Vite con i gatti

Capita che le gatte randagie, senza conoscere e senza chiedere particolari permessi, scelgano una casa, una famiglia, presso cui andare a partorire. Capita che facciano dei sopralluoghi per sondare il terreno, vedere che aria tira, capire se c'è gente disposta ad aiutare, accudire. Capita che la mamma gatta capisca per vie imperscrutabili se i prescelti (in questo caso le prescelte, una figlia di mezza età e una mamma anziana) sono umani adatti anche se si sono sempre dichiarati pro-cani e non hanno mai avuto un gatto prima, anzi sono stati fin lì proprio prevenuti e ostili. Non importa: quando i gatti decidono di proporsi alle persone giuste, nei momenti giusti, sanno rendersi irresistibili. In questo caso, poi, la gatta e i suoi micini sembrano proprio un dono del cielo.

Questo è La mia vita con i gatti, di Morishita Noriko, Einaudi, tradotto da Laura Testaverde, euro 17, pg. 232: una storia di maternità, di donne, di amore per gli animali, di responsabilità, di crescita e di cuccioli. Una storia felice.

 

Il libro si apre con la foto di Mimì, “la mamma di cinque cuccioli”, muso poggiato sugli zampini, nasetto a punta, orecchie vigili e sguardo rivolto all'esterno. È dall'esterno che viene, è una di fuori. Ma ha deciso di piazzare i figli dentro. All'inizio, in realtà, nascono fuori anche loro, con discrezione. È la madre di Noriko (la narratrice che sta attraversando un momento difficile con il lavoro di scrittrice: “Avevo passato i cinquanta, eppure non trovavo ancora pace. Quando ci pensavo, mi avvilivo.”), ad avvistarli per prima, in un'aiuola – importante, simbolica – del giardino.

Si preoccupa subito per loro, si preoccupa per la mamma. Quando inizia a piovere, esce a cercarli: la gatta li ha spostati in un punto pericoloso, sull'orlo di una scarpata e va organizzato il recupero. Noriko, malvolentieri, infila i guanti e si inerpica su una scala per prendere i gattini.

Madre e figlia hanno opinioni diverse sul da farsi. Noriko è decisa a non lasciarsi coinvolgere sapendo bene che “Prendere in casa un essere vivente vuol dire restare con lui per tutta la sua vita”, la mamma invece corre a comprare cibo per animali per la puerpera che deve allattare, perché “la morale di una donna che, anche se molto tempo prima, era diventata madre vinceva sempre e comunque su tutto il resto”.

 

Inizia così l'allevamento dei piccoletti, che sono uno spettacolo continuo. A far da spettatori arrivano amici e parenti amanti dei gatti e più esperti delle due stupefatte adottanti. Sono persone che vorrebbero un gattino ma non possono tenerlo a causa dei regolamenti condominiali giapponesi e quindi si accontentano di ammirarli da visitatori (ricordiamo che i “Neko cafè”, bar in cui si può godere della compagnia rilassante dei gatti consumando tè e torte, sono nati proprio in Giappone negli anni Novanta). Noriko e sua madre scambiano impressioni, gioie, preoccupazioni con tutta questa gente che va e viene, telefona, porta giochini, si intrattiene, suggerisce nomi. Imparano, osservano. E Noriko scrive, finalmente motivata e rigenerata. Ha parole ammirate per tutti i nuovi arrivati. Mimì, la mamma gatta, è “uno sgombro bianco dalla coda lunga”, il piccolo Taro “il tigrato color ala di fagiano”, Shizu una femminuccia con macchie sul muso “che la fanno sembrare un koala con la benda sull'occhio”.

 

 

Ognuno ha il suo carattere, chi irruente chi più timido, e quando giocano tutti insieme sono un fuoco incrociato di corse e follia che travolge le due donne, ma le pallette di pelo crescono in fretta, basta un mese e sono già grandicelli, e arriva il momento della ricerca di una sistemazione. Foto, annunci, scelta delle persone a cui affidarli: è un lavoro. E la separazione, a volte, arriva improvvisa. I cuccioli partono in trasportino, le mamme – la felina e le umane – devono lasciarli andare. La famiglia si riorganizza, assestandosi su nuovi ritmi ed equilibri. Un cucciolo è rimasto assieme a Mimì che è diventata una gatta di casa ma ogni tanto sente ancora il richiamo di fuori. Noriko e sua madre sentono, assistono, capiscono, imparano cose che prima non sapevano.

 

È pieno di dolcezza, questo libro, ma niente affatto sdolcinato. C'è la vita quotidiana che cambia con l'arrivo di legami nuovi, ci sono cose difficili da dire, forse per pudore, ma che qui vengono dette con semplicità, come devono essere dette: in modo limpido e fino in fondo. Come quando Noriko confessa le sue pene per tutti i gatti che vorrebbe salvare ma per i quali non può fare più di tanto (“Anche quel giorno, là fuori la più dura delle stagioni stava passando su piccole, deboli vite. Non avrei mai potuto salvare ogni gatto randagio, ma almeno volevo con tutto il cuore tranquillizzare i gatti che erano ormai di famiglia”). Un'attitudine, uno slancio, delle considerazioni assai private ma molto condivise che miracolosamente ci avvicinano, con delicatezza, a una forma di felicità compiuta e domestica.

 

Passa invece per la poesia e per i disegni, l'indagine più “ferina” e forse, per certi versi, più classica (perché alcune caratteristiche gattesche sono quelle più ricorrenti) sul carattere dei gatti (e, di nuovo, un po' pure delle donne perché a tratti sembrano diventare interscambiabili anche a livello di voci) di La vita segreta dei gatti, testi di Marta Sanz tradotti dallo spagnolo da Federico Taibi e disegni di Ana Juan, #logosedizioni, p. 160, 20 euro. I testi girano attorno a sezioni – Amicizia, Amore, Comunità, Curiosità, Rabbia, Introspezione, Maternità, Morte, Odio, Pigrizia, Piacere, Sensualità, Soprannaturale – per finire con una serie di bozzetti. Versi e immagini fluiscono dialogando, misteriosamente, forasticamente, spesso in maniera inquietante, come sono d'altronde inquietanti, per molti, alcuni aspetti di questi animali. Niente cuccioli pucciosi, qui. Ma mistero, magnetismo, superiorità:

 

“Cagnolini indossano stivaletti,

ma noi camminiamo

con molta più eleganza.

 

Per le strade di Blues City,

portiamo dentro un disegno,

gatto di negozio cinese,

aristogatto,

subdolo siamese,

simpatico Mr. Jinks,

pubblicità gourmet di Wiskas.

Siamo civiltà.”

 

Altre forme, dunque, dell'essere gatti osservati, scritti, disegnati. Anche in questo caso da donne.

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