La palude di Grimpen

Ho sempre avuto un’ammirazione smisurata per Sherlock Holmes. Tutto cominciò con uno sceneggiato televisivo in varie puntate quando la TV era ancora in bianco e nero sul finire degli anni ‘60: L’ultimo dei Baskerville, ovvero la versione italiana de Il mastino dei Baskerville, forse il più affascinante dei racconti del mitico detective usciti dalla fantasiosa mente di Sir Arthur Conan Doyle. La storia inizia nell’indaffarata Londra di fine ‘800 con un eccellente Nando Gazzolo, attore di teatro di quegli anni, che recita nei panni di Holmes. E prosegue, la storia, nella nebbiosa e uggiosa landa a brughiera e paludi che ancora oggi caratterizza quello sperduto territorio di Dartmoor nel Devonshire. Sentite un po’:

 

“Sì, dottor Watson, sulla landa lei troverà molte cose singolari! Oh, mi scusi un attimo, quella è certamente una ciclopide”. Una farfallina o falena si era inoltrata svolazzando sul nostro sentiero, e in un batter d’occhio Stapleton si era messo a inseguirla con una vivacità e un’energia straordinarie. Con mio grande sgomento l’insetto prese a volare dritto verso la grande Palude, ma il mio nuovo conoscente non rallentò il passo neppure per un istante, balzando di poggio in poggio dietro ad esso, mentre la sua rete verde ondeggiava nell’aria. Il suo abito grigio e quel suo procedere irregolare, scattante, a zig-zag, non lo rendeva granché dissimile a sua volta da una mostruosa falena…”.

 

La rappresentazione della landa di questo sud-ovest dell’Inghilterra fumoso, oscuro, misterioso, lasciò il segno nella mia mente curiosa. L’impressione più profonda tuttavia era legata alla figura di Stapleton, l’inquietante entomologo che viveva in una casetta della landa ai margini della malsana ed assassina palude di Grimpen, ove finivano la loro vita quegli sventurati pony che per errore vi si avventuravano finendo inevitabilmente nelle sabbie mobili. Qui, in questo ambiente particolare vivono, spiega Stapleton al Dottor Watson, anche specie rare di piante ed insetti: e qui stava in verità il fascino della cosa, al di là delle avventure di Holmes e del malvagio Stapleton. E così, tra un passo e l’altro del racconto, io che vivevo di farfalle e di fantastici viaggi, mi lessi e rilessi il romanzo una decina di volte e cominciai sin d’allora a immaginare il giorno in cui avrei a mia volta saltellato di poggio in poggio in una palude di cui io solo, novello Stapleton, conoscevo i sentieri segreti che portavano a colonie di rare piante e, chissà, alla scoperta di una rara farfalla o, meglio, di una sconosciuta falena, il tutto ovviamente destreggiandomi sui cuscinetti di sfagni ed evitando di finire nelle sabbie mobili.

 

Molti anni dopo mi ritrovai davvero in questi ambienti assolutamente unici al mondo: non in Inghilterra, ma sul Giura franco-svizzero. Questi monti, che segnano per lungo tratto il limite occidentale del bacino lemanico e l’altopiano elvetico separandoli dalle piane coltivate della Francia, sono disposti a piccole catene dal profilo arrotondato parallele tra di loro, tra le quali si estendono dolci vallate poco profonde sul cui fondo si situano laghi e stagni. Nel Giura centrale, non lontano da Ginevra, si trovano le torbiere, un ecosistema del tutto peculiare che è assai diffuso da queste parti. In tutto il sistema montuoso del Giura pare esistano quasi 250 torbiere, ovvero ambienti paludosi che ricordano quello della tundra artica e, volendo, anche quello della palude di Grimpen. Sono vaste aree “bombées”, bombate, come dicono da quelle parti. Qui domina lo sfagno, un vegetale spugnoso che vive in condizioni estreme, come quelle appunto della tundra del nord. Camminandoci sopra, e “balzando di poggio in poggio” come Stapleton, pare di essere su veri e propri cuscini elastici ed occorre fare grande attenzione a non porre il piede maldestramente ai margini instabili poiché si rischia davvero di finire a bagno sino al bacino negli stagnetti che si formano tra un poggio e l’altro, e magari di non uscirne facilmente data la mancanza di appigli. È dalla decomposizione dello sfagno che, nelle parti più profonde a contatto con l’acqua e in assenza di ossigeno, si forma, con il passare dei secoli, la torba, un materiale precursore del carbone utilizzato in molte maniere dai popoli del nord: combustibile, affumicatore,concime, e anche come cosmetico.

