Alla mano

C’è ancora qualcuno che crede che la televisione non sia poi così importante nell’orientare le scelte politiche dei cittadini. Sta di fatto che anche in questa campagna elettorale vediamo leader di partito presenziare per ore in televisione, in qualunque programma e in qualunque stazione nazionale o locale. Tranne Beppe Grillo, che (finora) ha optato per uno spazio immateriale (la Rete) e per uno più che mai concreto (le piazze), tutti gli altri non rinunciano a passare per gli studi televisivi, lasciando una parte marginale ai vecchi manifesti da strada, compresi quelli 6 per 3.

 

Insomma, ecco ancora una volta davanti a noi il politico seduto in poltrona; ha davanti a sé un giornalista oppure discute con altri politici seduti come lui, ed è seduto anche il pubblico di contorno. Poi, dopo le trasmissioni, ci si lamenta che si è parlato di tutto meno che dei “programmi”, dei “contenuti”, dei “problemi”. Eppure sappiamo da tempo che le apparizioni televisive dei politici non servono tanto a descrivere “programmi”, “contenuti” o a spiegare come si risolveranno i “problemi”, quanto a illustrare la personalità del candidato. È una storia lunga, cominciata almeno dall’Ottocento, quando – come ha sostenuto Richard Sennett – il tema della personalità ha fatto il suo ingresso nella sfera pubblica; da allora i fenomeni e le interazioni sociali tendono a essere ricondotti a questo piano, tanto che “s’interpretano i conflitti politici come uno scontro di personalità, mentre la leadership è concepita in termini di ‘credibilità’, anziché di azione concreta”.

Le apparenze esteriori diventano allora fondamentali, perché ritenute utili a individuare elementi profondi della personalità e da questa ricavare un giudizio sul personaggio in questione: ricordiamo bene il servizio televisivo di qualche anno fa in cui semplici calzini azzurri erano divenuti lo strumento per criticare l’operato di un magistrato.

 

Anche la campagna elettorale in corso si fonda dunque su apparizioni e apparenze. Berlusconi e Monti – è tra i due la vera competizione nell’area cosiddetta “moderata” – hanno scelto due modi diversi di interpretare le une e le altre. Come sappiamo da anni, il primo ha scelto la strada dell’affabilità, ben consapevole che, nella nostra cultura, è una strada apprezzata di per sé. Una riflessione di Thomas Mann ci aiuta a chiarire le forme di questo apprezzamento. Il racconto Mario e il mago è ambientato in un centro della Toscana negli anni Trenta del Novecento ed è incentrato sulla serata e sullo spettacolo organizzato da una sorta di incantatore. Ad un certo punto Mann accenna a “quella specie umana che l’italiano, con una singolare confusione di giudizio morale ed estetico, chiama ‘simpatica’”. In altre parole, secondo Mann, la persona simpatica ci sembra – come per forza – anche una persona positiva.

E poi c’è simpatia e simpatia. Un uomo ricco e potente (le due cose spesso coincidono) sa benissimo che una sua dimostrazione di affabilità avrà un’accoglienza ottima a prescindere, come un dono che viene dall’alto; una battuta di spirito, ad esempio, farà ridere molto di più se a farla è lui.

 

 

L’affabilità di Silvio Berlusconi è molto più articolata e graduata di quanto non sembri a prima vista, a cominciare dalla gestualità, che serve prima di tutto a dare l’idea di essere, come si dice, “alla mano”. Anche nelle ultime settimane i fotografi ne hanno colto momenti significativi: la simulazione delle manette nell’incontro con Ingroia, il braccio sulla spalla di Alfano davanti alla platea del partito, le finte botte in testa a un giornalista. Atteggiamenti che, senza dubbio, molti leggono come “simpatici” e che si vanno ad aggiungere a un lungo e ben noto elenco di gag, liquidato da alcuni commentatori come vero e proprio “avanspettacolo”.

