Un amore nella solitudine

Sara Mesa è una delle voci più importanti nel panorama della letteratura spagnola contemporanea. Ha pubblicato diversi testi, sette dei quali per l'editore Anagrama. Quattro anni fa Bompiani ha portato in Italia Cicatrice, considerato tra i migliori libri dell’anno in Spagna. In questo testo Sara Mesa, con la sua scrittura precisa e misurata, scava nelle pieghe della coscienza per svelare il rovescio della situazione, quel lato oscuro che a volte ci avvolge e dietro al quale ci nascondiamo. Spesso nei suoi testi il tema della fuga diventa centrale come, per esempio, in Cuatro por cuatro (finalista al Premio Herralde nel 2013) o in Cara de pan. I personaggi fuggono da loro stessi e, paradossalmente – come ha dichiarato lei stessa in un’intervista – si mettono in cammino per ritrovarsi. Anche in Un amore, uscito in Spagna nel 2020 e ora tradotto da Elisa Tramontin e pubblicato da La Nuova Frontiera nella collana Liberamente, il tema della fuga diventa centrale. È un libro vertiginoso e misurato allo stesso tempo.

 

Privo di artifici e pieno di tensioni, dove i meccanismi della narrazione si incastrano perfettamente. Uno di quei testi a cui, una volta letto, non possiamo smettere di pensare, perché spingono i personaggi (e insieme a loro anche il lettore) fino a un limite oltre il quale rischiano di perdersi e di non ritrovarsi più. Si indagano i desideri oscuri senza nessun tipo di spiegazione psicologica e senza nessuno spazio per le interpretazioni.

La storia inizia quando Nat, la protagonista del romanzo, arriva in un piccolo paese rurale della Spagna, La Escapa (nome che fa pensare alla fuga), dove ha deciso di ritirarsi per portare a compimento una traduzione dal francese. È un posto desolato, di strade polverose, senza nessun tipo di attrazione. Dietro c’è un monte, il Glauco, che sorveglia il paese in modo sinistro. Lì Nat prende in affitto una casa, la più economica che trova, dove scoprirà, con le prime piogge, che il tetto è pieno di infiltrazioni. Nat sembra non avere una vita precedente al suo arrivo a La Escapa. Possiede solo un nome e un frammento di storia che il lettore scoprirà dopo: un piccolo furto che ha commesso nell’azienda in cui lavorava, senza sapere cosa l’abbia spinta a farlo. Di lei non sappiamo altro, e non ce n’è bisogno. Capiamo, però, che è lì per fare i conti con qualcosa che si è incrinato dentro di sé e per portare a termine la traduzione.

 

 

A nulla le servirà il lavoro sul lessico e la ricerca di parole per far fronte, ad esempio, al proprietario della casa, un uomo sporco e viscido, che si ritiene in diritto di entrare ogni volta che va a riscuotere l’affitto. Nat non riesce a fare nulla, si rende contro della sua inferiorità, vista dalla prospettiva dell’uomo, ma soprattutto entra in quella zona d’ombra, per certi versi ambigua, in cui scompare la possibilità di un dialogo civile, pur parlando la stessa lingua. Accetta questa condizione e decide, nonostante tutto, di far fronte, inoltre, agli archetipi misogini del posto. All’inizio ripara i disagi delle infiltrazioni con dei secchi. Un giorno Andreas, detto il tedesco anche se tedesco non è, figlio di una profuga curda, si offre di aggiustarle il tetto, poiché il proprietario di casa si disinteressa della precarietà dell’abitazione e, appellandosi alle leggi del baratto, le fa una proposta che lei, Nat, non si sarebbe mai aspettata e che forse non avrebbe mai immaginato potesse formularsi in quel modo. Da questo elemento contrattuale, che è meglio non svelare, si divarica un mondo per lei sconosciuto. Potrebbe sottrarsi, invece decide di andare avanti e affrontarlo, a costo di umiliarsi, come una vittima volontaria che entra in empatia con chi, subdolamente, la soggioga.

 

La storia, il cui nucleo centrale si gioca tra incomprensione e incomunicabilità, si sviluppa durante un brevissimo periodo temporale, quello che si impiega, per esempio, a consumare due terzi di un tubetto di dentifricio. In questo tragitto Nat entra in un mondo a lei estraneo e che, allo stesso tempo, le diventa completamente ostile e inospitale. Più prova a integrarsi in quell’ambiente e più il paesaggio e suoi abitanti diventano oppressivi. Non sappiamo fino a che punto spingerà la sua sfida di farsi accettare e fino a che punto metterà in gioco la propria dignità.

 

A La Escapa, come dichiara uno dei suoi personaggi, sono tutti stranieri: “Qui, in questo posto, nessuno capisce nessuno. Non vedi che qui non è nato nessuno? Vengono tutti da fuori. Ognuno parla una lingua diversa”. Nemmeno con il cane che le regala il proprietario di casa, Fiele, pauroso e maltrattato, che lei prova ad addomesticare, riesce a stabilire un buon rapporto; anzi, è attraverso il cane che riuscirà a cogliere la meschinità degli abitanti e la loro vulnerabilità.

Un amore è un libro senza sentimentalismi, che fruga nella solitudine, nelle proprie paure e gelosie. Non ci lascia nessuna risposta, ma come ogni buon libro, ci porta a mettere in dubbio le nostre certezze.

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