 

 

Sono stato numerose volte a cercare rare farfalle nelle torbiere del Giura, sollecitato da un vecchio articolo trovato per caso e apparso sulla rivista Alexanor negli anni ‘60 a firma di Jean Bourgogne, un celebrato entomologo francese del ‘900. Bourgogne, che fondò Alexanor, la brillante “Revue française de Lépidoptérologie” unica al mondo per la scienza delle farfalle e il linguaggio piacevole dei suoi pezzi, racconta della sua avventurosa escursione sul Giura nell’immediato dopoguerra, provvisto di “una semplice bicicletta con due portabagagli e due valigie, uno zaino e un impermeabile addosso poiché non c’era spazio né nelle due valigie né nello zaino”. Localizzate le torbiere di Bourgogne, la prima volta dovetti a fatica identificare un sentiero percorribile dopo essere giunto agli sfagni attraverso una grande macchia di ortiche miste ad alte erbe che segnava il passaggio tra la torbiera e la zona circostante a prateria umida, sovente paludosa, ove vegeta una flora rigogliosa tra cui pascolano spesso le vacche da latte. Gli odori delle vacche si mescolano qui con quello umido dello sfagno, un sentore che si avverte appena data la nostra ignoranza e maldestria olfattiva, ma che poi si riconosce se si ha un po’ di senso del selvaggio.

 

Trovai il sentiero, ovvero una serie di sfagni più regolari, più asciutti, alti e continui che si snodano spesso in modo curvilineo tra le aree più fradice e pericolose. Percorsi questo sentiero che imparai a conoscere talmente bene da ritrovarlo senza difficoltà durante le visite che seguirono. Guadagnai anche l’ammirazione e la fiducia dei miei giovani figlioli, che, anni dopo, mi seguirono divertendosi a saltellare su questi improbabili cuscini naturali e finendo sovente con i piedi a mollo. Gli sfagni del Giura di tanto in tanto formano tappeti più solidi grazie alla natura intricata delle loro strutture a filamenti come i muschi: su questi vegetano varie piante del tutto peculiari e specializzate, reperibili solo in questi ambienti. Tra tutte, a noi interessavano le Drosera, affascinanti piante carnivore che si vedono sui libri e che hanno forma mostruosa di grandi bocche di ippopotamo con artigli viscosi ai lati al posto dei denti atti a intrappolare la preda: di solito, insettini vari, mosche o anche farfalle. Lungo il sentiero, qua e là si trovano anche piccole macchie di alberi quali la betulla nana, i salici e i pini uncinati: alla loro ombra cresce abbondante il mirtillo e un’altra specie di Vaccinium affine che vive nelle paludi.

 

Colias palaeno

 

E qui si vedono le prime farfalle svolazzare tra le piante preferite dalle loro larve: le velocissime ed irregolari Paleno, tecnicamente “Colias palaeno”, una specie color giallo-limone nel maschio e bianco-verdastra nella femmina, entrambi con una bordatura nera vellutata e i margini delimitati da peluria di un vivace color rosa. Questa farfalla è tipica delle torbiere dell’Europa continentale e delle aree a stagni e piccole paludi delle Alpi, sino a oltre i 2000 metri di quota; ma si ritrova anche abbondante nella tundra artica dell’Europa del nord, della Siberia e dell’America settentrionale. La sua caccia è difficilissima: questa folle farfalla vola in modo veloce ed irregolare, rallentando solo nei pressi delle macchie di mirtillo per perlustrare rapida le pianticelle ove la femmina depone le uova. Dato che si sta in equilibrio sugli sfagni, non si può far altro che sperare che la farfalla passi lì vicino a portata di retino poiché è impossibile rincorrerla a lungo senza finire nelle “sabbie mobili”. Il Bourgogne scrive: “Questo pericolo esiste realmente, come ho constatato particolarmente nella torbiera di Remoray; ciononostante, mi è parso che spesso le torbiere bombate possano essere percorse senza troppi rischi, a condizione di guardare dove si mettono i piedi: il suolo nudo è sempre ben fermo malgrado l’elasticità e i poggi degli sfagni resistono perfettamente al peso. L’inseguimento di una Paleno tuttavia richiede attenzione e obbliga il cacciatore a saltare da un poggio all’altro, cosa che rallenta molto la corsa”. In estate, tra giugno e luglio, la Paleno si scorge sempre, non manca mai, con quel suo brillante giallo limone che attrae facilmente l’attenzione dell’entomologo. Mi pare di essere nella tundra quando la vedo e mi proietto con l’immaginazione nelle grandi piane asiatiche dove vivono specie di Colias prestigiose e brillanti nelle varie tonalità che vanno dal giallo pallido all’arancione intenso.