 

Eppure bisogna ammettere che il repertorio comunicativo di Berlusconi, in definitiva il suo essere “simpatico”, ha ben altre e più raffinate armi: quelle della mimica. È nel volto che l’imprenditore e uomo politico ha il suo punto di forza. Qui naturalmente non c’entra per niente il giudizio estetico e, in un certo senso, non serve neppure chiedersi in che misura ci sia o meno una finzione calcolata. Sta di fatto che Berlusconi ha una mimica adattabile e vivace: quello che serve, in altre parole, per essere attraente in una cultura come la nostra particolarmente attenta alle apparenze. Una mimica ricca di sfumature: quello che ci vuole, se gli elettori-spettatori cercano negli indizi esteriori una personalità precisa, in una ricerca che viene di volta in volta illusa ed elusa proprio dalla mobile multiformità di questa stessa mimica. Basta guardare quel prezioso documento che è Una storia italiana, diffusa da Forza Italia stessa (2001): la copertina presenta l’uomo politico in sessanta fotografie diverse, una caleodoscopica anticipazione della varietà dei volti che l’opuscolo offrirà poi all’interno.

 

 

“Essere alla mano” è solo una delle oltre quattrocento locuzioni registrate nel Grande dizionario della lingua italiana (S. Battaglia) sotto la voce “mano”. Dimostrazione dell’insistenza con cui il corpo si infiltra continuamente nella lingua e ne viene a sua volta ridefinito. Gli altri organi, naturalmente, non sono da meno, ma la parte che affidiamo alla mano – nella vita e nel discorso quotidiano – è senz’altro speciale: strumento insostituibile e, proprio per questo, luogo di simboli, nella sua interezza fino alle singole dita.

 

Si è notato che Mario Monti, nelle sue ormai frequenti apparizioni televisive, fa largo uso delle mani. Guardando le fotografie che lo ritraggono in situazioni ufficiali, si potrebbe pensare che gesticoli molto di più di altri uomini pubblici e da questo, ancora una volta, qualcuno potrebbe tentare di ricavare indizi sulla sua personalità. Leggere le mani, insomma. All’estero, osservandolo, qualcuno potrebbe anche cedere al solito luogo comune sugli italiani: che gesticolino più degli altri, e comunque troppo.

 

Ecco dunque mani che si inarcano e restano tese, per poi distendersi di nuovo; mani che descrivono linee orizzontali nello spazio o si aprono a ventaglio; mani con le dita unite e accostate l’una all’altra; pugni chiusi verso il petto e il ripetuto gesto dell’afferramento. In realtà il repertorio del leader centrista è ancora più ampio e sfugge non solo a una classificazione, ma anche a un semplice elenco. Del resto, questo è vero un po’ per tutti.

 

 

Un momento del tutto speciale nel nostro uso delle mani è infatti quello in cui parliamo agli altri o davanti agli altri; che cosa succeda esattamente quando sviluppiamo un discorso e, nello stesso tempo, agitiamo qua e là le mani non è del tutto ovvio. Marcel Jousse affermava che “la voce, questo gesto laringo-boccale, non è che l’efflorescenza del gesto corporeo-manuale e non potrebbe ‘semanticamente’ farne a meno”. Come dire che parole e movimenti del corpo appartengono alla medesima sorgente e le une hanno continuamente bisogno degli altri; e così gli stessi atteggiamenti del corpo diventano visibili solo nel momento in cui hanno ricevuto un nome. Non per nulla, già nell’antichità classica trattatisti come Quintiliano davano consigli all’oratore su come presentarsi in pubblico, atteggiare il corpo (e l’abito), muovere le mani; nell’Ottocento si arrivò persino a descrivere con illustrazioni pose e movenze giuste.

 

 

Anche nel caso di Monti cercare nei movimenti delle mani significati nascosti o l’affiorare di una precisa personalità è uno sforzo mal posto. Per lui, come per tutti noi che parliamo, questi gesti non sono altro che accenti di una frase, appoggiature e segni dinamici di un discorso; immagini abbozzate e subito abbandonate. Sostiene Monti, ma sostengono anche i suoi gesti. E allora non è la singola cadenza quella che conta, ma la tessitura complessiva delle cose dette e agìte. In questo senso, la metrica gestuale di Monti è quella tradizionale dell’oratore e, naturalmente, del professore: spiegare, chiarire, illustrare, argomentare, eventualmente disputare. Tutto meno che voler essere “alla mano”.

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