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Raccontare una storia di guerra

Come si racconta una vera storia di guerra? Esiste uno scrittore che ha tentato di rispondere alla domanda. Si chiama Tim O'Brien, ha vinto il National Book Award in America, ha pubblicato un racconto che si intitola proprio Come raccontare una vera storia di guerra e poi l'ha inserito in una raccolta incentrata sul Vietnam, Quanto pesano i fantasmi.

 

Tim O'Brien è tra i pochi autori viventi ad aver scritto che "la guerra è anche bellezza" e non l'ha fatto per provocare, ma perché secondo lui una vera storia di guerra non deve generalizzare. Chi dice "la guerra è un inferno" lo convince poi fino a un certo punto: "Come affermazione morale, l'antico truismo sembra perfettamente vero, eppure nella misura in cui si tratta di un'astrazione, di una generalizzazione, non riesco a crederci con la pancia. Dentro non mi si muove niente. Tutto si riduce a un istinto viscerale. La vera storia di guerra, se raccontata con verità, fa sì che la pancia ci creda".

 

Tim O'Brien

Come raccontare una vera storia di guerra e Quanto pesano i fantasmi hanno solo storie così: di pancia. Storie dove i soldati indossano collant-portafortuna e dove i soldati scherzano per Halloween, storie dove soldati-drogati commentano la guerra ("È un incanto") a mo' di bollettino-meteo e storie dove soldati-pellerossa muoiono affogati dentro una fogna a cielo aperto, mentre altri soldati ancora giurano di aver sentito spettrali concerti di musica classica in piena foresta pluviale. E i soldati non sono sempre uomini.

 

La raccolta di Tim O'Brien contiene anche un esemplare femminile, tanto più eccentrico se considerate che la donna in questione è una bionda fidanzatina appositamente venuta dalla California, salvo poi convertirsi alla causa del mitragliatore con toni dark in odore di Joseph Conrad. A questa stregua "la guerra è anche mistero e terrore", si legge in Come raccontare una vera storia di guerra, e giustamente si può "sostenere, per esempio, che la guerra è grottesca". Ma a ben vedere, nota sempre O'Brien, la guerra è anche "avventura e coraggio e scoperta e pietà e disperazione e desiderio e amore. La guerra è indecente; la guerra è divertente. La guerra è emozionante". Ecco poi spiegato perché sarebbe anche bellezza: "Nonostante tutto il suo orrore, non si può fare a meno di restare a bocca aperta di fronte alla tremenda maestà del combattimento. Fissi i proiettili traccianti che si snodano nell'oscurità come nastri rosso brillante. Ti acquatti per l'imboscata mentre una luna fredda e impassibile si leva nel cielo notturno sopra le risaie. Ammiri la fluida simmetria delle truppe in movimento, le armonie di suono, forma e proporzione, i torrenti di fuoco e metallo che grondano da un elicottero da combattimento, i proiettili illuminanti, il fosforo bianco, il bagliore porpora del napalm, la luce accecante dei razzi. Non si può propriamente chiamare bello. È stupefacente. Riempie lo sguardo. Si impossessa di te. Tu lo trovi orribile, ma i tuoi occhi no"

 

Non troverete queste parole in tutte le librerie. La raccolta di Tim O'Brien è sparita dai radar degli editori italiani dopo una fugace pubblicazione per Leonardo, nel 1991. Se oggi cercate una "vera storia di guerra", probabilmente non sarà ambientata in Vietnam ma nel più vicino Afghanistan che ha ispirato il secondo romanzo di Paolo Giordano. Vent'anni dopo Quanto pesano i fantasmi le questioni di vita, di morte e di autenticità restano tuttavia le stesse anche dentro Il corpo umano: "Io ho fatto un errore a spedirli laggiù. E lei sta per farne un altro, scrivendo nel suo rapporto una versione che non sarà nemmeno vicina alla verità, alla complessità della verità".

 

 

"Le verità sono contraddittorie", sembra fargli eco O'Brien il quale sapeva che "generalizzare sulla guerra è come generalizzare sulla pace. Quasi tutto è vero. Quasi nulla è vero". Anche perché "la vera storia di guerra", dice sempre O'Brien, "si riconosce dalle domande che fai" e qui c'è un nuovo punto di contatto con il libro di Paolo Giordano, che in quarta di copertina mette proprio una serie di quesiti-lampo:

• Cos'è una famiglia?
• Perché scoppia una guerra?
• Come si diventa un soldato?

Torniamo ora in tutte le librerie. Sono orfane di Tim O'Brien ma hanno pur sempre James Jones, visto che Da qui all'eternità è stato ripubblicato di recente nella sua "prima edizione integrale non censurata" comprensiva di svariati turpiloqui (l'editore Scribner contestò all'epoca 259 fuck, 91 shit e 5 prick) più alcune scene che alludono a rapporti omosessuali tra militari e civili nei pressi di una base militare americana, a Honolulu.

 

James Jones

 

Il romanzo è tornato improvvisamente attuale anche perché Barack Obama si è dichiarato disposto a modificare la norma che permette ai gay di entrare nell'esercito a patto di mantenere la riservatezza: è la cosiddetta regola del don't ask, don't tell. Non esattamente quanto fa il soldato Maggio – in una scena del libro di Jones ai tempi censurata ma oggi restaurata – mentre confessa di arrotondare la paga accompagnandosi a facoltosi omosessuali di Honolulu: "Lo ammetto, niente a che vedere con una donna. Ma è pur sempre qualcosa. E poi, il vecchio Hal mi tratta a meraviglia. Dà sempre una mano quando sono a secco: cinque, dieci dollari. Fanno comodo, a fine mese".