 

Ma qui sugli sfagni vi sono farfalle di maggiore interesse, più rare e, grazie alle peculiarità botaniche delle torbiere, preservatesi solo in questi piccoli ambienti palustri. Alcune sono autentici relitti post-glaciali, ovvero creature così specializzate e legate alle piante nutrici dei loro bruchi, da non potersi diffondere al di fuori dell’ambiente a torbiere, mirtilli e sfagni. Quando i ghiacci si ritirarono dall’Europa continentale, queste specie progressivamente migrarono verso la tundra circumpolare, ma alcune sopravvissero come relitti in queste aree paludose che persistettero dopo la scomparsa dei ghiacci del quaternario. E così, ai margini delle torbiere del Giura, un giorno di fine maggio, insieme all’amico Piscopo che per la prima volta affrontava con timore reverenziale queste paludi finendo a mollo con i piedi, trovammo una bellissima farfallina dal color nerastro con vaste macchie aranciate e azzurre, una piccola meraviglia. Era la rara Lycaena helle, una specie che vive solo in questi ambienti. E poco più avanti nella stagione mi imbattei in un’altra rarità: la velocissima Boloria aquilonaris, anche questa davvero poco comune, legata come è alla sua pianta nutrice, il mirtillo di palude. Non se ne vedono molte di queste farfalle, roba per palati sopraffini e veri appassionati.

 

Boloria aquilonaris

 

Tra le alte graminacee che a tratti sostituiscono lo sfagno e che spesso lo attorniano soffocandolo, vola anche un licenide altamente specializzato, Maculinea nausithous, una piccola farfalla color marrone azzurrato che vive di sanguisorba, qui abbondante, e la cui larva ha una fase di sviluppo nei formicai. E lì vola pure un’altra farfalla color arancio, la bella Brenthis ino, anch’essa abitante dei margini delle aree paludose. A osservare bene al suolo l’occhio attento scorge la timida Coenonympha glycerion, una gentile e calma farfalletta bruna dalle sfumate macchie grigiastre all’esterno che vola bassa nascondendosi spesso tra le erbe dove si annida il suo bruco vorace di graminacee. Tra l’altro, sono proprio queste le erbacce che terrorizzano l’allergico con i suoi pollini crudeli che si infilano nelle narici e sulle congiuntive provocando crisi acute di starnuti e prurito insopportabile agli occhi a chi non sia accorto nell’uso di spray e colliri antistaminici. Una vera maledizione per l’entomologo di campo che finisce sempre le sue giornate irritato e accaldato, con occhi che paiono di fuoco, il naso gonfio e insensibile, e le fauci ardenti come tizzoni di torba. Imparai queste cose all’età di dieci anni quando scoprii di essere allergico, appunto. Essendo poi, in età più tarda, diventato saggio, non mi sposto mai senza i miei antistaminici e preparo già in inverno ricche e prodigiose scorte che mi serviranno per la bella stagione dell’anno dopo. Guai a dimenticarli quando si esce per un’escursione sul terreno.

 

Maculinea nausithous

 

Si parlava, però, di sfagni e di lande, e questa storia dell’allergia rischia di essere solo una distrazione da cui occorre recuperare in fretta per riportare il lettore al tema che mi sta a cuore. Holmes, nel racconto, finisce per scoprire che la presunta maledizione dei Baskerville non era che un ottimo pretesto utilizzato da Stapleton per i suoi fini malvagi. Sentendosi smascherato dal tranello del geniale investigatore, a Stapleton non resta che fuggire nella palude di Grimpen dove lui solo conosce la via. Ma qui l’astuto Holmes ha cambiato la posizione dei paletti che Stapleton utilizzava per indicare il sentiero percorribile tra le viscide paludi: l’entomologo della landa finirà i suoi giorni sprofondando nella melma fatale di Grimpen. A me non è ancora successo di sprofondare tra gli sfagni bombati delle torbiere del Giura: essendo accorti e cauti, si riesce a uscirne vivi, magari inzuppandosi sino al garretto, ma vivi. Quella volta in cui sprofondai sino alla coscia me ne ebbi a male, specie perché, essendo ormai prossimo all’uscita, andai a parare contro un cespo di infide ortiche scorticandomi gambe e braccia. Ma questo, tutto sommato, è poca cosa e non così grave da compromettere le future sortite alla torbiera. Se non ci sei mai stato, caro lettore, vacci presto, ma attenzione a dove metti i piedi poiché la palude potrebbe anche non perdonare e finirci dentro non è mai stato un piacere per nessuno, parrebbe.

Lycaena helle

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11 Marzo 2013