In giardino c’è capitato da solo. Me l’avrà regalato un uccello, cui sono grata. S’è accasato sul confine, ai piedi di una quercia. Da piccoletto, l’ho spostato solo di qualche metro per dargli un po’ di respiro, il giusto spazio. È un tasso (Taxus baccata): in pochi anni ha superato i due metri di altezza, ma so che ora se la prenderà comoda, crescerà lento e, se non lo affligge qualche accidente, durerà centinaia d’anni. Posso solo immaginare come diventerà, come la ramificazione bassa, divaricata, si farà tronco – vecchio magro dalle placche brune – e chioma espansa. Intanto, godo la sua giovinezza di ragazzino sgraziato che urge verso l’alto le cime tenere, schiette e, in queste mattine di freddo chiaro, la macchia scura là sul fondo, contro il rameggio dei castagni nudi.

 

È una pianta dioica, con individui maschili e femminili ciascuno con i propri organi riproduttivi, dei piccoli coni posti alle ascelle fogliari: amenti globosi gli uni, gli altri in forma di gemma e per lo più solitari. Il cono femminile custodisce un unico ovulo; dopo l’impollinazione anemogama, il seme viene avvolto (ma non del tutto) da una membrana gelatinosa che a maturità si colora di rosso vivo. È un arillo (dal latino medievale arillus, vinacciolo), non una bacca, ci informano i botanici: questa volta il tecnicismo lessicale, così onomatopeico, suona appropriato per tale frutto dalla forma a campanella. Le foglie sono persistenti ad ago piatto ma non pungente, e bifacciali, verdi nella lamina superiore, giallastre in quella inferiore, che si inseriscono sui rametti in doppia e opposta fila. Essenza tipica della fascia montana temperata, predilige terreni calcarei e boschi ombrosi dove si mescola a faggi e aceri. Autoctono in Italia, tuttavia è difficile incontrarlo allo stato spontaneo, la popolazione più importante, con un esemplare millenario, la si incontra nella Foresta Umbra nel Parco Nazionale del Gargano. È frequente invece il suo impiego come essenza ornamentale, specie per la sua tolleranza alle potature vigorose che lo rendono adatto per siepi e barriere o per cespugli ben scolpiti dall’arte topiaria.

 

 

Eppure, non gode di buona fama il tasso, lo chiamano l’albero della morte, Virgilio lo dice nocivo («taxique nocentes», Georgiche, II, 257) per l’alcaloide tossico (la tassina) che tutto lo innerva tranne negli arilli, e ne consiglia il legno per fabbricare archi perfetti («Ituraeos taxi torquentur in arcus», Geo., II, 448), da qui, infatti, il nome greco d’origine (taxos> arco). La nomea funebre l’ha eletto ad albero cimiteriale come documenta l’Elegy Written In A Country Churchyard di Thomas Gray:

 

Beneath those rugged elms, that yew-tree's shade,
Where heaves the turf in many a mould'ring heap,
Each in his narrow cell for ever laid,
The rude forefathers of the hamlet sleep.

 

Sotto quei robusti olmi, quell’ombra dei tassi,
dove il terreno si solleva in cumuli marcescenti,
ognuno giace per sempre nella sua stretta cella,
dormono i rozzi antenati del borgo.

 

 

Ma si potrebbero anche citare le penitenziali occorrenze che scandiscono Ash-Wednesday di T.S. Eliot (basti il verso: «Till the wind shake a thousand whispers from the yew/ And after this our exile», «Finché il vento non scuota mille bisbigli del tasso // E dopo questo nostro esilio»). 

Cimiteri e conventi sono contigui spazi di preghiera, come pure certi collegi gestiti da religiosi, il che ci fa sovvenire un passo dello scrittore Guido Piovene, fine conoscitore della «tossica scenografia vegetale dei colli vicentini» (Enzo Bettiza). Nelle prime pagine del suo romanzo del 1946, Pietà contro pietà, Anna riconduce la propria paura della fame ad una sua originaria offesa verso il cibo, e racconta a Luca un episodio dell’anno trascorso malvolentieri in un collegio di monache. La memoria si sofferma su un tasso relegato in un angolo negletto del giardino:

 

V’era in collegio un giardinetto umido, privo di sole, che era lasciato incolto, e che nessuno usava, né le suore né le bambine. Lo si vedeva dal cortile di ricreazione, di là da un cancello di ferro tenuto chiuso perché non vi si entrasse. Ma io pensai a un corridoio, a quell’ora deserto, che finiva su una finestra sul giardinetto abbandonato. […] Percorsi in fretta il corridoio, come chi muove a uno scopo preciso, e scavalcato il davanzale, mi calai nel giardinetto. Era un quadrato d’erba e piante confuse, chiuso per tre lati da muri, uno dei quali cieco. Fredda, decisa, come se non obbedissi a un impulso fantastico, ma eseguissi un compito pratico del quale fossi incaricata, traversai il giardinetto fino a quel muro cieco.

Crescevano davanti ad esso alcune piante d’ortensia, e un tasso color verde inchiostro, che lasciava cadere sul terriccio umido le bacche vermiglie d’una carne gelatinosa. Scavai con le mani il terriccio, senza disgusto, tolsi dall’involto il cibo, lo caccia dentro, lo copersi. Poi pestai con i piedi. Odiavo il cibo e volevo insultarlo. Quello era l’unico mio sentimento superstite, l’unico atto a cui mi sentivo spinta ed in cui trovavo piacere. Eseguito il mio compito risalii la finestra ed aspettai che fosse finita la messa.

Ecco il ricordo che mi punge in questi giorni di paura e di mezza fame. La mia immaginazione si trova improvvisamente sotto quel tasso, sul terriccio bagnato. Qualche volta mi sembra che una parte di me, dimenticata mentre io continuavo a vivere, resti in quel luogo fisso, tra quelle piante senza sole.

 

Con due soli dettagli e in una riga Piovene è capace di dire molto più di qualsiasi puntigliosa descrizione botanica. Che questo passo sia l’occasione per ripigliare in mano un autore oggi troppo trascurato, anche oltre i suoi demeriti; fra i quali spicca – macchia indelebile – la recensione a Contra judeos di Telesio Interlandi. Un libro che, nel Giorno della Memoria, è fra le cose da non dimenticare.

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