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Censura in Cina

Un mio vecchio libro, acquistato, tradotto, editato da una casa editrice cinese, è stato bloccato dalla censura due giorni prima di andare in stampa. Racconta la storia di duemila operai dei cantieri di Monfalcone che nel dopoguerra emigrarono in Jugoslavia. Andavano a costruire il socialismo, e la delusione fu cocente: la povertà, la dittatura, la prigione e il campo di detenzione per molti di loro. Quindici anni fa andai a intervistare i reduci di quella epopea operaia, magnifiche persone di settanta e ottant’anni che raccontavano per la prima volta la loro storia.

Nella Cina di Xi Jinping un libro del genere non ha diritto a circolare.

 

Farsi censurare è diverso dal farsi rifiutare. Se ho un mio nuovo libro tra le mani e molte case editrici declinano l’offerta, mi sento svalutato. Subisco il giudizio altrui come una condanna, non ho pace fino a che non trovo una pubblicazione. È un po’ adolescenziale, lo so, ma so anche che è una reazione comune.

Se ti censurano ti cadono le braccia. Hai un piccolo tour di presentazioni in via di definizione, ti stai scrivendo con gli amici librai e critici e scrittori in Cina, ti prepari a sbarcare in molte città a discutere con un pubblico che a te pare interessantissimo. A loro racconterai della distanza tra le aspirazioni del movimento operaio e il socialismo reale. A loro, abitanti del paese più capitalista del mondo che utilizza l’iconografia comunista per legittimare una dittatura feroce, utile soprattutto a imporre condizioni di lavoro e retribuzione terribili a beneficio dell’industria globale. Cosa risponderanno? Potranno parlare liberamente a dispetto delle restrizioni della dittatura degli oligarchi di Xi Jinping?

Quando ti dicono che il libro non ci sarà provi una delusione scevra da ogni autosvalutazione. Qualcosa di enorme ti impedisce i movimenti. Non c’è nulla da fare, non c’è successo né insuccesso, semplicemente non c’è il libro.

 

Ph Ho Fan.

 

Ho deciso allora di tornare a Pechino, per vederci più chiaro. La casa editrice ha pagato soldi veri per acquisirlo e farlo tradurre, ci ha lavorato, ha approntato il progetto grafico della copertina, la quarta e i risvolti, lo ha presentato ai librai pronta per la distribuzione: come è possibile che non si sia fermata prima, o non sia stata fermata prima?

Avevo ricevuto messaggi contrastanti. La ferale notizia mi era giunta via wechat (un whatsapp cinese), grazie a una chat a tre: io, l’editor che non parla bene inglese, e la traduttrice che faceva da interprete. Via wechat avevamo già predisposto le due presentazioni di lancio del libro a Pechino, e la casa editrice mi aveva confermato il suo appoggio per le presentazioni a Nanchino e a Chengdu. Avevo spiegato che intendevo arrangiarmi da solo a Hong Kong, paese ancora formalmente indipendente dove un forte movimento per la democrazia si oppone alla fusione con la Cina. C’erano contatti aperti altrove sui quali stavamo lavorando. Sempre via wechat avevo modificato le mie note biografiche, avevo fatto inserire una dedica.

 

Improvvisa la notizia: il libro rientra nella categoria 14, “opere su paesi socialisti e leader di paesi fratelli” e non può essere pubblicato. Verrebbe fermato dalla censura. Da un giorno all’altro, senza nemmeno approfondire, l’editor mi comunica la disponibilità a stampare un centinaio di copie come ricordo del lavoro fatto, per noi tre. Naturalmente copie senza prezzo o codice a barre, né logo della casa editrice. Resto senza parole.

Verrebbe fermato dalla censura. Ma c’è stato o non c’è stato l’intervento di qualche organismo ad hoc?

