Cannibali travestiti da vegani

Scoprire come tra le pieghe del linguaggio possano celarsi verità insospettate lascia sempre sorpresi; spesso accade nel momento esatto in cui un accostamento o una metafora ci illuminano di una luce trasversale, rivelatrice. In un recente brano dei Negrita, una strofa, "...siamo cannibali travestiti da vegani...", accende il testo della canzone. È un contrasto tra una metafora – cannibali – e una moda – vegani – è un confronto forte tra una condizione estranea alla nostra umanità e un'altra contemporanea ma più virtuale che reale. Due finzioni contrapposte dove la violenza della prima esce rafforzata dalla seconda, una scelta alimentare che altro non è che un ennesimo travestimento, posa, tendenza, comportamento che dal cibo guarda altrove... Sì, perché nel recente e rapido espandersi del fenomeno vegan sembriamo restare distanti dall'idea di chi per convincimenti religiosi o filosofici ne ha abbracciato scelte e stili di vita. Ben distante ad esempio la lucida e visionaria astinenza professata da Guido Ceronetti: "C'è come un velo sulla retina dei non vegetariani, quasi un materializzarsi di un velo sull'anima, che gli impedisce di vedere il cadavere, il pezzo di cadavere cotto, nel piatto di carne o di pesce."

 

Come sembra anche lontana la motivazione salutistica che un'alimentazione ricca di vegetali (non quando unica) garantirebbe. Nei bar di Iesolo e Sanremo, in quelli del centro di una qualunque grande città, quale "luce di benessere" può trovarsi sul fondo di un cappuccino vegano o nella farcitura di un identico croissant?

 

Forse casualmente, un'altra traccia dei Negrita ha per titolo Poser. Il poser, ovvero colui che finge di essere altro per più piacersi e più piacere... Il travestimento e la dissimulazione sono tendenze generali e ormai comunissime; prigionieri di vite difficili, ce ne inventiamo altre dove una qualche idea del bello o di gratificazione ponga rimedio a tutto ciò che non soddisfa. Se nel film Zelig, Woody Allen arrivava a mimetizzarsi in un malato o in un rabbino pur di essere accettato, oggi per i poser, che si dichiarino vegani o per qualunque altra moda, sembra prevalere l'idea di affermazione, riconoscimento di se stessi in un'immagine in qualche modo sempre positiva. Ma in fondo, raccontarsi una storia che ai nostri occhi ci renda migliori può essere solo parte delle nostre fragili consapevolezze...

 

Transustanzazione è termine sacro che molti ignorano, sacro per i crocevia che l'ostia consacrata avrebbe tra spirito e biologia... Nessuno tuttavia ignora che alla lunga il cibo – in una quotidiana e profana transustanzazione – è ciò che "ci fa e ciò che saremo"... Nessuna meraviglia allora se anche attraverso il cibo (oltre che con gli abiti o le mode) cerchiamo di cambiare qualcosa di noi stessi. Inconsapevolmente o meno, un esercito di poser ingrossa oggi le file dei vegani. Molti rinunceranno in futuro, attratti da altre mode e altre convinzioni... ma rimarrà sempre vicina la stessa ansia e la stessa alienazione. La condizione ormai di intere generazioni che mai hanno conosciuto i cicli produttivi della natura. Al coltivare, allevare, fare, vedere, partecipare, abbiamo sostituto solo una doppia esperienza spesso coincidente: "comprare e mangiare".

 

Così, "giocare" con ciò che troviamo e scegliamo su di uno scaffale può diventare travestimento e al tempo stesso darci l'illusione di poter modificare qualcosa del proprio destino. Ormai lontani i contadini e gli allevatori, sperduto – non nelle cellule – l'antico stampo dei raccoglitori/cacciatori che siamo stati, ci intratteniamo con un destino banale che ci dice consumatori. Da questo ci muoviamo, mentre sazi, svagati, insoddisfatti, aspiriamo a un ruolo nuovo: sono frotte quelle di "consum attori" che si aggirano nelle strade, nei negozi, nelle case, procedendo tra mode, pose e sempre nuovi consumi. Ma è una cura che non sembra dar rimedio e che solo brevemente ci rende grati, mentre restiamo orfani di natura (e di cultura).

 

 

 

Negrita, Il gioco

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