Autismo pensato per immagini

Nel 1944, mentre le truppe hitleriane stanno arretrando su tutti i fronti, il dottor Hans Asperger pubblica a Berlino nella rivista “Archiv für Psichiatrie und Nervenkrankheiten” un articolo intitolato: “Gli psicotici artistici in età infantile”. Asperger è un medico viennese e si occupa di “pedagogia curativa”. Il testo è il frutto di una lunga osservazione clinica. Per molti decenni l’articolo, pubblicato solo in lingua tedesca durante il crollo del Terzo Reich, resta sconosciuto agli specialisti, e il nome di Hans Asperger ignoto. Per una curiosa coincidenza solo un anno prima, nel 1943, un medico americano di origine austriaca, Leo Kanner, ha dato alle stampe un saggio, “Autistic disturbances and affective contacts”, con cui si riconosce ufficialmente l’inizio della letteratura medica sull’autismo. Quasi quarant’anni dopo, nel 1981, improvvisamente il lavoro del medico viennese viene riscoperto e nel mondo scientifico s’inizia a parlare della “sindrome di Asperger”. Pochi anni dopo un film e due libri a fanno conoscere, fuori dalla cerchia medica, questa malattia del comportamento e a rendere noto il nome del suo scopritore: la pellicola Rain Man (1988) di Barry Levinson, il saggio Un antropologo su Marte (1995) di Oliver Sacks e il romanzo Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte di Mark Haddon. A mantenere il silenzio intorno al nome di Asperger ha contribuito la voce, del tutto infondata, che avesse aderito alla “gioventù hitleriana” e partecipato all’eliminazione dei malati di mente. Con un ritardo di sessant’anni è stato tradotto in italiano il saggio di Asperger in un volume che contiene anche contributi di studiosi ed educatori: Hans Asperger, Bizzarri, isolati e intelligenti (a cura di F. Nardocci, Erickson).

 

Il testo di Hans Asperger non è un arido studio su una malattia che colpisce i bambini; si presenta sotto forma di racconto ed è insieme un’acuta riflessione sulla natura umana. Asperger parte dalla costatazione che ogni persona è un unicum irripetibile e pertanto incomparabile con gli altri, ma, dato che la scienza procede per generalizzazioni, il medico si è messo ad osservare i bambini nel reparto della clinica pediatrica di Vienna, senza però dimenticarsi che “l’uomo è la creatura più enigmatica sulla terra”. La parola autismo risale a Breuler, uno psichiatra, che l’ha coniata all’inizio del XX secolo: da autós, “se stesso”. Chi ne è affetto si chiude su se stesso, non comunica. Asperger racconta la storia di alcuni bambini, Fritz, Harro, Ernst, Hellmuthe, e cerca di spiegare i loro atteggiamenti: gli autistici hanno grandi difficoltà a compiere azioni meccaniche, non riescono a pensare dentro i binari forniti dagli adulti, non sono capaci di apprendere da loro. I bambini osservati da Asperger appaiono come automi dell’intelligenza: l’adattamento sociale passa esclusivamente attraverso questo aspetto mentale.

 

Mancano dell’“intelligenza affettiva”, ovvero della capacità di capire in che posizione sta, rispetto a noi, chi ci parla: superiore o inferiore, bugiardo o veritiero, antipatico o simpatico. A loro i toni di voce e i gesti non sembrano dire nulla. A fronte di questa mancanza, i quattro bambini osservati da Asperger sono estremamente “creativi” e originali: inventano soluzioni nuove a problemi matematici, creano parole, sono capaci di osservazioni naturalistiche sorprendenti, e possiedono una competenza stilistica particolare: riconoscono le opere d’arte dalle imitazioni kitsch, che, come si sa, di solito i bambini confondono, preferendo proprio ciò che è kitsch. Da cosa sono provocate queste capacità? Asperger la chiama “chiaroveggenza psicopatica”. A differenza dei bambini “normali”, che non elaborano giudizi consapevoli, i bambini autistici hanno una distanza personale accentuata e questo li porta a comprendere in modo concettuale il mondo. Lo vivono in bianco e nero e non attraverso le infinite sfumature del grigio. Asperger ipotizza che in molti scienziati siano presenti caratteri autistici senza che si manifesti una vera patologia. Il medico viennese fa anche alcune osservazioni sul “genere” degli autistici: lo “psicopatico autistico” è una variante estrema dell’intelligenza maschile, del carattere maschile. La discussione degli psichiatri intorno alla “sindrome di Asperger” è ancora in corso; alcuni sostengono che autismo e sindrome siano due cose differenti. Il medico viennese, come nota Sacks, è più ottimista di Kanner, vede gli aspetti positivi della “malattia” che attribuisce a un disturbo congenito, innato, come un difetto fisico o intellettuale, mentre Kanner lo imputa alla “madre frigorifero”. Tutto questo ci fa pensare quanto i “normali” siano mancanti di fronte alle abilità dei bambini autistici. Che la “malattia” sia uno dei modi significativi per capire noi stessi?

