Niente Child Benefit per Kadija

Da 5 anni Dorothea Brooke lavora in una delle 3.300 sedi del Citizens Advice Bureau (CAB) sparse per tutta l'Inghilterra. Nato nel 1939 per offrire ai cittadini informazione e aiuto in tempo di guerra e cresciuto e sviluppatosi lungo tutto il dopoguerra insieme alla storia del Welfare State britannico, oggi il CAB continua ad offrire assistenza e informazioni gratuite a chiunque le cerchi, quale che sia il problema: lavorativo, economico, legale, familiare. Solo nel 2013, il CAB ha aiutato a risolvere 6.6 milioni di problemi a 2.1 milioni di persone. Questi problemi e le storie delle persone che li presentano, sono alla base delle campagne del CAB per cambiare politiche e legislazione, e offrono uno spaccato della vita di una societa' in crisi nelle sue strutture e anche nei suoi valori. Sono casi umani e burocratici che ci raccontano qualcosa dell'Europa di oggi. L'assistenza offerta e' confidenziale e a questo scopo tutti i nomi sono stati cambiati.

 


 

È una delle regole di base della nostra associazione: vediamo e aiutiamo chiunque si presenti nei nostri uffici e i nostri clienti vedono chiunque sia disponibile quel giorno quando arriva il loro turno. Anche chi prenota un appuntamento, vedrà chi capita, chi è libero a quell’ora. Ma non Kadija.

È arrivata nei nostri uffici la prima volta più di una anno fa. Quando l’ho vista, foulard in testa, enormi occhiali da sole, passo elegante, mi ha fatto pensare a una diva hollywoodiana anni cinquanta. Fino a quando non ho scorto, attaccato alla sua gonna, un bambino intimidito, e notato che il portamento più che regale, era circospetto, timoroso.

Kadija è inglese, ma l’inglese quasi non lo parla. Originaria del Bangladesh, è venuta qui dopo essersi sposata. Il marito è inglese, anche lui originario del Bangladesh. E questo marito la spaventa, la tortura, le rende la vita un inferno. Da mesi e mesi, Kadija e suo figlio devono starsene rintanati tutto il tempo nella stanza da letto del bambino. Vivono con 20 sterline a settimana. In casa è venuto ad abitare un cugino del marito. Questi due uomini la terrorizzano, e ci vorranno mesi per capire perché. Adesso, con il suo inglese che parla a stento, non riusciamo a dirci molto.

Le offro di far venire un interprete. Ma l’idea la spaventa – gli interpreti sono del Bangladesh anche loro, vivono negli stessi quartieri, magari conoscono suo marito.

La guardo, e mi chiedo come continuare. È molto bella Kadija, con uno sguardo ansioso e furtivo che si addolcisce quando guarda il suo bimbo. Ha quattro anni, ha appena iniziato ad andare a scuola, ma l’inglese lo parla anche lui molto poco. Fino a pochi mesi fa era sempre a casa con la mamma.

“Ti piace la scuola?”, gli chiedo. È Kadija a rispondere: “No, è troppo lontana”. E stavolta le parole vengono fuori a fiumi. Se non capisco e la interrompo, rallenta, ripete, ci riprova, disegna immagini in aria con le sue lunghe mani affusolate. Lo voleva iscrivere alla scuola locale, una scuola a poche centinaia di metri da casa. Era tutto pronto. Ma il marito, ha portato lui le carte al comune e ha cambiato le cose – l’ha iscritto altrove. Per arrivare a scuola, devono camminare per più di un’ora. Non possono prendere l’autobus perché non hanno soldi. Il marito non le dà niente. Solo il Child Benefit. Venti sterline a settimana che le devono bastare per nutrire, accudire e vestire se stessa e il figlio.

Guardo quel bel bambino, lo vedo stanco, affamato. La prima cosa da fare è chiamare la scuola, e vedere se possono fargli avere il pranzo gratis. La risposta è negativa. Sebbene il pranzo gratis sia un diritto per tutti coloro che sono sotto un certo reddito, sulla carta il bimbo ha un papà che lavora e guadagna. Vorrebbero, ma non possono.

Se fossero separati le cose sarebbero diverse, le spiego. Basta dichiararlo agli uffici competenti, e da madre single con un bambino di meno di 5 anni, ne avrebbe di aiuti. Kadija esita. Alla fine chiamiamo.

Ma c’è un problema. Al momento della nascita di Mohammad, è a suo nome che il padre ha richiesto il Child Benefit e quindi oggi ufficialmente è lui ad occuparsi del bambino. Se si separano, tutti gli aiuti andranno al padre, non a lei.

Non importa, basterà mettere il Child Benefit a nome di Kadija. Ci vogliono mesi, se il padre è d’accordo. Se no, peggio. A meno che, mi dice il solerte impiegato, Kadija non lo voglia denunciare: in fondo chiede un benefit a cui non ha diritto. Ma questo Kadija non osa farlo.

Niente Child Benefit, niente Income Support (il sussidio per i genitori single fino al compimento del quinto anno di età del figlio); niente Income Support, niente Child Tax Credit (altro benefit per i genitori al di sotto di un certo reddito, che adesso viene elargito al marito di Kadija che si guarda bene dal dividerlo con lei) e quindi: niente soldi ma anche niente pasto caldo per Mohammad.

