Poliziotti di pietra

Parlare di spazi urbani e loro ricadute sociali vuol dire rifletteresui significati delle città, delle tecnologie e degli arredi che le costituiscono. Spesso inconsapevoli a chi li ha progettati e a chi li usa; fino a quando non glieli si fa notare. Bentham ipotizzava una galera illuminista: Foucault ha mostrato quanto fosse odiosa la forma-panottico che le sottostava.

Così, a proposito della società del controllo nella quale staremmo vivendo, tutta telecamere nascoste e codici a barre, accertamenti incrociati e fratelli maggiori, occorre riflettere su un segnale stradale apparentemente innocente. Si tratta del dosso artificiale, quella specie di rigonfiamento dell’asfalto posto in prossimità di incroci, ingressi, scuole, posti dove a tutti i costi si deve rallentare, spesso fermarsi. Fa le veci di altri segnali possibili (uno stop, un semaforo, una bandierina) o più spesso di un vigile urbano in carne e ossa che sta lì per aiutare le vecchiette ad attraversare la strada.

Ma, a ben pensarci, il dosso artificiale fa molto meglio e parecchio di più. Costringe l’automobilista a eseguire quel che deve: non si limita a dire con convinzione variabile, ma fa fare: incorpora il codice della strada e i suoi dettami. E ciò perché non annuncia una sanzione possibile, un provvedimento giudiziario o una contravvenzione, ma punisce istantaneamente e senza intermediari il malcapitato che, per impudenza o distrazione, non dovesse adeguarsi alle esigenze della comunità. Colpisce al contempo la vettura (infliggendo un duro colpo alle sospensioni) e il suo guidatore (fracassandogli la schiena). Per di più, in modo silente, invisibile: il passante, osservando la scena, vedrà solo un’automobile che rallenta per far scorazzare i bambini all’uscita dalla lezione; mica capisce la rudezza dei modi che l’ha costretta a farlo.

Esiste insomma, nell’oggetto in questione, una corrispondenza immediata fra la durezza del materiale di cui è costituito e quella delle sue maniere d’imporre l’ordine. In alcune lingue, non a caso, lo chiamano “poliziotto di pietra”. E in certi luoghi, dove poco si amano i poliziotti, esso viene sistematicamente divelto. Subodoriamo un’ideologia, forse addirittura una politica. Sembra di sentir dire: “la sicurezza innanzitutto”. Ma a che prezzo?

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02 Febbraio 2011