Piccola nota su privacy e social network (e libertà)

Si parla sempre più spesso di privacy e social network. È indispensabile, se vogliamo parlarne anche tra noi, mettere in chiaro subito una cosa: la questione, così com’è, è mal posta.

Infatti, cos’è la privacy?
Da una parte abbiamo il giocare con un’identità più o meno fittizia, il piacere di contattare facilmente amici e conoscenti e quello narcisistico di mettere i fatti propri in piazza.
Dall’altra, si impongono le questioni della profilazione e della tracciabilità, che vanno ben oltre i social network, includendo i motori di ricerca, i telefonini, le carte di credito e molti altri aspetti della vita di oggi.

Ovviamente è il secondo ramo a sollevare maggiori problemi e a chiamare in campo altri due elementi, quello della comunicazione e quello della libertà. E quindi: privacy e libertà, social network e comunicazione. Quattro elementi che si implicano vicendevolmente.

 

In origine, “privacy” ha il senso preciso di “privazione della vita pubblica”. Una cosa da schiavi, che i senatori romani non avrebbero mai accettato. Tuttavia, oggi questa privazione si avverte come bisogno di isolamento urgente e diffuso. E così si viene a creare una strana situazione: ciò che per secoli è stata una prerogativa di quanti volevano dedicarsi alla vita contemplativa, ora riemerge come necessità, proprio nel momento in cui non è più possibile ottenerla - se non a un prezzo che non tutti sono disposti a pagare.

 

Viviamo sempre più in un mondo informato dalla comunicazione a ogni livello. È la comunicazione informatica, o telematica, che rende possibile la nostra relazione, con macchine che si relazionano ad altre macchine, che infine si relazionano a frammenti di vita altrui. Tutto è a portata di mano, di mouse, di touch.
Il mio corpo si prolunga fino a dove arriva la rete e viceversa, sono uno snodo. Di fatto sono la parte organica di un terminale. E per questo, in questo nuovo mondo, sono utile a qualcosa e per qualcosa: per la mia capacità di produrre metadati.

La situazione nella quale siamo già da tempo è la seguente: ogni spostamento, ogni ricerca, ogni considerazione e ogni intenzione viene registrata, processata e infine riproposta in forme nuove, dalla rete e dal mercato. Fine dell’obiettività (ma c’è mai stata?). Fine della ricerca?

 

Con queste premesse non è difficile cominciare a parlare di controllo. E sembra anzi legittimo. Ma che tipo di controllo è? È un controllo reso possibile dalla potenza di calcolo che si è fatto ubiquo, omnipervasivo, ed è stato interiorizzato perfettamente dall’uomo telematico. Vedi alla voce: autocensura. Le società disciplinari di una volta sono quasi del tutto scomparse, per lasciare spazio a un Leviatano da mille teste e mille occhi; ogni gesto è registrato e diventa visibile.

 

In questo quadro paranoico che spazio c’è per la libertà? Perché non è forse di questo che si parla quando si parla di privacy? Si nomina una parola che nasce dalla mentalità liberale, ma si tende a nascondere ciò che questa parola dovrebbe rendere possibile: la libertà. È di libertà che si parla quando si discute di privacy, non tanto del diritto di essere lasciati da soli e in pace.

Appare quindi evidente come il concetto di privacy sia datato e quanto sia inadeguato continuare a parlarne invece di affrontare la questione principale: la libertà, il diritto alla libertà e, per estensione, le libertà digitali.

 

È questa la stessa libertà di cui tutti si riempiono la bocca, politici ambigui e capitalisti fuori controllo? La libertà di farsi i fatti propri senza intromissioni di sorta? O non è forse quell’idea esagerata e meravigliosa che ha infiammato i cuori di tanti?

Forse bisognerebbe avere il coraggio di mettere tra parentesi anche questa parola e cominciare a parlare semplicemente di autonomia. Sarebbe forse un po’ crudele ma meno ambiguo.


Allora cosa rimane della libertà nel mondo della comunicazione digitale? È destinata a scomparire come il ricordo di un mondo passato? Come qualche meraviglioso animale selvaggio, si estinguerà anche lei?
Non credo.

Perché se è vero, come si dice, che non se ne può dare una definizione normativa, né che la si può fondare in qualche modo (positivo), allora quello che rimane della libertà è un sentimento, il suo desiderio. Qualcosa che si può provare e che tanti non smettono di avvertire nei propri cuori.
Un desiderio immateriale, non oggettivo né oggettivabile, a tratti irragionevole, un sentimento vuoto.

 

Il mondo di Internet e dei social network è un mondo ancora relativamente nuovo, colonizzato in fretta, in rapida e costante evoluzione e proprio per questo ancora tutto e sempre nuovamente da conoscere. Un mondo nuovo vuol dire pratiche nuove e ogni pratica ha prerogative funzionali proprie: regole e verità specifiche.

È un mondo che si basa esplicitamente e profondamente sullo scambio di dati, sull’informazione, sulla comunicazione. In questo senso ogni cosa vi è contenuta: il mondo intero non esiste se non come fatto linguistico, come fatto inerente a segni. Esistono porzioni di mondo, il mio, il tuo, mai il mondo intero se non nella finzione del linguaggio che lo nomina e lo descrive.
Tutto vi è contenuto. Fuori da esso non c’è nulla.

 

In un mondo di controllo, monitoraggio e profilazione costante il sentimento di autonomia e di libertà continua a esistere oltre ogni definizione normativa o formale, oltre ogni “ragionevole” lezione sui diritti di proprietà privata e/o intellettuale, oltre ogni legge e norma calata dall’alto. Ma i sentimenti diventano comunicazione non appena affiorano sulla superficie dello schermo. Se così è, mi pare che questo porti di conseguenza e inevitabilmente a una presa di responsabilità, a un’etica delle azioni e dei sentimenti alla quale si è chiamati in maniera sempre maggiore e sempre più evidente a rispondere. Letteralmente.

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12 Marzo 2012