Quando chiedo, in modo più formale, una risposta precisa alla mia domanda l’affermazione di cui sopra viene sostituita da: è stato rifiutato dalla censura. Spero che a Pechino, a voce, troverò risposte più chiare, perché fatico anche solo a raccontare l’accaduto: gli amici mi chiedono, ma sei stato censurato o no? Non ho una risposta univoca. Diciamolo chiaro: mi piacerebbe fregiarmi del riconoscimento di autore scomodo alla dittatura. Ma non sono sicuro di poterlo fare. E in questa incertezza fatico a manifestare la mia semplice malinconia per un libro che non c’è più.

 

A Pechino ci troviamo negli uffici della casa editrice, noi tre della chat. C’è una sorta di cordoglio, abbiamo lavorato e il risultato del nostro lavoro cade nel vuoto. La conversazione è sempre in traduzione, ma questa volta le spiegazioni vengono direttamente dalla traduttrice, in italiano. Mi accorgo che poche parole dell’editor vengono tradotte in lunghe spiegazioni in italiano, troppo lunghe per non essere il frutto di parole scambiate in precedenza. Chiedo se esistano dei comitati interni di autocensura. Mi si dice che sì, ogni casa editrice ha organismi interni che se ne occupano. Ma che il libro era stato accettato in due fasi precedenti: quando ne era stato presentato il progetto, e al momento di essere portato in preordine ai librai. Chi, allora, ha deciso il blocco? Mi dicono: gli uffici provinciali predisposti alla censura. Ma non è quello che mi avevano scritto in precedenza.

Faccio notare l’incongruenza. Mi dicono solo che negli ultimi tempi è più difficile far passare testi scomodi. E una direttiva recente ha imposto agli editori di non pubblicare libri sulla Rivoluzione Culturale né su paesi socialisti e leader di paesi fratelli. Ribadiscono: il testo è stato censurato dagli uffici provinciali della censura.

 

Certezze apparenti. Esco dagli uffici della casa editrice più confuso di prima. Posso dire: sono stato censurato? Continuo a pensare: perché prima erano così convinti che il libro potesse passare e ora no? Perché in fase di progetto il libro era stato approvato e ora no? Da chi? 

In questa nebbia che avvolge i perché, comincio a domandarmi se ho sbagliato qualcosa io. Se sono stato avventato. Reazione abnorme, ma inevitabile. Se non vedi chiaro riempi quel vuoto con le tue supposizioni, corroborate da abbondanti sensi di colpa: io so di avere forzato la mano alla casa editrice, che per questo potrebbe aver deciso di non affrontare la censura. Ho chiesto di cambiare alcune parole in copertina. Ho chiesto di organizzare più presentazioni di quante loro non me ne offrissero. Ho perfino accennato a Hong Kong, pericoloso focolaio di un movimento per la democrazia.

Un anno prima il libro era approdato lì grazie alla mediazione di un’amica scrittrice, Hong Ying, entusiasta. Tra molti approdi possibili, aveva scelto per me quello di ChangJiang New Century, piccola ma apprezzata casa pechinese che pubblica i libri di Liu Zhenyun, scrittore che a sua volta io avevo già pubblicato in Italia, con la mia Metropoli d’Asia. La cosa mi aveva messo in imbarazzo: un libro che, per l’argomento trattato, poteva avere problemi con la censura in Cina, pubblicato forse per fare un favore all’amico italiano? Ora questo imbarazzo si miscelava al pensiero di avere sbagliato qualcosa, di essere io la causa di questa censura all’ultimo istante.

 

Ph Ho Fan. 

 

Ricordo che quando avevo chiesto se davvero pensassero di potercela fare, avevano risposto: sei un autore sconosciuto, la censura nemmeno si accorgerà di questo libro. Ne stamperemo comunque poche copie (diecimila, che sono molto poche in Cina!). Non faremo grancassa. E proprio lì, sulla grancassa, forse avevo forzato la mano. 

