Pilsen, Chicago

Quando John Burns, il grande leader sindacale inglese, [...] visitò Chicago, un giornalista gli chiese la sua opinione sulla città. “Chicago – disse – è un’edizione tascabile dell’inferno”. Tempo dopo, a bordo della nave che portava in Inghilterra, un altro giornalista gli si avvicinò e gli chiese se, nel frattempo, avesse cambiato opinione. “Certo”, fu la sua pronta risposta: “Penso che l’inferno sia un’edizione tascabile di Chicago”.

           Jack London

New York Evening Journal

8 agosto 1906*

 

 

– Preferisci che te lo dica prima o dopo la torta?

– Dimmelo adesso.

– Sei sicura?

– Sì, adesso.

– D’accordo, ma non ti devi offendere, ok?

– Non mi offendo.

Sono seduti uno di fronte all’altra. Lui piega la schiena in avanti, aggancia i piedi alle gambe della sedia, punta i gomiti sul tavolo e fa un balzello sporgendosi verso di lei. La ragazza è dall’altra parte e ha già gli occhi pieni di lacrime, le palpebre sono due piccole dighe di contenimento. 

Insieme alle parole arriva anche la fetta di torta, esterno di meringa flambée, interno di mousse colorata alla frutta. 

– Non ne vale la pena perché ti stai allontanando, te estás alejando, è inutile continuare, guardami, ti sto parlando, vedi, ti allontani sempre, anche adesso, dove te ne vai tutte le volte io proprio non lo so... Prefiero guardarte aquí, preferisco tenerti qui, – batte il pugno sul petto, appena sopra la testa di Dee Dee Ramone, – sarai sempre qui, ok?, ma è finita, se acabó

Lancia un’occhiata prima a destra poi a sinistra; anche lui, come me, sta guardando dall’esterno, è nella mia stessa posizione, spettatore di una scena che ormai non lo riguarda più. Per non incrociare il suo sguardo, butto gli occhi appena sopra la testa riccia: da una delle mensole oltre il bancone, dove è stato immobilizzato con una calamita gialla, anche il Subcomandante Marcos osserva. Io lo guardo, lui mi guarda: nasconde col bavaglio nero lo sdegno verso il falsetto nasale del ragazzo, indizio inequivocabile del vittimismo misurato di chi, lasciando qualcuno, riesce anche a farsi passare per la parte lesa. Al Subcomandante queste cose non piacciono. Lei abbassa lo sguardo verso il piatto, inghiotte minuscole forchettate di torta. Il movimento della testa ha provocato la tracimazione delle lacrime, che adesso inondano le guance. 

 

 

Sono già le nove e mezza del mattino a Pilsen, non il capoluogo ceco famoso per la birra, ma un quartiere di Chicago che da quella città ha preso il nome, a sud-ovest di Little Italy e a pochi chilometri dal centro, il Loop. Parlano quasi tutti spagnolo a Pilsen, sono i figli e i nipoti dei messicani che intorno agli anni Cinquanta del secolo scorso furono costretti a lasciare la zona del Near West Side a causa dell’ampliamento del campus universitario. Trasferendosi, cambiarono i connotati all’area, che da succursale boema abitata da immigrati cechi, tedeschi, austriaci, polacchi, irlandesi e ungheresi, si trasformò rapidamente in una delle più importanti comunità ispaniche presenti sul territorio statunitense. 

– Finisci la torta se vuoi, io devo andare, sono già tutti là.

– Aspetta!

La ragazza prende dalla borsa un pupazzetto di perline colorate alto più o meno cinque centimetri. Sembra la miniatura di un cowboy, o di un ranchero, con il vestito della festa. Cerca di allungare la mano verso quello che oramai è il suo ex, ma è troppo tardi, lui si confonde con la clientela fino a superare l’ingorgo all’entrata. È un bel tipo, jeans e maglietta neri, anche lei è bella, ma c’è qualcosa che non torna. I due hanno aspetti incompatibili, sembrano usciti da cinematografie diverse, non stanno bene insieme, era evidente fin dal principio probabilmente, ma quando bisognava dirglielo, gli amici non ne hanno avuto il coraggio, succede spesso. 

 

Oggi la Chicago Teachers Union è scesa a manifestare, se sei un insegnante, mostraci il tuo ID e ti offriremo una tazza di caffè, c’è scritto sui volantini attaccati con lo scotch alla vetrata del bar. La capacità di organizzare azioni collettive e mobilitazioni locali è una delle caratteristiche di Pilsen, un’area che vide la partecipazione massiva dei lavoratori sottopagati dei mattatoi, delle acciaierie e delle segherie al grande sciopero del 1877 iniziato dai ferrovieri. Negli ultimi anni invece, i residenti cercano di opporsi al processo di riqualificazione urbana. La valorizzazione del patrimonio immobiliare delle vie che gravitano attorno alla 18th St ha fatto impennare gli affitti costringendo gli abitanti meno abbienti a spostarsi in zone più periferiche per lasciare il posto ai ricchi. Tre sono i segnali del processo in atto: l’apertura di nuovi sportelli bancari, l’abbandono del Loop da parte di alcuni artisti noti che si sono trasferiti qui e la comparsa di coffee shop per vegetariani e vegani, con le lucine sulla veranda e il parcheggio per le biciclette. 