 

Scene così abbondano alla Rare Book & Manuscript Library di Urbana e Champaign, nell'Illinois. È lì che si conserva il manoscritto originale di Da qui all'eternità ed è lì che ogni attento lettore potrà imbattersi in altri passaggi considerati osceni per il pubblico degli Anni ’50; ad esempio:

• Un soldato che prova a non masturbarsi e intanto rievoca un momento di intimità fra maschi.

• Oscure scalinate che conducono "agli appartamenti delle signore, alle loro parti più intime e agli straordinari effluvi di scroto sudato, seno profumato e immancabile candeggina".

• Massaggiatrici giapponesi che "escono fuori nude, ti si lavorano e poi te la raccolgono in un asciugamano".

• Lunghe disquisizioni sul liquido seminale dopo una notte d'amore.

• Un personaggio soprannominato, per le dimensioni del suo membro, "Lo Stallone" e per ciò stesso tollerato da una sola prostituta di Honolulu (eccettuata una tale Mama-San Big Virginia) che gli domanda 5 dollari in luogo degli abituali.

• Un soldato che spia due lesbiche col binocolo e poi lo fa passare di mano in mano (donne comprese).

• Un soldato che confessa, dopo un momento di sesso omosessuale: "Ora so come si sente una donna. Potrei simpatizzare con lei".



Anche Il corpo umano contiene dicerie del genere. Come quella storia "della segretaria di un colonnello che si è portata tre sottufficiali nella tenda e li ha cacciati fuori all'alba, stravolti"... ma sarà successo davvero?
Importa poco saperlo.
Perché se la vera storia di guerra si riconosce dalle domande che fai, Come raccontare una vera storia di guerra precisa anche: "se la risposta è importante, hai saputo quel che volevi sapere". E allora ha molto più senso la domanda che si trova alla pagina 174 (ovvero al centro del libro) di Paolo Giordano: "Perché mai, lui, che non ha paura di niente, ha paura di una donna?".
Quella sì che è una domanda; potrebbe essere la domanda.
E importa davvero poco che non sia una domanda sulla guerra: del resto anche Tim O'Brien conferma che "la vera storia di guerra non parla mai di guerra. Parla della luce del sole. Parla di quella maniera tutta particolare in cui l'alba si propaga sul fiume quando sai che devi attraversarlo, quel fiume, e marciare verso le montagne a fare cose che hai paura di fare. Parla di amore e di ricordi [...] Parla di sorelle che non rispondono alle lettere e di gente che non riesce ad ascoltare".

 

 

Potete crederci oppure no, ma anche Il corpo umano parla di luce del sole, di albe, di sorelle, di lettere, di gente che non riesce ad ascoltare e gente che ha paura di fare. È una vera storia di guerra. Tutt'altro film rispetto a Zero Dark Thirty, osteggiatissimo da Bret Easton Ellis (l'epigrafe al suo secondo romanzo citava Inseguendo Cacciato, il primo romanzo di Tim O'Brien) su Twitter:

• Non credo che i produttori vogliamo promuovere la tortura ma il loro approccio alla materia farebbe pensare il contrario.
  (13 gennaio 2013)
• Il montaggio impersonale, a scatti e strattoni? Le riprese aeree delle esplosioni? Non c'è una sola scena che vorrei rivedere.
  (3 gennaio 2013)
• L'impiego di tecniche per generare suspense (comprese le urla di gente che muore davvero) per far ribollire il sangue è tra le cose peggiori di Zero Dark Thirty.
  (27 dicembre 2012)
• Un film moralmente indifendibile.
  (19 dicembre 2012)

Ma ha senso parlare di morale? Quest'anno ricorre il cinquantesimo anniversario dalla morte di Beppe Fenoglio, che certo conosceva storie di guerra "vere", eppure ai moralismi preferiva la storia nuda e cruda. Come quella riferita allo ziastro di Un giorno di fuoco, quando viene a sapere che Pietro Gallesio ha ammazzato un carabiniere: "E con questo? – replicò lui, senza voltarsi e senza foga – Guerra è guerra. Loro gli sparano a piombo e lui dovrebbe rispondere a sputi?".
Schietto. Credibile. Di pancia.

 

Probabilmente anche il coraggioso James Jones ("la scrittura deve arrivare a un'onestà più profonda", scrisse all'editor che voleva censurarlo) e Paolo Giordano (pagina 157: "La vita è fatta così, si sa, c'è qualcuno che le dà e c'è qualcuno che le busca") approverebbero. Per non parlare di Tim O'Brien. Nel suo caso, poi, la parola morale è più propriamente sinonima di conclusione e spetterebbe senz'altro a lui chiudere questo racconto-verità: "Una vera storia di guerra non è mai morale. Non educa, non incoraggia la virtù, non suggerisce modelli di corretto comportamento, e non impedisce agli uomini di fare ciò che essi hanno sempre fatto. Se una storia di guerra sembra morale, non credeteci. Se alla fine di una storia di guerra vi sentite edificati o se avete l'impressione che dalla generale devastazione sia stato recuperato qualche minuscolo frammento di rettitudine, allora siete caduti vittime di un'antichissima e spaventosa menzogna".

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