Non solo. A traduzione terminata avevo chiesto se il testo avesse conservato la propria integrità, domanda forse da non porre. Accade infatti che anche semplici romanzi di autori stranieri noti vengano in Cina mutilati di alcune loro parti. L’autocensura operata dalle case editrici può riguardare temi politici e sociali o semplicemente la sessualità. Gli autori occidentali si adattano, pur di aprirsi un mercato così vasto. A me invece questa cosa non piaceva. E non avrei potuto accettare supinamente: sui miei blog mi sono lamentato pubblicamente anche dell’invadenza della Repubblica Popolare Cinese, che sta cercando in tutti i modi di aprire la strada dei suoi prodotti culturali in occidente. Prodotti che subiscono in patria i tagli di una censura negli anni via via più dura. Ho l’impressione che l’editoria occidentale non tenga in gran conto il fatto, nudo e crudo, che la Cina è una dittatura. È il paese più grande del mondo, sta diventando una potenza globale, e allora la sacrosanta critica svapora, viene dimenticata.

Di recente Xi Jinping ha visitato redazioni di canali televisivi e carta stampata spiegando come l’informazione debba essere al servizio del popolo. Un modo come un altro di tirare le redini, con grande visibilità. 

 

È anche noto che la censura interviene sulle comunicazioni via web. In Cina non c’è Facebook, Twitter, Google con Gmail. Gruppi editoriali occidentali vengono cancellati dal web per lunghi periodi come punizione per aver pubblicato notizie scomode al regime. E si dice, si scrive, che la censura cancelli interi messaggi postati sul servizio di microblog locale, weibo. Operano, pare, per tag: in automatico le macchine intercettano parole chiave, ‘temi sensibili’, e cancellano il messaggio. Lo chiamano Grande Firewall, è la Grande Muraglia informatica.

In chat a tre mi era stato dunque comunicato che otto frasi del mio libro erano state cancellate dal testo preparato per la stampa. La traduttrice mi ha inviato il file finale, nel quale le otto frasi sono evidenziate in giallo, per essere tagliate in fase di editing finale. Sono otto frasi, mi avevano detto, nelle quali i tuoi personaggi – i veci di Monfalcone che incontravo – davano giudizi esplicitamente negativi sul comunismo. Ma chi ha deciso questi tagli? Anche qui la risposta non è chiara. E soprattutto: io come dovevo comportarmi? Dovevo supinamente accettare questa distorsione del mio testo? Pensavo: non sono certo otto frasi che cambiano il senso di quella storia, il giudizio negativo sul socialismo reale è implicito, ovvio. Mi ero consolato pensando che, agli eventi di presentazione, avrei potuto lamentarmi di quei tagli. 

 

E qui, ecco sopraggiungere un po’ di paranoia: questa cosa l’avevo forse scritta in chat? Vado a controllare i messaggi e le mail, non trovo niente. Non possono certo intercettarmi il pensiero. Mi dico che devo smetterla, con queste speculazioni. Avevo anche cercato, sempre tramite messaggi wechat a amici cinesi e expat, qualcuno disposto a confrontare il testo italiano o inglese e la sua traduzione cinese. Ho usato su wechat i termini censura e tema sensibile. Sono stato intercettato? Ma qui davvero si rischia la paranoia. In passato ho chiesto agli amici se mai fosse successo loro qualcosa del genere e la risposta è stata sempre negativa. Mi dico: calmati, no. Stai sclerando.

E allora capisco. Capisco, perché tocco con mano, quanto sia difficile la vita di un autore cinese. Sarà pubblicato il mio libro? Cosa devo fare per presentare un testo accettabile? Quante frasi sono cancellate dalla casa editrice? E quante delle frasi che si formano nella mia mente è meglio cassarle, dimenticarle? Metterle da parte per tempi migliori? 

So di autori importanti, nomi noti, i cui messaggi wechat vengono intercettati davvero.

