacolo, compiendo un esercizio di immaginazione socio-spaziale possibile in un contesto come quello milanese. Un contesto che, in altre fasi della sua evoluzione storico-politica, ha saputo mobilitare quella ‘intelligenza della società’ in grado di scartare e sperimentare altre vie, soluzioni alternative e sussidiarie nel trattamento di problemi collettivi rilevanti per la comunità civile (si pensi al riformismo urbano e mutualistico di inizio Novecento, o alla stagione del centro-sinistra dei primi anni sessanta). Tale sforzo di immaginazione rimanda a uno scarto di senso e di azione che faccia sì che la nuova istituzione coltivi consapevolmente un suo profilo “modesto” (à la Crozier) ma puntuale, consapevole dei limiti di concezione istituzionale che sottostanno alla sua configurazione organizzativa e istituzionale ma non per questo incapace di selezionare alcuni progetti bandiera e perseguirli con originalità e tenacia esemplari.

 

Non mancano esempi e possibilità rilevanti – dall’integrazione tariffaria del sistema della mobilità al ridisegno ambientale di parchi e aree protette; dal ripensamento in rete di alcuni servizi sociali, educativi e culturali, deposito materiale di una lunga stagione di welfare comunale al ridisegno funzionale del sito di Expo e al governo dei suoi effetti alle differenti scale, solo per fare alcuni esempi – ma ciò che appare necessario è che le diverse istituzioni accettino la loro parzialità (di confini territoriali e di risorse) e pratichino sperimentazioni orizzontali dalla forte impronta progettuale e federativa: il governo delle scalarità metropolitane non è dunque dominio esclusivo dell’una o dell’altra istituzione territorialmente perimetrata, ma esito possibile di una dialettica progettuale e spaziale che sfida atteggiamenti consolidati e domanda rinnovati argomenti a sostegno di uno sviluppo pensato e praticato in rete.

 

In questo senso il tema del ‘governo’ implica anche quello della ‘lotta’ per affermare approcci innovativi nella costruzione di politiche pubbliche e di azioni in grado di vincere quella sfida della complessità spaziale che appare il tratto costitutivo dei fenomeni metropolitani.

Atelier Transito

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