"Inappropriato". La Censura ai tempi di Facebook

Grazie Facebook. Grazie a te, anche doppiozero può orgogliosamente appuntare la scritta “censurato” sul proprio petto. È accaduto il 31 agosto 2013 a un post nella nostra pagina Facebook che rilanciava un articolo di Maria Nadotti che parlava di autoritratti femminili e ... censura. È accaduto perché nel post c'erano alcune immagini (d'autore) di nudi femminili.

 

Facebook l'ha giudicata “inappropriata” e l'ha censurata senza preavvisi.

 

Censure come questa, che riguardano post violenti, immagini “oscene” e commenti razzisti e altre forme di linguaggio “inappropriato” avvengono tutti i giorni e colpiscono migliaia di utenti.

 

Il ricercatore e giornalista bielorusso Evgenij Morozov, diventato ormai l'intellettuale di riferimento dei critici della Rete, sostiene che la censura sia uno degli aspetti distintivi (insieme alla propaganda e alla sorveglianza) dell'uso di internet da parte di governi e corporations.

 

Ma qualcuno si è mai chiesto come funziona la censura di Facebook? Chi c'è dietro l'Inquisizione contemporanea? Gli utenti di Facebook sono quasi un miliardo, e postano contenuti ogni giorno. Questi contenuti urtano la sensibilità di migliaia di utenti che quotidianamente “flaggano” i post che trovano offensivi. A questo punto Facebook deve verificare se le segnalazioni degli utenti sono attendibili o no e giudicare i contenuti segnalati. Chi decide cosa è osceno e cosa no? Chi traccia la linea tra una fotografia per tutti ed una “inappropriata” per il pubblico di Facebook? Esiste una commissione interna a Facebook che giudica caso per caso? Ve lo immaginate Zuckerberg davanti ad uno schermo a dire alla sua banda di inquisitori: “Questa sì, questa no”? Oppure è un software, abilmente programmato su una serie di parametri, a censurare automaticamente i contenuti “inappropriati” prodotti dagli utenti?

 

 

La risposta è: una massa di lavoratori esterni sottopagati, appartenenti al “lumpen-proletariato” globale. Lo sappiamo perché uno di questi lavoratori, un ragazzo marocchino di 21 anni, Amine Derkaoui, ha pubblicato nel 2012 un documento riservato, la “bibbia” della censura di Facebook, per protestare contro le inique condizioni di lavoro a cui era sottoposto: meno di 2 dollari l'ora per il suo lavoro di moderatore, come racconta al Guardian. Facebook appalta la moderazione dei propri contenuti a grandi società esterne come oDesk, che a loro volta girano il lavoro a free-lance provenienti da tutto il mondo, che spesso nemmeno parlano la lingua che dovrebbero moderare. Ai moderatori viene distribuito un manuale di 13 pagine, la “bibbia” della censura, stilato da oDesk in accordo con Facebook. I moderatori devono attenersi rigidamente alle regole contenute nel manuale per valutare i milioni di report che ogni giorno arrivano loro da utenti urtati in una delle loro sensibilità.

 

È sicuramente uno di questi censori sottopagati e localizzati in paesi “emergenti” che un giorno si è trovato di fronte il post di Doppiozero e l'ha valutato come “inappropriato”. Le linee guida di Facebook, d'altronde, parlano chiaro e dipingono un mondo puritano dove non sono accettati contenuti sessuali, attività sessuali “anche se alcune parti del corpo sono nascoste”, persone che usano i bagni, “feticci sessuali di ogni forma”, giocattoli erotici, violenze sessuali, immagini di corpi nudi (“eccetto quelle a carattere artistico”) e capezzoli (“tranne quelli maschili”). È proprio questa regola, il divieto di mostrare i capezzoli femminili, che deve aver fatto scattare la censura del post di Doppiozero ed è grazie a questa regola che su Facebook vengono censurate le immagini di mamme che allattano i propri bambini.

 

 

Secondo queste regole il famoso quadro di Courbet, L'origine del mondo, non dovrebbe essere censurato da Facebook perché trattasi di immagine di nudo “a carattere artistico”. Ma il moderatore marocchino pagato un dollaro l'ora potrebbe non essere molto forte in storia dell'arte e non riconoscerne il carattere artistico, come è successo nel 2010 per una rivista culturale di Foligno, accusata da un politico locale di “oscenità pubblicate con soldi pubblici”. Nel caso di Courbet è difficile, sia perché è molto famoso sia perché un quadro è immediatamente ricongiunto alla categoria “artistico”, ma cosa accade nel caso di una fotografia di un nudo di donna scattata da una modella, come nell'articolo di doppiozero? Laddove il moderatore riconosce solo la categoria semantica “capezzoli nudi di donna” potrebbe nascondersi un'”opera d'arte”? E anche se fosse così, quanto tempo può dedicare il moderatore-che-guadagna-un-dollaro-l'ora a lambiccarsi il cervello sulla artisticità o meno di un'immagine? E non voglio pensare al cortocircuito che scatta tra regole del manuale e morale personale nel caso che uno di questi moderatori-pagati-un-dollaro-l'ora sia un fervente cattolico o musulmano.

