In memoria di Paola Labriola

Comunicato stampa
L’Unasam esprime il più profondo cordoglio per la tragica scomparsa della Dottoressa Paola Labriola e denuncia, ancora una volta, la grave carenza in personale dei servizi di salute mentale, l’estremo disagio delle condizioni di lavoro degli operatori residui e la insufficienza globale dei servizi, causa di abbandono e di avvio alla cronicizzazione e alla disabilitazione di molti pazienti che potrebbero essere efficacemente curati. Con questa consapevolezza respingeremo ogni rinnovato tentativo di criminalizzazione delle persone con sofferenza mentale e rafforzeremo il nostro impegno per la eliminazione delle cause del grave degrado del sistema di tutela della salute mentale del nostro Paese (9 settembre 2013, Girolamo Digilio, Presidente UNASM).

 

 

Così si esprime Girolamo Digilio, a nome dell'Unione nazionale delle associazioni per la salute mentale (UNASAM). Riporto l'intero testo perché è difficile da trovare su internet. In risalto sono invece le dichiarazioni di numerosi amministratori locali o articoli giornalistici che hanno subito usato e manipolato la notizia.



Infatti, la notizia si può capovolgere, usare per interessi politici, sfruttare. Si è scritto e dichiarato che uno psichiatra è stato ucciso da un pazzo per colpa di Basaglia e della legge 180. Che vergogna usare la morte di una donna per fare propaganda contro una legge che, se deve essere migliorata, lo deve essere in senso democratico, non autoritario.



Magari, nei casi meno beceri, lo si è fatto con la sottigliezza di chi la 180 non la nomina, non osa. Invoca semplicemente maggiore vigilanza, maggiore autoritarismo, maggiore prontezza.



Il futuro sembra essere scomparso dagli orizzonti della soggettivazione, il soggetto contemporaneo sembra schiavo del tempo reale/virtuale, deve rispondere subito, colpo su colpo. La corrente dominante del tempo sembra avere la caratteristica evidenziata nel titolo di un libro di Gillo Dorfles: L'intervallo perduto.

 

Che se ne dovrebbe concludere con questi ragionamenti che invocano maggiore intervento poliziesco, maggiore autoritarismo, maggiore vigilanza? Che cosa esprime l'inconscio di queste dichiarazioni? Che se lo psichiatra fosse stato un maschio, l’assassino non avrebbe agito, che un maschio sarebbe stato in grado di difendersi? Che le donne non dovrebbero fare le psichiatre o le infermiere psichiatriche? Che è un lavoro da maschi? Come la guerra? Che la legge 180 è una legge da femminucce? Che, insomma, siamo in guerra con i matti e bisogna usare le armi? Vogliamo riconoscerlo? Questa è la risposta che sta dietro queste dichiarazioni. Che serve a tagliare il personale, a ridurre i budget, a rendere impossibile l'applicazione della legge, per poi attaccarla.



Purtroppo per questi signori, come le altre specialità mediche, anche la psichiatria si sta femminilizzando, questa linea di fuga imprevista da chi osanna il colpo su colpo sta portando benefici ai servizi, ancora in gran parte diretti da uomini. La dittatura maschile non potrà durare a lungo. Per questa ragione, i servizi sono destinati inevitabilmente a migliorare nel tempo. Le donne, molto più degli uomini, sono in grado di apprezzare le conquiste della 180, mentre gli uomini, molto più delle donne, hanno in mente che la risposta alle situazioni complesse è la violenza, la guerra. In ogni campo, ogni ambito, lo vediamo quotidianamente.



Paola Labriola ha cinquantatré anni, fa la psichiatra, ha studiato come minimo dieci anni, dopo il liceo, per andare incontro alla sua passione, al suo desiderio. Inoltre ha marito e figli. Ha a cuore il futuro delle generazioni a venire: etica. Paola Labriola sceglie di stare in un servizio d’igiene mentale. Conosco tante donne, in Italia e nel mondo, che fanno questa scelta. Certamente studiano, spesso si formano come psicoterapeute oppure entrano in analisi. Non conosco Paola Labriola, ma sono certo che il suo percorso di donna psichiatra è stato eccellente, che la sua perdita è grave per il mondo della salute mentale.



Questo è un primo ragionamento.



C'è anche da fare una seconda considerazione, che va in una direzione in parte diversa e che si sviluppa a prescindere dallo stato mentale della persona che ha ucciso. Paola Labriola è una donna uccisa da un maschio. E insisto a usare maschio. Non lo giudico in quanto folle: forse, se lo fosse davvero stato, non avrebbe commesso il delitto. Come maschio anche lui ha perduto l'intervallo. È entrato nel circolo della droga, che prevede la crisi d'astinenza, un tipo di urgenza mortifera. Colpo su colpo. Un tossicodipendente, che consapevolmente acquista sostanze illegali diffuse e provenienti dalla criminalità organizzata, ha ucciso una donna che cercava di aiutarlo a prendersi cura di sé. A trovare anche lui una passione cui andare incontro anziché reiterare quel gesto mortifero che l’ha portato a uccidere.

Secondo l'archeologa lituana Marija Gimbutas, noi proveniamo dagli indoeuropei, popoli nomadi guerrafondai che rapivano le donne razziando popoli sedentari che usavano l'agricoltura. Gli indoeuropei instaurarono civiltà maschili in cui la donna, per definizione, giacché straniera, era schiava. Se questa ipotesi fosse almeno in parte vera, avremmo la risposta a che cos'è un maschio.

 

Si tratta di bestise (così la chiama Montaigne). Bestise o bêtise, bestialità, ma anche stupidità, termine che richiama il colpire per via delle sue radici indoeuropee. Come stupro.

 

Due considerazioni premono intorno a questa tragedia:

 

Una domanda a chi vuole abolire la 180 usando ogni fatto che in qualche modo possa essere ricondotto all'argomento per screditarla: qual è il vostro programma? È ormai noto che in Italia, dal 1938, si seguirono e si ammirarono le pratiche naziste di liquidare i folli con l'ossido di carbonio. Non voi, caspita!, non lo ammettereste mai, ma il vostro inconscio ne sarebbe soddisfatto?



E ancora insisto a ripetere che in primo luogo: Paola Labriola è una donna, l'ennesima, uccisa da un maschio.

Gillo Dorfles

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