Se solo iniziassimo le carte per il divorzio, una delle cose su cui gli avvocati potrebbero discutere è proprio questa: a chi va il Child benefit e – è questo un vero cruccio per Kadija – chi dovrà andarsene via di casa. La casa è in affitto, ma il contratto è a nome del marito.

“Non è mica certo che debba essere lui ad andarsene”, mi dice un irritato impiegato del comune. “Vorrei vedere lei, se un giorno suo marito arriva e la manda via, solo perché si vuole separare.” La situazione non è proprio la stessa, ribadisco. Sebbene il contratto sia a nome del marito, la legge è chiara, in quanto marito e moglie hanno entrambi lo stesso diritto a rimanervi. Casomai, sarà il tribunale a decidere. E il perno per prendere qualsiasi decisione sarà il bambino: se possibile rimarrà nella stessa casa, con il genitore che di lui si occupa. Ma di nuovo, i fatti e le carte non combaciano.

Così, per i successivi due o tre mesi Kadija torna da noi almeno una volta a settimana. La rivedo sempre io. Non è la prassi, ma ogni volta quando arriva si siede in sala d’aspetto e attende fino a quando non mi libero. E, lo ammetto, a me fa piacere vederla. Ma come in ogni storia d’amore, ci sono alti e bassi.

Il giorno in cui chiamiamo l’avvocato per iniziare le pratiche del divorzio e scopriamo che non sarà facile garantirle il supporto legale gratuito: quante carte si devono presentare per dimostrare di essere poveri! Tutte carte che suo marito tiene sequestrate in un cassetto chiuso a chiave.

Il giorno che scopriamo che il fatto che sia stata vittima di violenza fisica non cambia nulla. È finita in ospedale, Kadija, dopo le percosse del marito. È intervenuta la polizia. Ma era un anno fa. E se ancora vivono insieme la legge dice che devono essersi rappacificati, quindi appellarsi a questo per avere assistenza legale gratis non vale.

Il giorno che arriva impaurita più che mai, con occhiaie profonde e mi chiede se credo negli spiriti malefici. E poi mi spiega che suo marito insieme al cugino di notte a casa fanno stregonerie. E che hanno mandato dei loro parenti a picchiare suo fratello, nel loro villaggio, in Bangladesh. La puniscono, perché lei ha chiesto il divorzio. 

E il giorno che arriva disperata perché non sa più cosa dare da mangiare a suo figlio. Le offre un food voucher da portare dove offrono cibo gratis. Ma quando torna il giorno dopo è affranta. Non vuole sembrare irriconoscente ma le hanno dato una scatola con dentro prosciutto e pancetta. A lei, una mussulmana. “Tu mi capisci, no? Perché anche tu sei mussulmana.” “ No”, le dico. E mi guarda stupefatta.

Ogni volta, a motivarla a venire è un problema da risolvere. Ma con il passare del tempo, sembra che i problemi non facciano altro che moltiplicarsi.

E un giorno, tocchiamo il fondo. Con Kadija che singhiozza e dice “vorrei essere morta; se le cose non cambiano preferisco morire”. E io, che invece di provare compassione provo rabbia: no, questo fardello non lo voglio portare. No, non voglio pensare che se siamo in un vicolo cieco, se le cose non migliorano, se stai male, se ti suicidi, è perché non ho fatto abbastanza.

Per qualche tempo non si fa vedere. Poi torna. Si porta dietro delle buste di plastica piene di cianfrusaglie e non è più la diva hollywoodiana ma una clochard. Ci sediamo e lei singhiozza. Il giorno dopo il suo bambino compie cinque anni. Kadija non ha niente da regalare a quel bambino così perso, solo, spaurito.

Le dico di aspettare un momento. Vado a parlare con i miei colleghi. Una in particolare, Deborah, che lavora in questo ufficio da anni e ha seguito tutta la storia, mi prende da parte e di nascosto mi passa dieci sterline. Quando nessuno guarda, in una busta ne aggiungo altre dieci. Metto un biglietto da visita dell’ufficio nella busta e vado da Kadija.

Ecco, dico. Sono soldi da una charity legata all’ufficio, solo per le emergenze e sono pochi. Mi chiede quanto tempo ha per restituirli. Balbetto e dico no, non deve. Ci guardiamo, e so che sappiamo entrambe che quello che sta avvenendo non è corretto, normale, giusto. E forse la offendo. Non sono più la persona che la aiuta ad avere ciò di cui ha diritto, ma colei che le fa beneficienza. Da quel giorno non è più tornata.

Ma la perseveranza alla fine ha avuto successo. Da qualche mese Kadija riceve tutti i benefits di cui ha diritto, e ha persino ricevuto gli arretrati. Il divorzio procede, a casa sono rimasti lei e suo figlio. È libera.

 Qualche giorno fa è arrivato da noi suo marito. L’ufficio delle imposte è perentorio: tutti gli arretrati pagati a Kadija sono soldi che erano stati erroneamente dati a lui. Che adesso li deve restituire. Un altro cliente, ma questa volta non sarà il mio.

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