Aconito. Veleno per tutti

Tra gli incendi d’autunno aprono profondi squarci d’oltremare le spighe blu, quasi viola, dell’aconito (Aconitum napellus). Regalano l’illusione di un ultimo tuffo al cuore dell’estate che l’incipiente festa dei morti non incrina. Benché sia pianta velenosissima e possa mandarti all’altro mondo “in un fiat”. 

Spontaneo nei prati alpini, ama la mezz’ombra e luoghi umidi e grassi. Perciò gradisce i pascoli delle malghe e, se lo volete in giardino, strabordante come da manuale inglese, va accontentato con terreno ricco, ben concimato, e fresco. Erbacea perenne (geofita rizomatosa), famiglia delle Ranuncolaceae, l’aconito ha fusto eretto che s’alza oltre il metro, foglie picciolate, alterne e digitate, più grandi alla base, di minore dimensione man mano s’avvicinano al racemo florale, semplice e denso. Particolari sono i fiori che compaiono in estate e perdurano fino all’autunno: la parte esterna e più vistosa è il calice, composto da cinque sepali assai diversi. Il curvo e maggiore, simile a un elmo o a un berretto frigio, termina a becco ed è affiancato da due sepali minori, ovali, e due inferiori più lineari. Il fiore vero e proprio è racchiuso dentro il cappuccio ed è formato da petali mutati – due in sporgenti nettari altri in brevi linguette – da molti stami e cinque carpelli. 

 

 

In natura ve ne sono anche di gialli (Aconitum anthora e Aconitum lycoctonum), ma il napello è il più desiderabile proprio per quel blu che forse è viola. Un lapislazzulo o un’ametista vegetale, chissà. Arduo definire il colore di questo fiore che ha il fascino del pericolo acquattato nel buio di una cappa. Eve, la pittrice protagonista dell’ultimo romanzo di Annalena McAfee (Belladonna, Einaudi 2021), propende per le nuances del viola e per ritrarlo usa infatti «violetto manganese, malva dioxazina e viola carbazolo». Per chi sia travolto da botanica passione questo è un libro da leggere immantinente. Non vi troverà solo descrizioni floreali. Tra reminiscenze del passato e trasalimenti del presente, tra invidie sopite, non mai spente, tradimenti amicali e impensati trasalimenti amorosi, seguirà l’esistenza della maggior esponente di botanical art – definizione per altro da lei disprezzata – alle prese con il capolavoro della vita. Dopo il lontano exploit del suo Florilegio underground, in cui nell’iconica cartina della metropolitana londinese aveva sostituito i nomi delle stazioni con tavole botaniche, e una vita in cui la sua arte si è stinta in un matrimonio alto borghese con un architetto di lei tanto più famoso e sulla cresta dell’onda, ora Eve si vuol rilanciare con un progetto assai ambizioso, il Florilegio tossico: «sette tele per sette colori, disseminati su altrettanti campi dello stesso verde. || Un’opera non soltanto artistica, ma anche scientifica, artigianale». Un’opera pittorica, ed anche un’installazione con fotografie e filmati sull’intero ciclo vitale di ciascuna specie, e sette «teche in vetro e acciaio debolmente illuminate, così da creare un acquario floreale o un erbario galleggiante». 

Ebbene, il primo «modello» pittorico di Eve, la prima erba micidiale, è proprio l’aconito.  

 

 

Scelse un esemplare, un intero grappolo di petali a cappuccio balenanti intorno allo stelo affusolato, e cominciò ad abbozzare lo schizzo dell’acquerello in miniatura.

– Questo mette i brividi, – disse Luka, chino sul ripiano di dissezione mentre, con il bisturi che gli lampeggiava nella mano inguantata come da imposizione di Abi, smembrava accuratamente un fiore. – Sembra velenoso davvero.

– «Aconitum napellus, – rispose Eve leggendo da un manuale di botanica. Erba della volpe, vulparia, strozzalupo. In Gran Bretagna è “cappuccio di monaco”. Un tempo si spalmava sulle punte di freccia».

Luka alzò gli occhi. – Sarà sicuro da sezionare?

Abi, tutta bardata con mascherina e occhialetti al tavolo del mortaio, grugnì in una risata: – Adesso hai paura, eh?

– Tranquillo, – disse Eve. – Non ti succede niente. Basta che non lo mangi.

– Perché, se lo mangio che succede? – domandò Luka.

Eve consultò il manuale. Erano le informazioni da stampare sul riquadro accanto all’acquerello. 

– Mmmh… «Provoca morte istantanea, – lesse. – O al massimo entro l’ora. Attacchi gastrointestinali, sudorazione, cefalea, vertigini e…» […]

 

 

– Vertigini e…? chiese Josette, interrompendo l’interruzione ed esortando Eve a finire la frase.

– «Paralisi delle membra seguita da cardioplegia, ossia paralisi cardiaca», – finì di leggere lei. Chiuse il libro con uno scatto drammatico e riprese a lavorare allo schizzo.

Glynn emise un fischio. – Non si va tanto lontano, con una paralisi cardiaca.

– Come mai qui da noi è «cappuccio di monaco»? – domandò Luka, ammaliato dalla bella arma di distruzione di massa che teneva in mano. – A cosa è dovuto?

– Guardalo, – rispose Eve alzandosi e avvicinandosi a lui, colma del calore palpitante che si sviluppava tra loro. Glielo indicò. – La risposta ce l’hai tra le mani. Il fiore, semicelato nella sua cappa… è il volto di un monaco medievale ammantato in un sinistro drappeggio.

– Accidenti, sì lo vedo.

Lo aveva visto davvero. Ecco la cosa straordinaria di Luka. Sapeva guardare il suo lavoro e comprenderne il valore. E sapeva guardare anche lei.

 

 

Una narrazione avvincente dal finale noir che, di erba tossica in erba tossica, di colore in colore, vi sorprenderà. 

Sulle proprietà venefiche e al contempo salutifere del napello si diffonde anche Plinio nella sua Storia naturale (I Millenni, Einaudi, vol. III, libro XXVII), tra miti, cronaca, e fantasiose etimologie:

 

Si sa che fra tutti i veleni quello ad azione più rapida è l’aconito. Se solo si toccano, con questo, i genitali degli esseri animati di sesso femminile, se ne provoca la morte il giorno stesso. Fu questo il veleno col quale, secondo l’accusa di Marco Celio, Calpurnio Bestia avrebbe ucciso le proprie mogli mentre dormivano; da ciò prese spunto quella violenta invettiva contro il suo dito. La leggenda narra che l’aconito è stato generato dalla bava del cane Cerbero, mentre Ercole lo traeva fuori dagl’Inferi, e che per questo motivo l’erba nasce nei pressi di Eraclea Pontica dove si indica la presenza di quell’ingresso agl’Inferi. Tuttavia, anche quest’erba è stata rivolta ad usi vantaggiosi per la salute degli uomini, dato che si è sperimentato che essa, somministrata nel vino caldo, contrasta le punture degli scorpioni. Ha la caratteristica di provocare la morte dell’uomo, se non trova qualcosa da distruggere all’interno dell’uomo stesso. Allora combatte contro questa sola cosa, come sentendosi più forte di ciò che ha trovato, ed è incredibile come i due veleni, i quali pure da soli sono entrambi mortali, si annientino reciprocamente all’interno dell’uomo, col risultato che l’uomo sopravvive.

 

Non vorrei alimentare in chi legge malsane idee omicide. Ma l’aconito, scrive Pizzetti, è erba «tenebrosa» che, nel linguaggio dei fiori, significa vendetta e amore colpevole. 

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