Dal Peppermint Lounge all'Appia Antica

Brevissima storia di un velocissimo Twist

Nel 1960 lo statunitense Chubby Checker incide la propria versione di una b-side pubblicata un paio d'anni prima da un gruppo di proto rock'n'roll, gli Hank Ballard & The Midnighters, e velocemente dimenticata. Il brano si chiama “The twist” e si presenta come una piccola variazione musicale sul tema classico del rock'n'roll con un esplicito invito, nel testo, a “fare il twist”. 'Twist' è quindi il nome di una cosa che si può fare – da soli ma meglio in due –, una danza, un movimento per la precisione, che lo stesso Chubby Checker descriverà così: «è come spegnere una sigaretta con i piedi e strofinare un’estremità con un asciugamano».

 

 

Consacrato nel 1961 da Let's twist again – sempre eseguita da Checker e pensata come vero e proprio seguito di The twist – questo ballo inizia a fare il giro del mondo e, a partire dal Peppermint Lounge di New York dove sono soliti ballarlo anche Truman Capote e Greta Garbo, diventa il simbolo danzereccio del Dopoguerra, l'espressione massificata della voglia di ballare in un modo nuovo, in un mondo nuovo. Nel twist, ballo concepito per il singolo, le ragazze non si invitano mai, semmai, all'occasione, si avvicinano, non è più un problema non essere granché abili con la danza perché non ci si deve preoccupare in alcun modo di sbagliare e di pestare i piedi. Per gli uomini non esiste più neppure il problema delle mani: non c'è posto giusto o sbagliato del corpo femminile sul quale appoggiarle, non è previsto alcun contatto fisico con l'altro.

 

In Italia, come nel resto d'Europa, il twist si diffonde con grande successo, si afferma imprevedibilmente grazie a Peppino Di Capri – che pubblica una cover di Let's twist again già nel 1961 e la sua Saint Tropez Twist l'anno successivo. Lo seguono Edoardo Vianello, Gianni Morandi, Adriano Celentano ma anche Giorgio Gaber e Luigi Tenco.

 

Il 1962 è l'anno della consacrazione del twist in Italia anche per vie inattese e inusuali che vanno ben oltre le spiagge e i juke box. In quell'anno escono infatti due film italiani destinati agli annali della cinematografia che inventano e utilizzano il twist come elemento trasversale o centrale all'interno delle storie che raccontano, dei messaggi che intendono trasmettere e del modo più o meno pop di veicolarli: si tratta rispettivamente di L'eclisse di Michelangelo Antonioni e La ricotta di Pier Paolo Pasolini.

 

 

 

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E il twist? Il twist è il momento di apparente e straniante smarrimento della sacralità ma in realtà il suono della società consumistica che diventa emblema sonoro del sacro sottoproletariato, il “Ricotta-twist” e l'aria dell'“Eclisse twist” si sostituiscono a Scarlatti mentre le comparse tentano una riproduzione fedele della Deposizione del Pontormo e del Rosso Fiorentino. Resta in sospeso il pensiero di Pasolini, che amava Celentano e impazziva per 24.000 baci: un twist che da emblema capitalista abbracci la danza sottoproletaria, o la società dei consumi che si fa beffa del sacro? Diremmo senz'altro la prima.

 

 

La versione completa di questo articolo è comparsa su Rock.it

 

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