Mondi paralleli secondo la Deloitte

Un modello organizzativo parallelo illegale e segreto col fine di “agevolare la corruzione internazionale” e così sofisticato da disporre di “un linguaggio convenzionale di copertura” nel quale le tangenti, erogate ad un vasto range di personalità, dai vertici dello Stato a batterie di funzionari collocati in snodi cruciali, escono sotto la voce di “cultural committee”. Nel senso che, secondo gli ideatori del sistema, sono adeguate alla cultura locale della corruzione endemica. Non è la trama dell’ultima spy-story di John le Carré che, comunque, con Il nostro traditore tipo uscito da Mondadori, affronta proprio il tema dei mondi paralleli, quello della sempre più indistinta terra di nessuno fra l’economia legale e il business criminale. No, quella che si è riassunta è la notizia – apparsa in poche righe su alcuni giornali italiani e poi subito scomparsa – sulla certificazione rilasciata dalla Deloitte (una delle maggiori società di revisione contabile del mondo) alla Procura di Milano, circa il funzionamento dell’Eni, almeno sino al 2004, nel suo operato in Nigeria.

Nulla di nuovo sotto il sole, viene da dire.

E il fatto che investa la più importante multinazionale italiana, dai muscoli sufficienti a farsi rispettare su ogni scacchiere del mondo e tuttavia propensa a praticare strade così scivolose, almeno sino al periodo incriminato, fa pensare che altri protagonisti dell’economia – nazionale e internazionale – facciano esattamente la stessa cosa. Il mondo ha sempre conosciuto la corruzione ma ora, nel suo globalizzato connettersi, marcia con sistematico procedere sui due binari – legale e illegale – che corrispondono ad altrettanti modelli organizzativi, separati e complementari al tempo stesso, che innervano ormai quasi tutti i principali soggetti economici, finanziari, istituzionali.

Nelle reazioni al grandinare dei files forniti da Wikileaks sui sottoboschi affaristico-politici così come sono intravisti dagli addetti ai lavori, è stato massimo, per un poco, l’interesse su singoli episodi. Nullo, invece, o quasi, lo sforzo intellettuale e l’impegno civile per trarne un modello interpretativo complessivo e articolato. Un modello che sappia farci vedere con ferma ed esatta percezione, lontano da ogni agitata e vaga indignazione, i mondi paralleli – legale e illegale, trasparente e segreto, dicibile e indicibile – che scandiscono la diastole e la sistole del nostro tempo.

Certo, di tanto in tanto un incidente di percorso – qualche responsabile della Security di una multinazionale incriminato per i metodi disinvolti impiegati per dirimere risse su divisioni delle fette del mercato, qualche capoccia dei Servizi o dei Ros accusato di intelligenza col nemico, siano Narcos o boss di Cosa Nostra – emerge. Giunge dalle faglie profonde dove questi due mondi collidono. Ma un modello interpretativo che afferri la realtà, così come è, e non come viene raccontata, è accuratamente evitato.

Tutto, ben triturato in singoli “casi”, finisce in cronaca.

 

Leggi l'articolo apparso sul Corriere della Sera
 

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13 Febbraio 2011
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