Penso al mio amico Zhu Wen, che ha smesso di scrivere da quindici anni perché non ne poteva più di comporre racconti che poi venivano tagliuzzati e compressi dalla casa editrice (o dagli uffici provinciali preposti alla censura? Da chi? Come, quando, perché?). Racconto la mia storia a Zhu Wen, lui mi scrive. Dice: sdraiati sul divano a occhi chiusi, pensando di essere cinese: che disperazione. Poi apri gli occhi e renditi conto: non sei un autore cinese! Che gioia, che sollievo!

 

La sera sono a cena con un agente. È l’occasione per sentire un’altra campana. Mi spiega che l’apparato della censura entra in modo verticale nelle case editrici. Intanto, di sicuro c’è un segretario della sezione interna del Partito Comunista. E costui non riferisce agli organismi interni, ma si relaziona con gli organismi esterni. E gli stessi incaricati, interni, di supervisionare i testi e eventualmente operare dei tagli. E quando menziono l’ufficio provinciale della censura mi dice: quale provincia? A Pechino c’è un ufficio metropolitano. Mi dice che comunque è sempre difficile identificare il punto preciso nel quale un libro si ferma.   

L’opacità è una strategia. Penso a Yan Lianke, autore importante con un grande romanzo sui campi di detenzione per artisti e intellettuali degli anni cinquanta e sessanta: ne ha fatte stampare poche copie a Taiwan, le ha distribuite agli amici e agli agenti. È stato poi tradotto in inglese e in francese, ma ha scelto di rinunciare a una pubblicazione in cinese. Beh, lui è stato premiato. Ha un ruolo di primo piano nell’associazione nazionale degli scrittori: e naturalmente il suo nome viene fatto da chi sostiene – e sono parecchi – che la censura in Cina è poca cosa.

Di questa opacità non si fida il grande Acheng, di cui in Italia è stata pubblicata la Trilogia dei Re. Curatore di mostre d’arte, tiene nel cassetto i suoi nuovi romanzi da molti anni. Teme che con pubblicazioni all’estero non potrebbe più lavorare in patria.

Penso a un mio giovane amico dalla scrittura raffinata e promettente, Zhou Kai, il cui libro è stato censurato a valle di un penoso lavoro di tagli e correzioni. Non si è ancora ripreso, non ha ricominciato a scrivere.

 

Penso anche: Cina, non stupirti se non riesci a far digerire al mondo la tua scarna e insoddisfacente produzione letteraria contemporanea. 

Poi vado a cena con Liu Zhenyun. Non parla inglese, ma proverò a farmi tradurre qualche frase dagli amici presenti. La serata è surreale, perché si apre con una sua frase: stasera non parliamo di lavoro, stasera ci divertiamo. Seguono una serie di brindisi dai quali esco già mezzo sbronzo, e capisco che non sarò in grado di chiedere nulla, e che mi si chiede di passare oltre. Accenno qualcosa ai miei vicini di tavolo ma le mie frasi cadono nel vuoto. C’è gente agli arresti, in questa Cina. Membri dello staff di una casa editrice scomoda di Hong Kong sono stati prelevati dai servizi segreti in varie parti del mondo, anche all’estero, e sono scomparsi per mesi prima di essere portati in televisione a recitare dei mea culpa. Che ingenuo sono stato a pensare di poter discutere liberamente i temi del mio libro in questo paese. 

Prima della fine Liu Zhenyun ci lascia, e solo allora riesco a stanare i miei commensali: ma sono parole molto generiche. Però sì, mi dicono che il libro è stato censurato dagli uffici provinciali (e poche sere dopo qualcuno mi dirà: impossibile, la risposta della censura arriva dopo mesi, anche anni, e a te dicono che sono bastati pochi giorni).

 

Come può uno scrittore cinese salvaguardare il proprio processo creativo in queste condizioni? Qualche buontempone sostiene che avere dei limiti può essere di stimolo. Balle. Ho toccato con mano l’eterea venatura di paura che pervade la relazione tra ogni scrittore e il suo proprio libro. Capisco Zhu Wen che quindici anni orsono disse basta. Capisco perché, dalla Cina, attendiamo invano il grande romanzo contemporaneo.

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Ph Ho Fan.