Princesa, tragedia di una transessuale

Un furtivo via vai di piccoli fogli di carta arrotolati, come un tenue vocio, s’insinua fra le sbarre del carcere romano di Rebibbia. Al di sotto dei suoi rumori e dello scomposto “puzzle” di sonorità umane, grumi di vita in quella landa che ogni giorno smotta nell’avvilimento.

Così Princesa, Fernanda Farias De Albuquerque, transessuale proveniente dal Nord-Est del Brasile (Alagoa Grande), prostituta sui marciapiedi delle metropoli sud-americane, e in Italia, a Milano e a Roma, si racconta. A pezzetti. Frantumando poco a poco il masso della sua vita.

 

Nel 1990 Princesa varca il cancello di Rebibbia per il “tentato omicidio” di una “sfruttatrice”, che le ha sottratto il denaro accumulato. Dovrà scontare 6 anni. In carcere incontra Giovanni Tamponi, pastore, sardo della provincia di Sassari, un ergastolo sulle spalle per una rapina conclusa nel sangue. A Rebibbia Giovanni fa il “lavorante”, e dunque si può muovere, come un “messaggero alato”, da un settore all’altro del carcere. Giovanni convince Princesa a travasare la sua vita, prossima ai trent’anni, nei foglietti. Ed è ancora lui che s’incarica di portarli altrove, in un altro mondo, la cella di Maurizio Jannelli, brigatista rosso della colonna romana con la passione della scrittura, in carcere dal 1980 con 2 ergastoli. Sarà Jannelli a reimpastare la lingua del racconto di Fernanda, una strana lingua, dove il fluire musicale del portoghese, che si avvicina al canto, viene tagliato dai colpi d’ascia delle assonanze sarde di Giovanni. “Inventarono una loro lingua, costruirono un mondo”, dice Jannelli nelle “Brevi note di contesto” che accompagnano il libro.

 

È un racconto in crescente ebollizione, come i sentimenti che contiene. Jannelli ne misura costantemente la temperatura, ma non ne argina il magma. Nel corso di un anno, nei giorni perduti del carcere, la massa mobile e inquieta dei foglietti, gonfiandosi, darà voce a un libro (edito, nel 1994, da Sensibili alle foglie, la cooperativa editoriale fondata da Renato Curcio), poi si farà canto (nel 1996 con Fabrizio de André), infine immagine (nel film del 2001 di Henrique Goldman). 

Princesa si rincorre lungo il crinale della sua esistenza, cerca il senso del suo sentire, scivola nel disorientamento, e fatalmente precipita nel fosso della disperazione. “Tra un passo e l’altro – scrive – c’è l’abisso. Ed era esattamente lì che fluttuavo. Nella schiuma tra lo scoglio e il mare”. 

 

Oltre le effervescenze di superficie della “schiuma”, appena sotto, s’intravvede un fondo roccioso: “Non ho più futuro. Ognuno brucia solo nel suo inferno”. È il verdetto che Princesa si porta appresso offrendosi all’“incanto dei desideri” (De André) nel “circo” delle metropoli. E all’eroina che ne è l’appendice.

Questa lingua ibridata, bastarda potremmo dire, squilibrata, eccessiva, parole che spesso entrano in collisione, si mostrerà capace di dire la vita di Princesa e il vortice di sentimenti in cui è presa, a partire dal travaglio emotivo del bambino che si vuole bambina (noci di cocco al posto dei seni), pendolare lungo la frontiera dei sessi. All’inizio è gioco, come in un allegro carnevale, dove il sesso è nulla più di una maschera. 

 

 

Ma Princesa vuole andare oltre, non le basta il gioco. Aspira alla soffice rotondità femminile, cambia, o aggira, la mappa dei sessi, trasforma il suo corpo. Ancora adolescente, si affiderà all’opera del silicone. “Mescola i sogni con gli ormoni”, canta De André. 

Quando il gioco si spegne, arrivano la derisione e le botte. Fernandino, così lo chiamavano da piccolo per la sua corporatura minuta, vive nella solitudine del suo desiderio, e inevitabilmente andrà a sbattere contro il muro della violenza. La conosce ancora bambino, da parte di un trentenne: “Fra le sue ginocchia ero come un uccellino… Era la prima volta. Pancia e testa rivoltarono in supplizio, poi lui indiavolò nel mio dolore”.

 

Cosa c’è dopo quel primo dolore? Altro dolore, ma senza riparo. In mezzo, stordimento, e lotta per la sopravvivenza, che paradossalmente può disturbare, o differire, l’azione distruttiva del dolore. I lunghi viali di san Paolo, dove Princesa è approdata, sono giungle abitate da cannibali e animali feroci. Nel Brasile degli anni ottanta la legalità è una risorsa scarsa: i poliziotti diventano spesso cacciatori di transessuali e del loro incasso. 

Un manifesto compare sui muri della città: “Uccidi un trans a notte, ripulisci san Paolo”. “La mattanza dei trans s’infiammò”, registra Princesa. I lunghi viali di san Paolo cominciano a pullulare di cadaveri.

Cambiare aria: l’Italia, molti dicono, è un paese più permissivo. L’Italia allora: Milano, “città d’oro e di fango”. Dallo stretto perimetro dei suoi marciapiedi, Princesa vede e sente la vita della città. Il suo sguardo, durissimo, penetra nei cerchi infernali che si stringono attorno ai “corpi bombati, levigati, siringati al silicone”. Vede lo smercio dei corpi transessuali, mentre cominciano a cadere falcidiati dall’AIDS. 

 

Michelle, ad esempio: “poco tempo prima era una stella”. Princesa annota: “Una schifezza di mondo andava a chiedergli ancora la marchetta. Pagavano per grufolare dentro quel cimitero. Vedono la morte che cammina eppure non gli frega niente. Michelle era già un disastro, si vedeva. Ma era viva, combatteva per i suoi tre grammi di eroina. Terribilmente viveva, rassegnata nella sua rovina”.

Terribilmente vivrà Princesa: “Accendo la luce della stanza, illumino la mia desolazione. Mi addormento anestetizzata da una striscia d’eroina”. Verrà raggiunta dall’AIDS, ma non ne morirà. Così, dopo essere passata per un breve periodo dalla comunità di san Benedetto al Porto di don Gallo, a Genova, farà ritorno al mondo che meglio conosce, il “circo” del marciapiede. 

Si suiciderà (ma le circostanze non sono state mai del tutto chiarite), a Jesi, nelle Marche. Il 13 maggio del 2000. Ha 37 anni.

Resta il subbuglio delle sue parole e quello della sua anima:

“Soffia vento nella mia testa. Via tutti, voglio solo dormire”.

 

Fonti:

Fernanda Farias de Albuquerque e Maurizio Jannelli, Princesa, Sensibili alle Foglie, 1994.

 

Fabrizio de André, “Princesa”, in Anime salve, 1994.

 

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