– Del resto, solo una decina di anni fa tu non saresti nemmeno potuta entrare a Pilsen, – mi dice la signora colombiana proprietaria della tequilería vicino alla casa dove alloggio. – Sì sì, certo, – rispondo. – Una rissa al giorno nei giorni tranquilli, – insiste. 

Vorrei che mi raccontasse come ci è finita, a Chicago, da Neiva, nel sud rovente della Colombia, se è arrivata per lavoro o se l’ha fatto per seguire qualcuno, ma, frugando nello zaino, mi ritrovo tra le mani il ranchero di perline, che mi distrae.

 

 

Abbandonato tra i resti della torta, giaceva sul piatto sporco di panna pensando ai bei giorni passati a domare il bestiame, sotto un cielo di perline le cui nubi allungate e lontane, anch’esse di perline, gli infondevano fiducia nell’avvenire. Invece poi è finito su una bancarella di cianfrusaglie e, da lì, sul piatto di una ragazza che porta i capelli come si usava ottant’anni fa.

Qualcuno gli avrebbe senz’altro risparmiato la fine in pattumiera, il cameriere con la bandana al polso l’avrebbe lavato e sistemato accanto alla fotografia del Subcomandante, ma mi piaceva l’idea del gesto gratuito di solidarietà femminile, volevo fare qualcosa per quella ragazza, così bella, e per me. Perché magari, portandomelo appresso, avrebbe iniziato a raccontarmi qualche aneddoto sulla sua precedente proprietaria, suggerendomi, una sera d’estate, io seduta sul primo gradino dell’uscio di una di queste case americane, lui appoggiato a un bicchiere di plastica capovolto, di acconciarmi come lei, i capelli a caschetto che seguono, mossi ma disciplinati, la curva del viso. Ecco, il ranchero di perline mi avrebbe svelato i segreti della sua compitezza, per questo motivo non l’avrei mai lasciato al Jumping Bean, nonostante lì fosse in buone mani, le stesse che preparano i paczki e i muffin ai mirtilli più buoni di tutto il Lower West Side.

 

Tutto questo rimuginare non solo mi convince ad andare alla ricerca della ragazza, ma mi fa anche allontanare dal quartiere e finire dritta, quasi senza accorgermene, davanti alla vetrina di una libreria qualche isolato più a nord. I volumi esposti sono franati e l’interno sembra abbandonato. Invece mi sbaglio, perché sepolto dai libri in vendita c’è un signore sulla settantina. Non vede nulla di quello che succede nel suo negozio a causa della trincea in cui si è messo e che dovrebbe funzionare anche da bancone. Chiede di lasciare lo zaino e le borse capienti all’ingresso, ma qui si potrebbe portare via sacchi e sacchi di roba senza che se ne accorga. O forse in cuor suo spera che qualcuno lo aiuti a svuotare i locali, allora meglio farseli rubare, i libri, invece di morire lasciando ai familiari il piacere di doverli buttare, perché si sa come sono i consanguinei, gente pronta ad anticipare il momento della tua dipartita pur di commettere un libricidio plurimo in qualche discarica della zona. Lasciamo stare tutto così, pensa il libraio seduto dietro il suo bastione di carta impaginata.

 

 

– Mi scusi.

– Sì?

– Lei sa per caso dove posso trovare la proprietaria di questo? – Gli mostro il ranchero di perline. 

– Per l’amor di dio, ma per che razza di libraio mi ha preso, eh? E Lei, che viene in libreria a fare domande, vada piuttosto da quelli del gatto, loro hanno tempo da perdere e vanno pazzi per queste scemenze. Prima di andare si porti via qualche libro, se non le dispiace, mi faccia questo favore.

 

Arrivo al numero 410 di South Michigan Avenue. Al secondo piano del Fine Arts Building, nella suite 210, c’è la libreria, si chiama Selected Works Used Books & Sheet Music. Mi avvicino al gatto, sta dormendo in una cesta appoggiata vicino alla finestra. Apre gli occhi e alza la testa con poca enfasi:

– Chiamami pure Hodge ma stammi lontana perché fa caldo. È da un po’ che gironzoli tra gli scaffali senza scegliere nulla. Se non cerchi spartiti o libri di seconda mano, cosa vuoi? – Apro il palmo con il ranchero di perline, – sai dove posso trovarla?

 

 

– Ah, ho capito. Sei qui perché un certo argentino di nome Julio Cortázar e tutta quella gente lì come lui ti ha messo in testa che dove c’è un mistero c’è anche un micio: “Tutti i gatti sono telefoni”, vero? Bene, non posso contraddirti, so dove trovarla. 

– Dove?

– Sta con i pachucos di Racine Avenue. Tutte le domeniche, alle sei del pomeriggio, si trovano a ballare al numero 1800. 

– Pachucos?

