Rifkin e il capitalismo

Spesso l’economia collaborativa viene vista come un’alternativa al capitalismo. L’idea è che le nuove tecnologie di produzione, come le stampanti 3D, insieme a nuove forme di organizzazione, come le reti peer to peer o la sharing economy, saranno in grado di rendere obsoleti i vecchi dinosauri dell’economia capitalista e di realizzare una nuova società collaborativa, in modo non conflittuale. Ci sarà semplicemente un processo di evoluzione, che porterà a una nuova ecologia economica al cui interno il capitalismo ricoprirà un ruolo minore. Uno dei maggiori sostenitori di queste prospettiva evolutiva è Jeremy Rifkin. Vorrei partire dal suo ultimo libro per riflettere brevemente sulla relazione fra economia collaborativa e capitalismo. 

Nel suo The Zero Marginal Cost Society Rifkin sostiene che la combinazione fra stampanti 3D, la produzione decentralizzata di energia e la nuova internet of things ridurrà i costi marginali della produzione materiale a quasi zero. Gli oggetti materiali diventeranno free, così come è diventata free l’informazione con la diffusione del primo internet negli anni Novanta. Questo, secondo Rifkin, implicherà la fine del capitalismo. Penso che la sua  analisi sia profondamente sbagliata. (Così come erano sbagliate le prognosi di Rifkin anche nel The End of Work del 1995 oppure The Hydrogen Economy del 2002.)

 

Non è vero che, come sostiene Rifkin, il capitalismo non possa tollerare una situazione dove i costi marginali di produzione si avvicinano a zero: la caduta di tali costi è una tendenza in atto almeno dall’avvento del capitalismo industriale. Come giustamente scrive Rifkin, è nella natura stessa dell’economia capitalista innescare un continuo processo di razionalizzazione produttiva, tecnologica e organizzativa ed è vero che questa tendenza si è enormemente accelerata con la diffusione delle tecnologie digitali nella produzione industriale. A partire dagli anni Ottanta, infatti, i costi di produzione per beni come computer, lavatrici, tostapane, automobili, cellulari etc. si sono ridotti drasticamente, al punto che alcuni studiosi sostengono che ciò abbia in parte compensato il calo dei salari della classe operaia prima e della classe media poi, riducendo, quasi di pari passo, il prezzo dei beni di consumo (Schor, J., 2008. The overworked American: The unexpected decline of leisure. Basic books).

 

(Negli anni 60 un frigorifero costava su per giù l’equivalente di un stipendio mensile di un operaio medio, oggi costa intorno a un terzo di uno stipendio medio.) Anche se il processo di caduta accelerata dei costi marginali di produzione è in atto da almeno tre decenni, ciò non ha in nessun modo comportato la fine del capitalismo. Questo perché la risposta capitalistica alla caduta dei prezzi marginali – e con questo anche i margini di profitto nella produzione materiale – è stata la coltivazione, da parte delle grandi società, dei valori legati alla dimensione immateriale dei beni: anche se i margini di profitto nella produzione materiale delle componenti di un iPhone sono vicini a zero, i profitti realizzati sulla base della produzione delle sue componenti immateriali, come il brand o le App, rimangono notevoli.

Lo spostamento dal materiale all'immateriale è ormai una tendenza strutturale del capitalismo contemporaneo, ed è chiaramente visibile nel diagramma che ritrae il cambiamento della composizione del valore di mercato delle cinquecento grandi multinazionali comprese nell' indice S&P 500.

 

 

Dalla metà degli anni Settanta, ovvero dall’inizio del processo di digitalizzazione della produzione industriale, si è avuto un continuo spostamento del valore delle grandi aziende dagli ‘tangible assets’, cioè le risorse impegnate nella produzione materiale, agli ‘intangible assets’, cioè le risorse, come brand, innovazione e capitale intellettuale che sono capaci di generare valore immateriale.

 

Pertanto, il capitalismo come noi lo conosciamo non è stato affatto minacciato dalla caduta radicale dei costi marginali di produzione, ma si è semplicemente riorganizzato e, riorganizzandosi, ha semmai fortificato la sua posizione e reso più totalitaria la sua influenza sui processi sociali e sulla vita delle persone. Ciò ovviamente non vuol dire che niente è cambiato e che mai niente cambierà: l’impatto della ‘terza rivoluzione industriale’ – avvenuta durante gli anni Ottanta e molto prima delle stampanti 3D – ha già modificato le regole del gioco e l’impatto della sua seconda fase, basata sull’“Internet of Things” che descrive Rifkin (ossia la messa in rete di una produzione diffusa di energia, beni materiali e idee), insieme alla robotica di seconda generazione, ovvero le macchine capaci di apprendere e non semplicemente replicare, e più generalmente dell’intelligenza artificiale), cambierà le regole in modo ancora più radicale. Tuttavia la presente analisi implica che la caduta del capitalismo, o più realisticamente dell’equilibrio fra gli interessi del capitale e gli interessi della società che guiderà i processi di produzione e di consumo nel futuro, non sarà una semplice conseguenza del cambiamento tecnologico, così come non lo è stato quando simili cambiamenti sono stati profetizzati nel passato.

 

Invece, la misura in cui la ‘zero marginal cost society’ che profetizza Rifkin sarà guidata da interessi capitalistici, dipenderà dall'equilibrio di potere risultante dalle lotte che accompagneranno questo processo di cambiamento tecnologico. Dopo tutto, per Lenin il socialismo non era semplicemente un effetto dell’elettricità, ma ci volevano anche i Soviet!

 

Come reazione alla caduta dei prezzi marginali della produzione materiale, il capitalismo si è riorganizzato spostando la sua leva di comando a livello finanziario tramite un processo, descritto bene da parte di economisti come Sergio Bologna o Andrea Fumagalli, di finanziarizzazione dei processi produttivi così come della vita nel suo insieme. Anche se possiamo tutti produrre l’energia che ci serve a casa o affidarci a piccoli artigiani Makers per i beni materiali di cui abbiamo bisogno, finché l’accesso ai capitali necessari per investire in panelli solari o stampanti 3D rimane saldamente sotto il controllo del sistema bancario, il capitalismo come noi lo conosciamo non avrà nessun problema nel riprodurre il suo dominio sulla società. Riprendere il controllo di questa leva finanziaria, rendendolo soggetto a una gamma più vasta di interessi e democratizzando la finanza, potrebbe essere una strada praticabile per contestare la natura capitalista della Zero Marginal Cost Society che verrà".

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