 

 

Temple Grandin è una donna di cinquant’anni. Insegna Scienze animali presso l’università del Colorado, progetta strutture per la macellazione dei bovini, e ha inventato delle particolari rampe e messo a punto sistemi per non spaventare gli animali. Ha scritto anche tre libri e gira il mondo tenendo conferenze. Una biografia per nulla eccezionale, se non fosse che Temple è afflitta dalla sindrome di Asperger, una forma particolare di autismo, detto “superiore”. In Rain Man il protagonista è in grado di imparare a memoria l’elenco del telefono e di fare calcoli straordinari. Temple grazie a un ambiente favorevole, e alla sua forza di volontà, è riuscita a completare le scuole e a diventare un’esperta di comportamento animale. Nel 1996, dopo aver scritto Emergence, il primo libro pubblicato da un’“autistica superiore”, Oliver Sacks, che lo aveva letto, è andato a trovarla a Fort Collins e ha descritto il fine settimana trascorso con lei sul New Yorker, poi raccolto in Un antropologo su Marte (Adelphi). Pensare per immagini e altre testimonianze della mia vita di autistica di Temple Grandin, tradotto in italiano dall’editore Erickson, è un libro altrettanto notevole. Non solo Temple vi narra nuovamente la sua vita, ma esamina, alla luce delle sue esperienze, le teorie sull’autismo e i libri scritti da genitori di ragazzi come lei, ma soprattutto espone il suo metodo di pensiero. Cosa accade a una persona affetta dall’autismo? Gli psicologi cognitivisti, spiega Sacks nella prefazione al volume, ritengono che le persone autistiche siano prive di “teoria della mente”, ovvero non possiedano una percezione diretta o idea dei pensieri e degli stati mentali degli altri. Temple racconta di non sapere come decifrare i segnali che gli provengono dalle altre persone, ma non solo: le manca la sensazione di piacere che deriva dalla vista di un paesaggio o di un quadro. Non capisce neppure cosa sta accadendo in un testo di Shakespeare: gli è estraneo l’amore. Non si è mai infatuata di nessuno, così che molti altri sentimenti le sono sconosciuti. 

 

Il sentimento primordiale della vita è per lei la paura, che ha combattuto in molti modi, anche con i farmaci, ma che ha vinto usando i simboli: si è creata delle immagini – ad esempio, quella della porta – per spiegarsi e superare i passaggi difficili della propria esistenza, come il cambio di scuola, di un luogo o di spazio. Un’altra sua “invenzione”, che poi ha sfruttato sul piano professionale quando ha progettato attrezzature per il bestiame, è la “stringitrice”: due pannelli imbottiti di gommapiuma che le si chiudono intorno e le danno una sensazione di sollievo. Lei li usa per aiutarsi a stare meglio. Temple pensa per immagini, e le parole sono per lei solo una seconda lingua, che ha appreso con fatica. Possiede invece un tipo di intelligenza visivo-spaziale: traduce le parole in filmati a colori, completi di suono, che scorrono, dice, come videocassette nella sua mente. Ad esempio, gli avverbi sollecitano in lei immagini inappropriate: quickly, velocemente, le fa pensare a una scatola di Nesquick; così he ran quickly, “correva velocemente,” le suscita la figura di un cane, Dick, un personaggio di un libro di letture infantili. Visualizza i verbi, mentre prova difficoltà con i sostantivi perché sono già connessi alle immagini. Allo stesso modo riesce a “vedere” le strutture che realizzerà in un allevamento o in un macello, prima che siano disegnate o costruite: sono nella sua mente. Leggere le descrizioni dei suoi stati mentali è illuminante sui modi di funzionare del cervello umano, tanto che non si può fare a meno di riconoscere il fascino di una malattia che ne rivela le potenzialità: non rinuncerei all’autismo, dice, è parte di quello che sono.

 

Temple usa il “pensiero associativo”, che, a suo avviso, è proprio degli autistici: un bambino potrebbe dire “cane” per indicare la voglia di uscire di casa. Le persone affette dall’autismo hanno problemi con lo spazio: non riescono a definire i propri confini corporei; sono, a volte, incapaci di giudicare dalle sensazioni dove finisce il proprio corpo e inizia la sedia su cui si trovano. Negli ultimi anni si è fatta strada l’idea che l’autismo sia un problema neurologico e non psicologico, come sostiene Bruno Bettelheim in La fortezza vuota (Garzanti), che si tratti, con ogni probabilità, di un problema genetico. Ma la cosa non è stata ancora dimostrata. Temple, come Oliver Sacks, e gran parte delle persone affette da autismo, è una fanatica della serie televisiva Star Trek; il suo personaggio preferito è il logico dottor Spock; apprezza la sua tendenza a far prevalere la razionalità sulle emozioni. Del resto, suoi libri sono costruiti secondo un punto di vista che l’autrice definisce “esterno”: guardare il mondo da fuori. Il che è vero, dato che, per quanto si esprima con proprietà, intelligenza e sensibilità, la docente di Scienze animali manifesta un distacco davvero sorprendente; ma Pensare per immagini è anche un libro ricco di pathos, soprattutto verso il mondo bovino. Il suo titolo originario, molto più bello della traduzione italiana, era: Il punto di vista di una mucca. Così deve sentirsi lei stessa, che si è messa nei panni degli animali condotti al macello, ne ha colto le paure e i timori, sino a progettare strutture consone a loro (il luogo della loro morte, scrive, deve essere sacro). Successivamente Temple ha pubblicato La macchina degli abbracci (Adelphi), con Catherine Johnson, dove racconta la storia della macchina che ha progettato a 18 anni assemblando due assi di compensato sui lati di una panca; e ora anche Il cervello autistico (Adelphi) con Richard Panek, tentativo non del tutto riuscito di descrivere il cervello di un autistico, cioè il suo, alla luce delle scoperte scientifiche recenti e delle analisi termografiche. Alla fine Temple è, come ha propriamente scritto Sacks, “un antropologo su Marte”: ci studia come degli alieni, noi e i nostri comportamenti, pur essendo, nonostante tutto, una di noi.

Temple Grandin.

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