– Sì. Portano pantaloni ampi, dicono che sia per muoversi meglio durante le danze, e non fanno altro che vantarsi. Forse hai sentito nominare quelli di Los Angeles, ma i pachucos di Pilsen hanno un’insolita passione per il jazz delle origini, Jelly Roll Morton, Nick La Rocca, Eddie Lang, Nick Lucas. 

– Ok, ma...

– Te lo dico giusto per darti qualche coordinata, perché dovrai vestirti in modo adeguato e conversare, sai, quelle cose che si fanno per non dare nell’occhio. Una volta entrata nel locale, stanne debitamente alla larga, guarda che non scherzo, non sono i soliti patiti del vintage, questi fanno sul serio, te ne accorgerai se presterai attenzione ai dettagli. 

Non oso chiedergli altro, lo ringrazio ed esco dall’edificio usando la scala antincendio interna.

 

 

Torno a Pilsen. Il locale è molto buio nonostante fuori siano solo le cinque, mi siedo al bancone per ascoltare il concerto. Il pianista suona al ritmo dell’inalatore del signore accanto a me. Quando inspira, l’indicatore verde attaccato alla pompetta lampeggia. Fisso l’indicatore e per poco non mi addormento, ma dopo qualche pezzo c’è il cambio palco, il pianista si alza e lascia spazio a una decina di persone: voce, chitarra, banjo e fiati. 

Si aprono le danze, me lo annuncia Adrián, che ho appena conosciuto, cappello a tesa stretta, camicia floreale, pantaloni a vita alta. Scambiamo qualche parola, dice che la band oggi inizia un po’ più tardi perché Jacob, il mio amico Jacob, mi carnal, è tornato stamattina da Evergreen, in Colorado. 

– Sai chi è Jacob? No? Te lo dico io, è il più grande, no hay jazz club aquí en Chicago che non lo voglia, non c’è muro senza la pubblicità dei concerti della sua band. Non vedo l’ora che inizi la Messa, ho già preparato l’acqua santa, vedi? 

Mi indica il suo tavolo e mi viene un colpo, perché oltre ai bicchieri di superalcolici vedo anche lei, indossa un abito blu che le arriva alle ginocchia, porta le scarpette da ballo e ha in braccio un bambino. 

– Chi è?

– Mia moglie! Veniamo qui tutte le domeniche, siamo abbonati. Dai, te la presento.

Mentre ci avviciniamo, non posso fare a meno di estrarre dalla borsa il ranchero di perline, l’ho fatto molte volte e il gesto è diventato automatico. Glielo do, lei mi guarda sorpresa per pochi secondi, poi la tensione scompare dal viso. Mi ringrazia, mi dice che è un bel regalo e che lo conserverà per ricordarmi, per ricordare la sua amica italiana. È una messinscena, ma non c’è tempo per le spiegazioni: i camerieri stanno spostando i tavoli per fare spazio ai ballerini, che si mettono in posizione. Qualcuno getta del sale grosso su quella che adesso è diventata una pista da ballo. Lei molla il pupo all’amica, poi interrompe il pavoneggiarsi del marito trascinandolo in pista, lui la lascia fare. Si mettono al centro della sala perché sono i più bravi, si nota subito, appena attaccano i fiati. Volteggiano, sgambettano, scambiettano, si attaccano e si staccano, applausi, i cristalli di sale corrono in tutte le direzioni, poi lei si allontana girando su se stessa, non vede il cameriere, lo urta, vola il vassoio, birra dappertutto, applausi anche per la collisione. Arrivano i rinforzi, dalla sala accanto una cameriera fa lo slalom tra i ballerini, porta stracci e fogli di giornale. 

– Sono un disastro! 

– Ma no, è stato divertente. 

Inizio a sentirmi a disagio, la copia del Chicago Tribune da cui i camerieri stanno prendendo i fogli per asciugare gli schizzi di birra sulla vetrata è rimasta aperta su un titolo che mi confonde: “Russia has atomic bomb!”. 

– Hai visto? Ci hanno copiati...

– Eh?

Mi avvicino di più, il giornale è del 22 settembre 1949. 

– Non ti preoccupare, anch’io avevo paura, poi ti passa. Intendo le scorrerie nelle altre epoche, poi la paura se ne va. Io e le mie amiche lo facciamo spesso, vedi quella? – Mi indica la ragazza che ha in braccio suo figlio, – è fissata con i sindacati, le piace andare nel ghetto dei lavoratori lituani, di là è sposata con uno che lavora nei mattatoi. Picchetti, risse, stampa clandestina: prima o poi ci rimane secca. A me invece piace passeggiare. Vado avanti e indietro nel tempo per estraneità, sì, per estraneità e per difetto, mai una volta che mi senta adeguata... E tu? Da quanto lo fai? Perché hai iniziato?

 

 Tutte le fotografie sono di Federica Arnoldi.

 

*Recensione di Jack London al libro La giungla [The Jungle, 1906], di Upton Sinclair, in La forza della letteratura, a cura di Cristiano Spila, Nova Delphi, Roma, 2016, p. 75.

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