 

La censura ai tempi di Facebook è un'operazione svolta in catena di montaggio, crowdsourced, appaltata in outsourcing e parcellizzata in tanti occhi sorveglianti: utenti che si sorvegliano a vicenda e lavoratori sottoproletari stanchi di passare il tempo davanti ad uno schermo a guardare “oscenità” di varia natura. Una censura distribuita e globalizzata, un panopticon dato in appalto a migliaia di occhi.

 

Eppure questa censura per la quale ci si indigna tanto (su Facebook), non è molto diversa da quella del Novecento e dei secoli scorsi.

 

La storia dei media, dal libro a Internet, è costellata di istituzioni censorie. L'emergere di ogni nuovo medium è stato accompagnato dalla nascita di altrettanti apparati censori. Facebook è soltanto l'ultima evoluzione di una pratica mai estinta. Poco dopo l'invenzione di Gutenberg la Chiesa Cattolica si inventò l'Indice dei libri proibiti della Santa Romana Inquisizione, che entrò in vigore nel 1558 e durò fino al 1966. Al di là della Santa Inquisizione, è lunga la lista dei romanzi giudicati osceni da tribunali civili, da Tropico del Cancro di Henry Miller, pubblicato negli Stati Uniti quasi trentanni dopo la sua scrittura, a Ultima fermata Brooklyn di Hubert Selby Jr. (1964) perseguito per oscenità in Gran Bretagna e vietato in Italia, stessa sorte toccata ad Altri Libertini dell'allora esordiente Pier Vittorio Tondelli, la cui terza edizione venne bloccata dal sequestro stabilito dal procuratore generale dell’Aquila,  Donato Massimo Bartolomei, che lo accusava di oscenità e turpiloquio, a molti altri.

 

Estratto da Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli

 

Durante il maccartismo venne creata la Comics Code Authority, per censurare i fumetti giudicati troppo “di sinistra”. Ogni regime autoritario ha da sempre provveduto ad ideare forme di censura preventiva di opere di ingegno giudicate “inappropriate”, dai nazisti alle recenti forme di censura di internet applicate in Cina. In Italia risale al 1913, ancora prima del Fascismo, la prima legge che introduceva un vero e proprio intervento censorio sulle proiezioni, allo scopo di impedire la rappresentazione di spettacoli osceni o impressionanti o contrari alla decenza, al decoro, all'ordine pubblico, al prestigio delle istituzioni e delle autorità. Nel 1920 un Regio Decreto istituì una vera e propria commissione, composta anche da soggetti esterni alle istituzioni: ne facevano parte, oltre a due funzionari di pubblica sicurezza, un magistrato, un educatore o un rappresentante di associazioni umanitarie, una madre di famiglia, un esperto di arte o di letteratura e un pubblicista. Nel 1949 fu emanata una legge, presentata dall'allora sottosegretario allo spettacolo Giulio Andreotti, che doveva sostenere e promuovere la crescita del cinema italiano e al contempo frenare l'avanzata dei film americani ma anche gli “imbarazzanti eccessi" del neorealismo. La censura preventiva sulle opere cinematografiche è durata in Italia fino al 2007.

 

La differenza tra gli apparati censori di un tempo e quelli di Facebook sta nella diversità dei “censori”, non nel tipo di materiale censurato. Una volta i censori erano commissioni che rappresentavano agenzie ideologiche egemoni (la Chiesa, i partiti, l'associazionismo), che si arrogavano, paternalisticamente, il diritto di decidere cosa fosse meglio per il Pubblico.

 

Oggi i censori sono da una parte i singoli utenti, che giudicano “inappropriato” un contenuto, anche se si tratta dell'immagine del David di Michelangelo, e, dall'altra, un esercito di lavoratori globali sottopagati e burocratizzati, costretti a seguire alla lettera un manuale messo a punto da un club di puritani americani dipendenti di Facebook.

 

D'altronde Facebook è un ecosistema privato, che tutti per ingenuità scambiamo per spazio pubblico. A casa di Facebook valgono le regole di Facebook: niente parolacce, insulti, commenti sessisti. E, soprattutto, niente capezzoli.

 

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